Login

L’acqua presente sul nostro pianeta occupa circa un miliardo e mezzo di chilometri cubi. Tuttavia, solo il 3% di essa è considerata dolce o potabile mentre il rimanente 97% è costituito da acqua non potabile (vedi figura 1). Tenendo conto che l’acqua dolce è presente soprattutto come acqua sotterranea o immagazzinata nei ghiacciai e nelle calotte polari (2,5%), la percentuale di quella realmente disponibile scende allo 0,5%.

Fig 1. Ripartizione dell'acqua nel mondo. Fonte: World Business Council for Sustainable Development

Se fosse gestita in modo sostenibile l'acqua potabile disponibile sul nostro pianeta sarebbe sufficiente per tutta la popolazione mondiale. Tuttavia, secondo l'ultimo rapporto del World Water Council, ancora oggi oltre un miliardo di persone non ha accesso a fonti d'acqua sicure e altri 2,6 miliardi di persone vivono in condizione di grande precarietà privi di servizi igienico-sanitari di base. I paesi più colpiti dalla carenza d'acqua dolce sono in Africa (Guinea Equatoriale, Angola, Ciad, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo e Madagascar), Asia (Papua Nuova Guinea e Afghanistan) e America Latina. Come se ciò non bastasse secondo un rapporto di UNICEF e OMS, realizzato nell'ambito del JMP (Joint Monitoring Programme for Water Supply and Sanitation), nel 2030 la domanda mondiale d'acqua aumenterà del 50%. I settori che oggi consumano più acqua sono l'agricoltura, l'industria e i servizi (vedi figura 2)

Fig 2. Consumi mondiali d'acqua per settore. Fonte: World Business Council for Sustainable Development

In Europa, così come nel resto del mondo le abitudini alimentari e il cambiamento climatico hanno un impatto fortemente negativo sull'uso dell'acqua. In Italia, ad esempio, secondo un studio realizzato dall'ENEA, ogni persona consuma in media 162 litri d'acqua al giorno (vedi figura 3).

Fig 3. Percentuali di consumo d'acqua in Italia. Fonte: studio ENEA

Per quanto riguarda la filiera alimentare, i consumi d'acqua più elevati si registrano nella produzione della carne. Poi a seguire formaggi, riso, uova, legumi, pane, frutta e ortaggi (vedi figura 4). E' stato calcolato che in Occidente l’acqua utilizzata per bere sia pari a quattro litri giornalieri tra quella che si beve direttamente e quella che si assimila con il cibo che mangiamo. Per produrre la quantità media di cibo che costituisce la nostra dieta quotidiana si stimano almeno 2000 litri di acqua. Per quanto riguarda, invece, l’agricoltura, che in Europa rappresenta il 36% dei consumi di acqua (il 70% a livello mondiale), si è visto che le regioni mediterranee sono quelle che presentano il maggiore consumo di acqua per l’agricoltura con oltre il 75% dell'uso totale di acqua (EEA, 2016, EC, 2016). Nel grafico sottostante i valori dell'impronta idrica, che è un indicatore che misura il volume totale di acqua usata sia in modo diretto (per lavarsi, per bere…) che indiretto (servizi, produzione di beni di consumo…). Questo indicatore comprende sia l’acqua piovana che quella prelevata dai fiumi, dai laghi e dalle falde acquifere

Fig 4. Impronta idrica degli alimenti. Fonte: 

L’acqua è una risorsa essenziale per la vita per la popolazione del nostro pianeta e la sua disponibilità condiziona la maggior parte delle attività economiche nonché la sicurezza alimentare e il progresso sociale di tutta la popolazione mondiale. Tuttavia, ci ricorda il World Water Council, l'acqua ha un ruolo chiave sotto il profilo sociale, economico e politico e sempre più spesso rappresenta una delle principali cause di carestie, guerre e migrazioni. Pertanto, occorre che tutti gli attori in campo (governi, istituzioni, agenzie, imprese, associazioni e cittadini) contribuiscano alla definizione di un sistema di regole di gioco che comprenda i diritti e i doveri e i criteri per garantire l’accesso a fonti d'acqua sicure per tutti. 

  

 

L’iniziativa “Cinema2Day”, promossa dal Mibact (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo) in collaborazione con Anem (Associazione Nazionale Esercenti Multiplex), Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali) e Anec (Associazione Nazionale Esercenti Cinema), terminerà il prossimo 7 febbraio. L’iniziativa, incominciata a settembre dello scorso anno, permetteva che di andare al cinema con 2 euro ogni secondo mercoledì del mese e, secondo gli ultimi dati Cinetel, ha riscontrato successo: nel primo mercoledì di settembre sono stati registrati 598mila ingressi, nel secondo poco meno di 1 milione e l’11 gennaio, cioè l’ultimo mercoledì dell’iniziativa, oltre un milione di ingressi.

