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L’umana pietas per un Robot caduto in acqua.

La corsa di un qualsiasi modellino telecomandato finita contro un muro, o quella di un drone radiocomandato che termina in una pozzanghera, non fa notizia.


Può sicuramente causare preoccupazione per eventuali danni importanti causati a persone e cose, o tristezza nei più piccoli che vedono il proprio giocattolo rompersi e i propri sogni frantumarsi appresso. Quello che invece sta accadendo in rete, da qualche giorno, dopo che un impiegato americano ha pubblicato su twitter la foto del robot K5 finito in una vasca d’acqua, è alquanto singolare. Oltre la scontata viralità delle foto, sono i commenti a destare maggiore curiosità. Infatti al robot usato come sorveglianza di alcuni palazzi a Washington DC, annegato nella fontana del condominio mentre compiva un suo giro di ronda, il popolo del web sta riservando interpretazioni sull’accaduto di vario tipo. C’è certamente un nutrito esercito di tweet che propende per una umanizzazione del K5, descrivendo l’accaduto come il primo roboticidio della storia. Al robot poliziotto, dalla forma a missile senza braccia, spione al punto giusto da leggere e memorizzare targhe, ascoltare e registrare dialoghi senza chiedere peraltro il consenso, fotografare volti e corpi, tutti dati da trasmettere costantemente alla polizia, si dà un briciolo di sentimento. A quella capsula Americana, che in Italia il Garante per la protezione dei dati personali avrebbe certamente bloccato bollandolo come fuorilegge della privacy, si sta attribuendo un valore che va oltre il materiale. Anziché derubricare l’accaduto semplicemente come il cortocircuito di una scheda programmata, o di un difetto di progettazione, si pensa e si parla di suicidio, colpa di un lavoro onesto ma monotono e ripetitivo al limite dell’alienante. Qualcuno commenta che addirittura potrebbe essere la vendetta di un alterco con un ubriaco, di due mesi fa, finito poi con l’arresto dell’alticcio, o il senso di colpa scaturito nell’aver urtato per errore un bambino senza peraltro avergli causato danni. Alla fine al rottame elettronico, assistito dai suoi colleghi poliziotti-umani, si sta concedendo la “pietas” degli uomini. Alla paura dell’uomo, verso il robot nemico che ci ruba il lavoro sottopagato e senza conto in banca, si affianca la compassione per il collega interinale sfruttato per un lavoro monotono. A quella presenza puntuta e ingombrante come un proiettile, senza fascino e pure brutta, apostrofato come guardone, forse quello del suicidio è sembrata l’unica strada verso la libertà. Un iniziale percorso dell’intelligenza artificiale, di comprendere stati d’animo come la ripetitività e l’insoddisfazione, se vuole raggiungere e superare quella dell’uomo. Intanto il popolo della rete comincia a provare empatia, compassione e simpatia verso l’odiato-amato robot, prove di comprensione tra soggetti animati e oggetti inanimati. Forse noi uomini stiamo iniziando a metabolizzare la presenza dei collaboratori meccanici visti non più come detrattori di lavoro, ma semplicemente come colleghi simili a noi, che non ci fanno più paura perché temiamo di più l’umanità. In fondo l’amicizia di un robot può essere programmata ma disinteressata, quella di un individuo a volte soltanto interessata. L’epitaffio “riposa in pezzi, ci mancherai” può allora essere l’umana conclusione per una rovinosa caduta in acqua di un collega robot.

Alfonso Benevento

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