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Se si osservano i cambiamenti del sistema scolastico degli ultimi 150 anni, a differenza di quanto accade prendendo in esame infrastrutture e tecnologie, non si percepiscono cambiamenti sostanziali. Eppure gli strumenti per cambiare la famigerata “didattica frontale” e trasformarla nel cosiddetto “e-learning” ci sono già, sono open source e, soprattutto, sono gratuiti. Dovremmo soltanto conoscerli un po’ meglio ed imparare ad apprezzarli. 

  1. GOOGLE CLASSROOM

A differenza delle altre applicazioni, quasi sconosciute, questa sta acquisendo sempre maggiore visibilità e, come tutti i prodotti Google, ha un ottimo interfaccia, davvero intuitivo. 

  1. CLASSROOM

Non poteva mancare ovviamente la risposta di Apple che, ormai da qualche anno, si impegna nel dare annualmente il proprio contributo per l’istruzione e l’educazione mondiale. Il software sviluppato dall’azienda di Cupertino è efficace e, come prevedibile, ha una grafica impeccabile. 

  1. SOCLOO

Il sito sviluppato dall’imprenditore Andrea Armellini è stato pensato e sviluppato solo ed esclusivamente per la scuola digitale italiana. Per il momento però sono solo una ventina i licei che si sono affidati al sistema. 

  1. MOODLE

Questa è probabilmente la più complessa tra le piattaforme viste finora. Moodle offre infatti una maggiore libertà per personalizzare il sito a proprio piacimento. Per apprezzarlo a pieno è quindi necessario fare prima un po’ di pratica. 

 

  1. ELIADEMY

 

Eliademy, contrariamente agli altri, ha creato oltre alla versione “open”, in cui gli studenti possono solamente caricare o condividere il materiale presente nell’archivio dell’app, anche quella “premium” all’interno della quale gli utenti possono essere seguiti da un tutor o accedere a corsi privati. 

In attesa del famigerato Iphone 8 (oppure iPhone X, per la cadenza decennale del suo anniversario) l’analista Ming-Chi Kuo ha da poco diffuso il suo ultimo bollettino firmato KGI Securities che anticipa ai suoi clienti le possibili caratteristiche del nuovo top di gamma di Apple in arrivo nel 2017. 

 

 

Uno dei primi rumors parla dell’implementazione del nuovo schermo OLED con tecnologia edge-to -edge flessibile, capace di ricoprire l’intera superficie dello Smartphone andando a creare uno schermo bordless (senza bordi visibili). L’implementazione di tale schermo comporterà a Apple il cambio dell’attuale 3D Touch (il sensore di pressione per creare delle shorcut nelle applicazioni) per passare al sensore FPCB (Flexible Printed Circuit Board) un sensore di pressione a film" con un supporto di metallo sottostante, così da assicurare maggiore sensibilità al tocco e resistenza alla pressione.

Secondo l’analista di KGI, gli ingegneri di Apple secondo i brevetti depositati in questi anni, sono riusciti ad implementare un sensore ottico per la rilevazione delle impronte digitali nello stesso pannello OLED così da poter sbloccare il dispositivo in qualunque parte dello schermo.  Ming-Chi Kuo suppone inoltre una collaborazione tra sensore ottico del pannello OLED e l’utilizzo di un riconoscimento facciale grazie alla camera anteriore dello smartphone, così da creare un perfetto riconoscimento biometrico dello stesso utente, tutto rigorosamente custodito nel chip del telefono e lontano dall’essere caricato sull’account personale dell’utente in iCloud. 

Oltre alle novità che potrebbero arrivare su iPhone 8, non analizzate nel report ma presenti in moltissimi rumor, vi sono la ricarica wireless che finalmente permetterà di rivoluzionare il concetto di ricarica che Apple sta cambiando dalla implementazione del cavo “lightning", la certificazione IP68 (sigillato e resistente all'ingresso di acqua e possibilità di immersione fino a 3m) e il telaio in acciaio Inox. Il keynote di presentazione è ancora lontano ma rumor e indiscrezioni dell’ultimo minuto ci faranno compagnia fino a giugno.

Alain Thébault e Anders Bringdal hanno avuto un’idea alquanto rivoluzionaria per migliorare i problemi di spostamento e trasporto all’interno della città di Parigi. Hanno pensato a un’idea per utilizzare un elemento fondamentale, che loro hanno considerato una fonte di opportunità: l’acqua.

