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I ragazzi non sanno riconoscere le notizie vere dalle false

Our first round of piloting shocked us into reality.” (“Dopo aver controllato i primi risultati ottenuti dalla nostra indagine siamo rimasti scioccati.”) I ricercatori del gruppo Stanford History Education Stanford della Stanford University sono infatti rimasti impressionati (se non delusi) dalle riposte ottenute nella loro indagine “Evaluting information: the cornerstone of civic online reasoning” (“Saper valutare le informazioni: il fondamento del ragionamento civico online”) che ha coinvolto nell’arco di un anno e mezzo (gennaio 2015-giugno 2016) 7.804 studenti di 12 stati Usa diversi e 3 differenti livelli scolastici: scuole medie, superiori ed università. La maggior parte di loro, stando ai dati della ricerca, non saprebbero riconoscere una notizia vera da una falsa. 

Tra i più giovani, a cui è stato chiesto di identificare un “native advertising” tra quelli contenuti all’interno del sito web slate.com, solo il 20% ha notato la dicitura “sponsored content” sul banner che evidentemente al restante 80% deve esser sembrato un approfondito articolo riguardante le donne ed il loro rapporto con la tecnologia.

Per ingannare i liceali invece è bastato aggiungere la scritta “I fiori nucleari di Fukushima” ad una foto di alcune margherite deformi (immagine fittiziamente scaricata dal sito Imgur) perché il 40% di loro considerasse il post una forte testimonianza degli effetti radioattivi legati al disastro della centrale nucleare avvenuto nella città giapponese l’11 Marzo 2011.

Gli universitari si sono infine confrontati con la “prova Twitter” che prevedeva l’analisi del seguente “cinguettio” dell’organizzazione di difesa liberale MoveOn.org: “New polling shows the @NRA is out of touch with gun owners and their own members.” (“Un nuovo sondaggio mostra che la NRA (National Rifle Association – organizzazione che tutela il diritto di tenere e portare armi) non è informata sui possessori di armi ed i propri membri.”) al quale era annesso un grafico elaborato dalla CAP (Center for American Profress – altra organizzazione di difesa liberale) che dichiarava “Two out of three gun owners say they would be more likely to vote for a candidate who supported background checks.” (“Tra i possessori di armi due su tre vorrebbero votare per un candidato favorevole ai controlli dei precedenti penali”). Tuttavia tra tutti gli intervistati solo il 25% ha evidenziato il forte interesse di entrambe le organizzazioni di difesa liberale nel pubblicare quei dati, il restante 75% ha considerato la fonte d’informazione fortemente attendibile.

Sono numeri sconcertati che spiegano tuttavia l’effetto virale delle bufale durante la campagna referendaria recentemente conclusasi (link a mio articolo), che motivano ancor più fortemente la scelta dell’ Oxford Dictionnaries di eleggere “post-truth” a parola dell’anno 2016 (link ad articolo di Silvia) ma che soprattutto ci spingeranno a chiederci se ciò che stiamo leggendo è vero o se sta svolgendo una funzione manipolatrice su di noi, se possiamo fidarci di quella determinata fonte d’informazione o se è necessario andare più in profondità, in altre parole a sviluppare di fatto il pensiero critico.

 

 

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