Alla luce di questi numeri e in un periodo in cui cresce sempre di più la disaffezione verso le sale (soprattutto trai i giovani), è nata una raccolta firme su Change.org. Ad organizzarla è stato Luca di Egidio, classe 1995, studente universitario, già Consigliere di Dipartimento presso l’Università di Roma Tre, che, insieme ad un gruppo di giovani studenti e lavoratori romani, ha deciso di scrivere una lettera al Ministro Dario Franceschini, con la quale ha chiesto il prolungamento dell’iniziativa fino al prossimo giugno. «Un’iniziativa popolare che riavvicina la politica al paese reale», si legge nella lettera, «e riavvicina le persone alla magia della sala». «Per me che vivo nel Municipio di Cinecittà, il Municipio del cinema», spiega di Egidio, «è una soddisfazione vedere che in questi appuntamenti quasi 1 italiano su 100 era nelle sale» e continua, «concludere a febbraio questi appuntamenti popolari sarebbe davvero un’occasione persa». Fino ad oggi i cinema capitolini che hanno aderito all’iniziativa “Cinema2Day” sono circa cinquanta, tra cui anche nomi storici come il Barberini, il Maestoso e il Farnese. Nonostante i risultati positivi ottenuti dall'iniziativa, sono emerse alcune critiche. Tra queste, quella secondo cui i cinema al costo di 2 euro di mercoledì toglierebbero clientela ai fine settimana precedenti e successivi. A questo proposito, l'Anec propone di eliminare gli ultimi film usciti e valorizzare piuttosto quelli usciti già tempo. Ribatte di Egidio, «ci rendiamo conto delle difficoltà pratiche che possono derivare dalla proroga, ma speriamo e vogliamo credere che una misura così accolta dagli italiani possa vincere contro ogni impedimento».

La lettera non ha ancora ricevuto una risposta ufficiale ma la raccolta firme organizzata su change.org ha già superato le 1200 firme e ha raggiunto diverse città in tutta Italia tra cui Torino, Milano e Bologna. 

Donald Trump giura a Capitol Hill nel giorno più importante per la storia americana, da questo momento è il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. "Questa cerimonia ha un significato molto importante oggi. Non è solo un trasferimento di amministrazione , ma stiamo riportando il potere al popolo. Per troppo tempo un gruppo ristretto di persone ha gestito il governo. La prosperità era per i politici e non per le imprese". 

 

 

“Da oggi una nuova visione governerà gli Stati Uniti - ha esordito Trump, esplicitando le sue intenzioni sull’operato della sua presidenza - Ogni decisione, su commercio, fisco, esteri, ne dovranno beneficiare i lavoratori degli Stati Uniti. Difenderemo gli interessi degli Usa dalla razzia di altre imprese. Questa tutela porterà prosperità e forza e io combatterò con ogni respiro per questo obiettivo, non vi deluderò. Con due regole semplici: assumi americani, compra prodotti americani. Porteremo le persone fuori dalla disoccupazione”. 

“Vogliamo rafforzare le alleanze e porci contro il terrorismo islamico, per sradicarlo dalla faccia della terra - ha continuato il neo presidente - Americani di tutte le città, vicine e lontane, piccole e grandi, da oceano a oceano: non verrete più ignorati. Renderemo questo Paese prospero, sicuro, grande, grandioso”.
Dio benedica voi e gli Stati Uniti d'America, e insieme faremo tornare grande l’America”. Così chiude il suo discorso Donald Trump, ripetendo anche il suo grande motto che lo ha accompagnato per tutta la sua campagna politica. Mentre nello studio ovale Obama lascia una lettera di rito per il suo successore come vuole la consuetudine. Intanto, Washington era segnata dai disordini che in molti avevano preventivato, a seguito di numerosi dimostranti vestiti di nero (i Black Block) la città ha dovuto rafforzare le misure di sicurezza per l’accesso a Capitol Hill con ben 3 passaggi al metal detector.

Dopo l'insediamento a Capitol Hill,  come vuole la tradizione al neo-presidente Donald Trump è toccato aprire le danze al ballo ufficiale al Liberty Ball. Tra sorrisi e un po' di imbarazzo per Trump, che in pista con Melania sulle note di "My way" non si è rivelato gran ballerino. Si chiude così il grande giorno dell’insediamento della nuova amministrazione Americana che per i prossimi 4 anni dovrà risollevare il paese dalle molte proteste che si stanno accumulando per la nomina a presidente degli stati uniti d’America per Donald Trump.

Ipsos Flair, arrivato alla sua settima edizione, è la pubblicazione che espone il punto di vista di Ipsos sulla situazione, il clima e il sentiment del paese.

 

Il volume di quest’anno, che si intitola “Italia 2017: una realtà su misura”, è dedicato all’analisi e alla lettura di un mondo che diventa sempre più complesso e sfuggente, sempre più sfaccettato e individualizzato. Una realtà su misura anche per sottolineare come quest’ultima viene percepita dagli italiani contemporaneamente minacciosa e attraente, indecifrabile e amichevole, terrorizzante e confortante in una costante ambivalenza interpretativa nella quale, sempre più spesso, l’altro e il diverso è vissuto come un nemico.