Il nome di questo nuovo e futuristico mezzo di trasporto sarà Sea Bubbles, e molte importanti aziende produttrice di software e apparecchiature di questo genere si sono proposte di investire il proprio denaro su questo che sembra un gran progetto. Questa costruzione a forma di bolla si librerà sull’acqua all’altezza di circa due pollici dalla superficie del fiume e potrà trasportare all’incirca 5 persone con autista incluso; avevano pensato anche ad un progetto di guida autonoma, che ancora purtroppo non è possibile. Secondo i fondatori della startup, sarà presentata al Las Vegas Consumer Electronics Show, a gennaio 2017. Inoltre codesto grande progetto è considerato anche come una rivoluzione che potrebbe risolvere il problema dell’inquinamento, poiché è previsto inoltre un sistema di alimentazione ad energia solare per essere sempre più sostenibile e rispettoso dell’ambiente, e del traffico che porta un numero abbastanza elevato di co2, che però sarà ridotta da questo sistema di trasporti simili agli aeroplani, poiché come ha detto il cofondatore Alain Thébault, volerà sull’acqua con “delle ali” come gli aeri si librano nel cielo. Le ali sotto la barca solleveranno il veicolo dall'acqua, riducendo in modo significativo la resistenza e permettendo alla vettura di galleggiare 70 centimetri al di sopra della superficie del fiume.

Il progetto ha suscitato l’interesse di aziende come Tesla, Google e Uber. Dopo un primo round di finanziamenti di 500mila euro sostenuto anche dal fondo di BPI del Governo Francese se ne prevede un altro entro fine agosto. Inoltre, nelle intenzioni dei suoi ideatori, dovrà essere accessibile a tutti: “Attraversare Parigi sulla Sea Bubble costerà meno di un viaggio in taxi”, assicurano. Sea Bubble ha attirato l'attenzione anche del giornale Le Parisien, che scrive "L'obiettivo è quello di proporre un nuovo mezzo di trasporto ecologico e ricaricabile con pannelli solari, turbine e eliche. L'inventore Alain Thebault vuole anche che sia accessibile: 'Attraversare Parigi sulla Sea Bubble costerà meno di un viaggio in taxi'". Il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, ha inoltre chiesto all'inventore, velista di professione, di testare 5 prototipi sulla Senna, in primavera.

In Italia ognuno ha il diritto di studiare fino a 16 anni, difeso dall'art 24 della Costituzione e valido anche per chi ha bisogno di un piano di studio personalizzato (psp) e di insegnanti di sostegno.

La Corte di Cassazione difende il diritto ad un'adeguata istruzione di una bambina affetta da un handicap grave con la sentenza del 25 novembre 2014. Per la bambina, che frequentava la scuola materna nella provincia di Udine, era stato elaborato un psp che assicurava la presenza di un insegnante di sostegno per 25 ore settimanali; non solo le ore sono diventate 12 a causa della mancanza di insegnanti di sostegno, ma l'orario è stato circoscritto alla sola mattinata. Infatti secondo la scuola la frequentazione delle lezioni con orario esteso sarebbe stata troppo stancante e addirittura controproducente. I genitori hanno percepito questi comportamenti della scuola come discriminatori nei confronti della figlia, ed hanno fatto ricorso contro la scuola. Dopo due gradi di giudizio, la sentenza della Corte di Cassazione accoglie il ricorso dei genitori, in quanto il diritto all’istruzione va tutelato anche nella scuola dell’infanzia, nonostante non sia un grado di istruzione obbligatoria. Dunque il diritto all’istruzione dei disabili e la loro tutela è compito della scuola, infatti, come ha ricordato la Corte Costituzionale, la frequentazione della scuola è uno dei fattori fondamentali per il superamento dell’emarginazione di chi è affetto da handicap e un mezzo di sviluppo psico-fisico e della personalità. 

Al vicepresidente della Anp, Mario Rusconi, chiediamo qual è il punto di vista  dei presidi sulla mancanza di insegnanti di sostegno, considerando che una sentenza del Tar ha risolto il problema inserendo insegnanti non specializzati.

Esiste un numero sufficiente di insegnanti di sostegno?

