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“Il brigante e il sacerdote”, intervista a Elio Cortese.

Il termine brigante indica quel sodato che, anche raggruppato in piccole compagnie mercenarie, attenta con la forza e con le armi alle persone o alle proprietà altrui. Nel tempo, la storia, ci ha fatto conoscere diverse figure di briganti. Elio Cortese, poeta e scrittore crotonese, ritrae proprio uno di questi uomini del malaffare nel suo ultimo libro: “Il brigante e il sacerdote”. Un romanzo che racchiude una storia vera, in un ben preciso momento storico di Crotone. Un libro, quello di Cortese, ricco di riferimenti storici documentati, che lo rendono testimone eloquente della contrapposizione tra il bene ed il male. Una dicotomia tra un contemplativo, il sacerdote, che rappresenta la storia edificata in positivo, e Parafante, il brigante che invece rappresenta la negatività della storia perché distrugge luoghi e gente. Una figura, quest’ultima, altamente sfavorevole che sfata il mito del Robin Hood, di colui che sottrae ai ricchi per restituire ai poveri. Parafante è la negazione di tutto questo. Ad Elio Cortese chiedo di tracciare il carattere del libro, senza svelarne l’intera trama.

"Il brigante e il sacerdote" si può definire un romanzo storico o di fantasia?

È certamente un romanzo storico, ambientato nel 1810 durante l’occupazione francese della Calabria, che prende spunto da un fatto realmente accaduto: il rapimento, da parte del brigante Parafante, del giovane Giuseppe, figlio di don Domenico Accattatis e alunno del ginnasio, il cui istitutore è il sacerdote don Giuseppe Arcuri. Questi si oppone al rapimento, ottenendo di essere convolto nel rapimento per stare vicino al ragazzo e proteggerlo. Questi gli avvenimenti storici, sui quali ruota tutta la trama del libro, con situazioni e alcuni personaggi di fantasia. Il libro è corredato da note storiche e da appendice documentaria.

Parafante e don Giuseppe, il brigante e il sacerdote, sono due figure opposte. Quanto fra loro contrastanti?

Sono entrambi di Scigliano (CS) e rappresentano il contrasto tra il bene e il male. Don Giuseppe Arcuri, il sacerdote, testimonia una vita dedicata alla cura spirituale e culturale dei giovani al lui affidati. Parafante, il brigante, è la manifestazione di una cultura retriva e violenta, che dissacra persone e devasta luoghi.

Il piccolo Giuseppe Accattatis é più vittima della sua condizione sociale, o della storia narrata?

Il ragazzo è vittima della sua condizione sociale. Parafante lo rapisce per ottenere, in cambio della liberazione del ragazzo, quella di suo fratello, catturato da don Domenico Accattatis, comandante della gendarmeria della Calabria Citra e padre del piccolo.

Ndrangheta e Brigantaggio sono due fenomeni sociali più simili o diversi tra loro?

Sono entrambi facce della stessa medaglia, con la differenza che il brigantaggio operava fuori dal contesto cittadino, tra campagne e boschi.

Come immaginerebbe la vita di un brigante al tempo di internet?

La figura storica del brigante non esiste più al giorno d’oggi. Se prima il brigante era violento e si nascondeva tra campagne e boschi, ora, “il moderno brigante” lo potremmo paragonare a chi si nasconde semplicemente dietro uno schermo di un pc o di uno smartphone per commettere i nuovi reati informatici.

La Calabria ispira sempre i suoi libri. Sono più storie dimenticate o da scoprire?

Le mie opere, sia poetiche che in prosa, hanno sempre un legame con la mia terra di Calabria, ma che si possano identificare pure in altre parti d’Italia. È una mia scelta portare alla luce personaggi e avvenimenti e tradizioni. Lo scopo è recuperare angoli di vita dimenticati per rivederci in una storia che ci appartiene e ci identifica.

Salvatore Zannino

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