No, ne mancano almeno una decina di migliaia: non ci sono insegnanti specializzati che hanno seguito e superato un corso-concorso biennale polivalente che permette di avere un buon approccio formativo con i ragazzi disabili. Lo Stato Italiano sta mettendo sulle cattedre del sostegno insegnanti non specializzati in base ad una sentenza del Tar, mandano degli insegnanti tecnico- pratici che non hanno la specializzazione e non sono in grado di affrontare un tema così delicato.

Secondo lei le Gae garantiscono la presenza di insegnanti di insegnanti di sostegno a scuola?

Assolutamente no, non la garantiscono: le persone iscritte alle graduatorie ad esaurimento sono scavallate da insegnanti tecnico pratici dopo la sentenza del Tar nominata precedentemente. Il problema è grosso e si risolverebbe solo se lo Stato facesse dei corsi a degli insegnanti giovani e precari che  hanno voglia di seguire i ragazzi disabili.

Si sono verificati molti casi in cui le famiglie, a causa della mancanza di fondi della scuola, hanno dovuto pagare in prima persona l’insegnante per il numero necessario di ore che si doveva effettuare. Come si risolve il problema della mancanza di retribuzione per gli insegnanti di sostegno?

Questo problema si risolverebbe se il Parlamento italiano si accanisse meno sulla legge elettorale o sul governatore di Banca Italia, ma si dedicasse maggiormente alle questioni scolastiche. Il problema è che queste fanno poco audience elettorale. Gli italiani non hanno grande propensione ed interesse per il mondo della scuola, e solo coloro che hanno un figlio che la frequenta se ne interessa.

Perché le scuole sono restie a stabilizzare con un contratto a tempo determinato gli insegnanti di sostegno ma li assumono solo con contratti temporanei di supplenza?

 

Per avere un insegnante di sostegno stabilizzato deve intervenire lo Stato, il preside non può nominare autonomamente un insegnante fisso per il sostegno; ciò presuppone un governo stabile, che si interessa di scuola in maniera più costante, ma i governi italiani durano poco. Gli americani hanno contato il numero di anni necessario perché una riforma scolastica si possa affermare: 10-15 anni. Per loro sono tre governi, per noi sono una ventina e talvolta il governo nuovo interrompe le iniziative di quello precedente. Le ripercussioni di questa situazione sono negative in tutti i settori, ma in particolare sulla scuola. 

Gli studenti scendono in piazza chiedendo esperienze formative e inerenti al loro percorso di studi. La Ministra Fedeli annuncia: per il 16 dicembre ho convocato gli Stati Generali dell’alternanza scuola-lavoro


Gli studenti tornano in piazza - appuntamento ricorrente in autunno – per protestare contro le degenerazioni della Legge 107, definita anche “Buona Scuola”. A finire nel mirino delle contestazioni è l’alternanza scuola-lavoro, introdotta con la riforma dell’istruzione a luglio del 2015, e giunta quest’anno al suo terzo anno di regime. Le manifestazioni hanno coinvolto 70 città in Italia, ma i cortei più nutriti ci sono stati a Milano, dove un gruppo di studenti ha lanciato uova e pomodori contro le vetrine di una delle numerose sedi di McDonald, accusato di aver siglato con il Miur un accordo – assai discusso – relativo al progetto dell’alternanza scuola-lavoro, e Roma, dove a conclusione del corteo, una delegazione di studenti è salita alla sede del Ministero dell’Istruzione per chiarire i punti, a loro dire, più controversi dell’alternanza.

Gli studenti dicono no alla Buona Scuola

La protesta nasce dalle esperienze di alternanza scuola-lavoro che, secondo le associazioni studentesche critiche nei confronti della “Buona Scuola”, non costituiscono un’esperienza qualificata e formativa per i ragazzi. Andrea Russo, segretario regionale della Rete degli Studenti Medi, tra le associazioni studentesche che hanno organizzato i cortei, sostiene che: «la maggior parte delle attività che sono state proposte agli studenti nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro non sono state prima condivise con gli studenti e con i loro rappresentanti». Inoltre, continua Russo: «A conclusione del percorso seguito gli studenti non possono neanche valutare quanto fatto”. Al centro della protesta ci sono poi i presunti casi di “sfruttamento” dei ragazzi presso le aziende che hanno siglato accordi con il Miur per l’avviamento di percorsi di alternanza scuola-lavoro. A tal proposito, Russo ci comunica che: «I casi di sfruttamento ci sono stati e ci sono tutt’ora. Come Rete degli Studenti Medi, abbiamo rilevato casi di sfruttamento di studenti in alcuni licei e istituti tecnici a Roma, Viterbo, Caprarola (Frosinone), Ceccano e in altri comuni del Lazio».

Le richieste degli studenti

«Quello che chiediamo - ha detto Russo - è un maggior monitoraggio da parte della Regione per quanto riguarda le attività svolte nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro e un offerta più qualificante per gli studenti e che sia inerente al loro percorso di studi. Abbiamo chiesto la convocazione in un tavolo con scuole, associazioni, presidi, studenti per discutere dell’alternanza scuola-lavoro e per capire come migliorarla». Il Miur difende comunque quanto fatto finora. In una nota diffusa ieri mattina dal Miur, la Ministra Fedeli ha parlato dell’alternanza scuola-lavoro come di un’innovazione didattica importante, uno strumento che offre alle studentesse e agli studenti la possibilità di acquisire competenze trasversali e consente loro di orientarsi con più consapevolezza verso il loro futuro di studi e lavorativo”.

La risposta dei presidi

Sul tema si espresso anche il Prof. Mario Rusconi, Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi del Lazio (ANP Lazio). «L’alternanza scuola-lavoro è un aspetto innovativo della Legge 107 (“Buona Scuola”). Chiaramente come in tutte le situazioni nuove, i problemi ci sono, ma eliminare un’attività per qualche aspetto negativo non è una decisione seria». Rusconi ha poi continuato, sostenendo che: «Molti ragazzi oggi non sanno cosa significhi rispettare degli orari, lavorare in team, in altre parole, trovarsi in un ambiente di lavoro. L’alternanza scuola-lavoro fa capire loro queste cose. Le pecche vanno eliminate, le illegalità vanno punite, ma essersi mobilitati solamente al terzo anno di attività, per me sa di speculazione pre-elettorale portata avanti da “qualcuno”». Nel frattempo la Ministra Fedeli ha annunciato che convocherà il 16 dicembre gli Stati Generali per parlare di alternanza scuola-lavoro

Con l’avvio della stagione scolastica riaprono le iscrizioni per i Model United Nations e, a tal proposito, iI prossimo 18 Ottobre alle ore 18.30 presso il Liceo Visconti di Roma in piazza del Collegio Romano 4, l’associazione che ha portato l'attività di Model in Italia, la United Network, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio, terrà una presentazione ufficiale dei progetti di cui si occupa. In particolare per gli studenti della scuola secondaria di II grado le proposte dell’associazione sono due e vengono indicate con i seguenti acronimi: IMUN e GCMUN. 

Le simulazioni dell'IMUN Gli Italian Model United Nations sono delle simulazioni che si verificano in varie città d’Italia (Roma, Catania, Bari, torino, Palermo, Milano e Napoli) e permettono agli studenti di vestire per alcuni giorni il ruolo di importanti diplomatici che lavorano per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite o per gli altri multilateral bodies dell’ONU. Ciò che si viene a creare è quindi una sorta di spettacolare “risiko” in cui i “delegates” (ovvero i rappresentanti dei vari paesi) devono trovare una soluzione a un problema di spessore internazionale, cercare una mediazione e non un conflitto. I lavori si svolgono in alcune sedi ufficiali (come per esempio la FAO o la Camera dei Deputati) o in altri importanti centri conferenze per circa cinque giorni durante i quali gli studenti hanno l’obbligo di rispettare il cosiddetto “Dress Code” e di parlare con colleghi e direttori di commissione in lingua inglese. 

Il Global Model Il Global Citizen Model United Nations invece offre la possibilità di svolgere una simulazione analoga a quella precedentemente descritta nell’incantevole città di New York, alloggiando presso splendidi Hotel e visitando le più importanti mete turistiche delle città (tra cui il noto “palazzo di vetro”, sede dell’ONU). Nell'anno scolastico 2016/2017 sono stati coinvolti nei progetti di United Network Europa oltre 4800 studenti provenienti da 270 scuole superiori italiane, affrontando argomenti che hanno spaziato da Cittadinanza e Costituzione all'Alternanza scuola-lavoro, dalla lotta al bullismo alla digitalizzazione. 

I Millennials vivono una vita multitasking. Gli esperti: fare troppe cose contemporaneamente non ci rende efficienti, ma stanchi e poco produttivi 


Parliamo al telefono e nel frattempo inviamo una mail e ascoltiamo la musica. Mangiamo mentre guardiamo la tv controllando di tanto in tanto gli ultimi messaggi di Whatsapp o i post degli amici su Facebook. In altre parole, viviamo una vita multitasking

Il termine multitasking tradotto in italiano significa “multi-processualità” e viene usato in ambito informatico per identificare la capacità di un sistema operativo di eseguire più programmi contemporaneamente. Tuttavia, negli ultimi anni, il termine è stato adottato per definire l’uso multiplo e simultaneo, da parte delle persone, di più mezzi digitali. Secondo la neurologia, la capacità di svolgere più compiti contemporaneamente è strettamente connessa ad un’abilità cognitiva alla base della nostra vita quotidiana, la cosiddetta “attenzione divisa”. Fino a qui nessun problema, anzi, penserete che questo modo di operare rappresenti una qualità a nostro favore. Tuttavia, recenti studi hanno messo in luce  numerosi “effetti collaterali” legati al multitasking di cui le prime vittime sembrano essere i Millennials, cioè i giovani con un’età compresa tra i 18 e i 34 anni, soprannominati anche “nativi digitali” perché nati e cresciuti a contatto con le varie tecnologie digitali.  Il termine “nativo digitale” fu coniato nel 2001 dallo scrittore statunitense Marc Prensky nel suo articolo Digital Natives. Digital Immigrants, pubblicato sulla rivista On The Orizon, per definire i giovani nati in un mondo ormai diventato digitale e, di conseguenza, capaci di usare con dimestichezza le nuove tecnologie digitali. Eppure, secondo un recente studio pubblicato sulla rivista internazionale di educazione Teaching and Teacher Education, il termine “nativo digitale” non avrebbe alcun’origine scientifica.  A tal proposito, l’ultimo EU Kids Survey ha sottolineato che i “nativi digitali” (Millennials) non possiedono capacità cognitive superiori ai “non nativi” solo perché nati e cresciuti a contatto con la tecnologia. Il fatto di usare più dispositivi elettronici contemporaneamente, sostiene lo Studio, non fa dei nativi digitali degli abili multitaskers, anzi, li rende più stanchi e stressati. Numerosi studi neurologici hanno dimostrato che il nostro cervello, a prescindere dal fatto che appartenga ad un “nativo digitale” o ad un “non nativo”, può gestire, a livello conscio, un solo processo cognitivo alla volta. Perciò, quando i Millennials svolgono più attività contemporaneamente (scrivere al computer, controllare messaggi, notifiche e mail, guardare la tv, ascoltare la musica), in realtà il loro cervello passa rapidamente da un compito all’altro (senza che se ne accorgano) e tutto ciò comporta un costo cognitivo. Ogni volta che ciò accade, sostiene Earl Miller, neuroscienziato del MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston ed esperto internazionale di studi sull’attenzione e sul decision-making, il nostro cervello spende una significativa energia mentale per focalizzarsi sul nuovo problema o per tornare ad affrontare quello precedente. Tutto ciò, dichiara Miller, non solo determina una perdita di tempo, ma anche una diminuzione della propria creatività, dato che lo sviluppo del “pensiero innovativo”, cioè le competenze che le persone possono acquisire, è strettamente legato all’abilità di concentrarsi a lungo su una sola cosa alla volta. Pertanto, Miller suggerisce che il termine più adatto per definire tutte quelle situazioni in cui pensiamo di operare in  modalità multitasking, è taskswitching, che tradotto in italiano significa “spostamento da un compito all’altro”. Operare in modalità multitasking ha poi delle conseguenze in termini neurobiologici. Daniel J. Levitin, professore di neuroscienze comportamentali alla McGill University di Montreal ed esperto internazionale di psicologia cognitiva, sostiene che operare in modalità multitasking produce un aumento eccessivo di dopamina (ormone della gratificazione) e di cortisolo (ormone dello stress) nel nostro cervello. Ciò spiega l’irrefrenabile voglia di leggere gli ultimi messaggi o le mail più recenti anche quando stiamo svolgendo tutt’altra attività (ad esempio, quando studiamo, mangiamo o facciamo una passeggiata) e, dopo averlo fatto, ci sentiamo in qualche modo ricompensati (gratificazione). Allo stesso tempo, però, dopo aver svolto troppe attività contemporaneamente, avvertiamo anche una certa stanchezza mentale, dovuta all’eccessiva produzione di cortisolo. Contro l’idea, sostenuta da alcuni, secondo cui il cervello umano (in particolare, quello dei Millennials) si stia rapidamente adattando, grazie alla plasticità neuronale, all’ipervelocità imposta dalla tecnologia, numerosi studi evidenziano sempre di più come la realtà sia assai più critica: il nostro cervello non è adatto alla modalità multitasking e sta reagendo come meglio può al sovraccarico di compiti cui viene continuamente sottoposto e al conseguente stress mentale. Il monito degli esperti, rivolto soprattutto ai giovani, è quello di dedicare il giusto tempo ad ogni attività, di usare un unico dispositivo elettronico per volta, in altre parole, di passare alla modalità monotasking.

-Educazione e cultura un binomio per coinvolgere ed aggregare oggi Roma quanto aggrega?                    

-Roma, soprattutto nelle periferie dove abito, aggrega poco. Il municipio 6° è il municipio più giovane di tutta Roma ed è uno dei pochi che non ha una biblioteca o un centro culturale importante, neanche a Tor bella monaca che è uno dei quartieri più degradati dove servirebbe,visto che l’unico polo culturale è la scuola e come sappiamo bene le scuole sono messe in una situazione ben peggiore di Tor bella monaca.

-Tor più bella nasce in un quartiere di periferia ma che coinvolge l’intera città è un esperimento di rete sociale?                    

-Si, è una rete sociale perché noi comunque abbiamo cominciato a vivere il palazzo, conoscere le persone che vi abitano e le realtà del quartiere che, sia per colpa nostra che per colpa loro, era difficile da conoscere ma stiamo soprattutto allargando gli orizzonti. Abbiamo conosciuto professori dell’universtià come della Sapienza di Tor Vergata proprio perché attivandoci nel sociale abbiamo capito che già c’era una rete e stiamo cercando di entrare sempre meglio all’interno di essa.

-Da dove nasce l’idea di creare il comitato Parco Giovannipoli?                 

-Il comitato nasce nel marzo del 2013 perché il parco Giovannipoli era un’ area verde totalmente abbandonata, con erba che superava i cestini,era impossibile fruirlo e portarci bambini o animali a quattro zampe  e 6 persone che in qualche modo giravano intorno a quel parco e non si conoscevano si sono incontrate e hanno deciso di creare questo comitato con l’obbiettivo di rendere un parco totalmente inutilizzato  in un parco nuovamente fruibile e, quello che abbiamo iniziato a fare dal 2013, lo stiamo portando avanti                    

-Quindi non è stato difficile trovare persone con cui lavorare?                

-Diciamo che nelle fasi acute, ovvero quando c’è il problema, è molto semplice. Il vero problema è mantenerlo, perché quando un parco torna ad essere pulito la gente diventa meno attaccata al bisogno di fare quell’azione. Quindi possiamo dire che la difficoltà di coinvolgere i cittadini, dai più giovani ai più anziani, c’è sempre, ma dato che noi siamo lavoratori non abbiamo moltissimo tempo da dedicarci, ma ce la caviamo 

-Cosa vi spinge ancora a continuare?                

-Dovresti venire nel nostro parco, vedere quant’è bello oggi e capiresti perché continuiamo. Le aree verdi  sono dei luoghi preziosi  per bambini, animali, per tutti gli esseri viventi ma soprattutto per una città. Soprattutto per una città inquinata come Roma. Questi parchi dal punto di vista ambientale sono come dei polmoni, ma permettono anche momenti di svago, relax, lettura e socializzazione, e far tornare a far svolgere tutto questo nuovamente ad un parco dà un valore aggiunto al quartiere e una nuova opportunità per i cittadini che ci vivono

Il sistema di Blockchain, catena di blocchi, è un database che sfrutta la tecnologia peer-to-peer, formato da diverse entità capaci di organizzarsi da sole senza bisogno di un sistema centrale che le controlli. Questo meccanismo è utilizzato soprattutto nella Bitcoin, la valuta elettronica inventata nel 2009 da Satoshi Nakamoto: si registrano tutte le transizioni effettuate, con l'importo, il destinatario e il mittente. È molto sicuro perché appena il sistema registra una transizione in un “blocco” passa subito a quello seguente, senza dare l'occasione a eventuali hacker di cancellare i dati relativi al passaggio di denaro virtuale appena compiuto.

 

 

La Blockchain può essere utilizzata non solo nell'ambito del Bitcoin. Ad esempio, se due macchine senza pilota umano, ma virtuale (già state inventate ma che circoleranno abitualmente tra qualche anno), si tamponano, e sono registrate in Blockchain, il sistema elabora la dinamica dell'incidente in base ai dati forniti dalle macchine stesse. Una trasmette che il suo faro destro è rimasto danneggiato, l'altra che invece il faro sinistro è rotto; allora Blockchain ricostruisce l'accaduto, stabilisce chi ha sbagliato, manda un messaggio alla macchina “colpevole” e al suo proprietario con il contenuto che hanno pagato una multa di 5 bitcoin. Così facendo si è risparmiato tempo e ogni macchina può tornare per la sua strada.

Blockchain ha anche altri utilizzi: ad esempio, se desidero che una piccola parte delle tasse che pago (in bitcoin) vada al fondo per i terremotati, essa confluirà in una cassa virtuale (“terremoto in centro Italia”). Io posso sapere, grazie al sistema della Blockchain, dove sono finiti i bitcoin da me pagati, posso sapere se sono finiti nelle tasche di qualcuno o se con quelli è stata costruita una tenda per i terremotati. In questo modo nessuno può prendere nemmeno una piccola parte dei bitcoin che io ho pagato in tasse per utilizzarli a scopi personali.

Ecco quindi i molteplici utilizzi della tecnologia Blockchain, il cui utilizzo si può estendere anche al ramo finanziario: secondo un report di InnoVentures, si potrebbero risparmiare in commissioni bancarie dai 15 ai 20 miliardi di dollari entro il 2022, grazie all'incidenza sulle transazioni.

 

Inoltre, registrandoli, si possono gestire i propri dati medici, le cartelle cliniche ed i pagamenti in fatture; questo faciliterebbe la condivisione di informazioni cliniche con medici e ospedali. 

Lo scorso 15 novembre a Milano è stato presentato il Rapporto Cerved 2016, pubblicazione annuale che analizza lo stato economico-finanziario delle Piccole e Medie Imprese (Pmi) italiane. Il rapporto, presentato in occasione del meeting annuale Osservitalia, è stato realizzato da Cerved S.p.A, primo Information Provider in Italia e una delle principali agenzie di rating in Europa. Nel 2015, rivela il rapporto, il numero delle Piccole e Medie Imprese è arrivato a quota 137 mila, registrando un incremento dello 0,4% rispetto al 2014. Di queste, 112.378 rientrano nella categoria di “piccola imprese” mentre 23.736 sono “medie imprese”, secondo la classificazione stabilita dalla Commissione Europea. (vedi note)

Le Pmi, secondo Cerved, rappresentano il 22% di tutte le imprese che hanno depositato un bilancio positivo e danno oggi lavoro a circa 3,8 milioni di persone, di cui 2 sono occupati nelle piccole imprese. Tutti gli indicatori delle Pmi italiane sono favorevoli, ci dice Cerved, in primis i ricavi che nel 2015 hanno registrato un aumento del 3,1% rispetto al 2014. Nel 2015 è poi calato del 20% il numero delle imprese fallite rispetto al 2014 e lo stesso andamento si è registrato nei primi mesi di quest’anno (-15% delle imprese fallite rispetto al 2014). È migliorato, inoltre, il livello di rischiosità medio: nel 2015 il 51,5% delle Pmi ha avuto un profilo “solvibile” (nel 2014 era il 48,3%) mentre il 16,6% ne ha avuto uno “rischioso” (nel 2014 era il 17,7%). Nonostante la ripresa in corso, fa sapere Cerved, i livelli di produttività pre-crisi risultano essere ancora lontani. Questa perdita di produttività è, secondo molti osservatori, anche sintomo di una scarsa capacità da parte delle imprese italiane di investire in innovazione.

A tal propositivo, dal 2012 ad oggi, sono state introdotte una serie di norme, da parte dei governi, per favorire la nascita e lo sviluppo di startup, con una serie di benefici amministrativi e fiscali alle nuove aziende che soddisfano alcuni requisiti come gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S), presenza di dottorandi nel personale e brevetti, che possono così essere iscritte ad una sezione speciale del Registro delle Imprese. Oltre a Pmi e startup iscritte alla sezione speciale (circa 7 mila imprese), esistono migliaia di altre aziende che, pur producendo prodotti e servizi innovativi, non compaiono sui registri ufficiali. Da una ricerca realizzata da Cerved è emerso che esistono 6mila startup e 4 Pmi, oltre a quelle iscritte ai registri ufficiali. La ricerca ha, inoltre, diviso le startup e le Pmi innovative in otto aree tematiche : mobile&smartphone (circa 4 mila startup e Pmi innovative), ecosostenibilità (2500), biotecnologie (circa 2 mila), software e Internet of Things (1.700), modellazione 3D (mille), big data e app (poco meno di mille), R&S (415) e ingegneria (289). Da questa ricerca Cerved ha tratto una mappa dell’innovazione italiana che indica il numero di startup e Pmi presenti sul territorio nazionale.  

Dalla mappa emerge il tipico divario tra le regioni del Nord e del Sud Italia con la sola eccezione di Cagliari, storicamente una realtà importante per l’innovazione digitale. In particolare, oltre un quarto delle imprese innovative ha sede a Milano (circa 2.675 tra startup e Pmi) e a Roma (3274). Seguono Torino con 798, Napoli con 520 e Bologna con 450. Trento risulta essere la provincia più innovativa per numero di startup presenti sul territorio e seconda per numero di Pmi innovative. Seguono Trieste, Ancona e Pordenone. Concentrandosi invece sui singoli settori si scoprono realtà interessanti anche nel Mezzogiorno. Isernia e Potenzia, ad esempio, per le biotecnologie, Enna per l’ecosostenibilità, Oristano per l’ingegneria, Crotone per la stampa 3D, Cosenza per ricerca e sviluppo, Campobasso per l’Internet of things.

Nei prossimi anni, fa sapere il Cerved, gli indicatori economici dovrebbero continuare ad essere positivi, in linea con le stime Ocse che prevedono un aumento del Pil pari allo 0,8% per il 2016 e dello 0,9% per il 2017. In base a questo scenario, il rapporto Cerved prevede una graduale accelerazione del fatturato e del valore aggiunto delle Pmi che aumenteranno rispettivamente del 4,2 e del 5,2% al 2018.

 

Note:

Classificazione delle Pmi stabilita dalla Commissione Europea:

Le “piccole imprese” devono avere meno di 50 dipendenti e devono avere un fatturato che non superi i 10 milioni di euro all’anno. Le “medie imprese” devono avere meno di 250 dipendenti e devono avere un fatturato che non superi i 50 milioni di euro all’anno.

Il Black Friday è un occasione puramente commerciale [il 25 novembre], dove negozi e magazzini fanno grandi sconti sulla loro merce. Questa festività viene dopo il giorno del ringraziamento. Questo evento oltre a essere molto atteso dalla popolazione è anche molto ambito dai finanziari e dai borsisti, per via delle grandi entrate di denaro che vengono registrate.

Molte persone aspettando questo evento restano fuori tutta la notte in attesa dell’ apertura del negozio. Per far capire quanto denaro viene speso in questo giorno basta prendere un dato del 2013, dove in un solo giorno, ottanta milioni di persone hanno speso 57,4 miliardi (per fare un paragone, è come se tutta la popolazione della Germania fosse andata a fare shopping nello stesso giorno).

Il nome proviene dalla città di Filadelfia e dovrebbe significare il grande caos e il traffico che c’è in quei giorni. È inoltre chiamato Black Friday per una tradizione, ovvero le annotazione e i conti trascritti sui libri dei notai passano dal rosso (che simboleggia il calo e le perdite) al nero (che simboleggia i guadagni).

Il Cyber Monday è semplicemente il lunedì dopo il Black Friday, dove venditori online, tra cui ovviamente Amazon, fanno grandi sconti sui prodotti elettronici. In particolare Amazon in questa settimana ha fatto grandi offerte su prodotti ogni 5 minuti, ci sono state più di 10.000 offerte e sconti arrivati fino al 40%, con una media di circa sette ordini al secondo. Oltre Amazon anche le compagnie aere Ryanair e EasyJet hanno sfruttato il Black Friday per offrire grandi sconti su viaggi e biglietti aerei.

 

Questi siti hanno riscosso molto successo perché la tecnologia sta diventando parte integrante della nostra vita. Infatti si è registrato un calo nella visita nei negozi fisici del 3,5%.

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