 

Gli Italiani si trovano intorno alla difficoltà nel governare il loro rapporto con la realtà, una realtà che in particolare vivono come un’aggressione. Aggressione esterna, portato di fattori esogeni o percepiti come tali. Sotto un certo aspetto la globalizzazione, l’Europa, la crisi economica, i flussi migratori provocano reazioni sempre più incattivite difficili da controllare. Ma anche fattori endogeni, primo fra tutti il tema della difficoltà della politica a farsi carico delle sofferenze sociali, commenta Nando Pagnoncelli, Presidente Ipsos Italia, che continua: In sostanza è stato questo il segnale mandato dal voto referendario. I ceti più esposti alla crisi, i segmenti del ceto medio che si impoveriscono, le realtà periferiche, hanno votato no.”

 

In questo mondo così complesso e bifronte le persone si ritagliano un pezzo di realtà confortevole, una propria e personale confort zone evitando per quanto possibile che il resto che confligge entri nella propria vita. Per difendersi, per non soccombere ad una società sovracomunicata, disarticolata, gli individui si creano dunque una bolla nella quale accomodarsi. È il fenomeno dell’individualizzazione ma anche dell’omofilia, della ricerca del simile e la negazione del diverso.

In questo nuovo paradigma i soggetti che avevano funzione sociale, come la politica e le rappresentanze intermedie, vengono progressivamente a mancare nelle loro funzioni e autorevolezza. Al contempo le marche, adesso portatrici di valori e vissuto reali anche grazie alle nuove strategie di comunicazione, giocano sempre più un ruolo politico e sociale.

 

“I brand hanno sempre più un ruolo attivo nella società, sono spesso veicoli di valori all’avanguardia, punti di riferimento, ma anche compagni di strada, amici o nemici. Ma con al centro, sempre, la liberazione delle spinte individuali in una realtà non etichettabile. È un percorso di libertà da un lato, ma appunto con il rischio di lacerazione dei legami. Tenere insieme i due aspetti è la sfida”, commenta ancora Nando Pagnoncelli.

Giocano tutti i giorni ai videogiochi, si registrano e pubblicano le riprese sui loro canali YouTube, intrattengono il pubblico facendo commenti e battute, loro sono i gamer. Alcuni lo fanno esclusivamente per passione, altri inventandosi una nuova professione ricevono soldi da tutte quelle piattaforme on line, più o meno note, su cui pubblicano i loro video. Il guadagno è comunque assicurato per tutti: sia per i gamer che accrescono in notorietà, in numero di iscritti e quindi in visualizzazioni, sia per le piattaforme di pubblicazione video che vedono aumentare il loro pubblico a cui offrono pubblicità e servizi pagamento.

Attualmente il gamer italiano più famoso è Favij, oltre 3.000.000 di iscritti al suo canale YouTube. Nel 2012 ha iniziato l’avventura video-social con 2 suoi amici, ma dopo qualche mese i 3 ragazzi hanno preso strade diverse. A Lorenzo Ostuni, in arte Favij, è comunque andata bene riuscendo a fare da solo tanta strada e ottenere parecchio successo. I video che lo hanno reso famoso sono quelli sui giochi horror pieni di jumpscare, salti di paura usati nei videogame con lo scopo di spaventare il giocatore con avvenimenti inaspettati, con cui ha raggiunto la straordinaria cifra di 3.300.000 iscritti. Nel 2015 la “Indiana Production Company” ha prodotto il film “Game Terapy”, in cui Favij con altri 3 youtuber hanno interpretato proprio il ruolo dei videogiocatori.

In assoluto il gamer più seguito al mondo è PewDiePie, un ragazzo svedese di 27 anni che dal 2010 ad oggi ha raggiunto, e superato, la gigantesca cifra di 50.000.000 di iscritti. Complessivamente tutti i video del suo canale hanno superato i 10.000.000.000 di visualizzazioni. Una parte dei suoi guadagni l’ha investita per organizzare diverse raccolte di beneficenza per alcuni enti assistenziali tra cui il WWF e il St. Jude Children's Research Hospital. Nel 2014 per Save The Children è riuscito a raccogliere più di 650.000 dollari, ma forse la raccolta più cospicua è stata quella dello scorso dicembre in cui insieme ad altri suoi amici e colleghi, tra cui la fondazione Bill & Melinda Gates, e dopo svariate ore di video in diretta è riuscito a racimolare 1.300.000 dollari. Resta un mistero a quanto ammonta il suo patrimonio, visto che non ha mai rivelato il suo guadagno annuo, anche se diversi siti hanno pubblicato delle stime che si potrebbero avvicinare alla verità.

C’è invece chi come KSI non si vergogna ad ammettere di essere diventato milionario con questo mestiere. Lui, ragazzo afro-americano, ha oltre 15.000.000 di iscritti e più di 3.000.000.000 di visualizzazioni, ottenuti tutti dalle sue canzoni e dai video su FIFA, il più famoso e venduto gioco di calcio per console. Senza imbarazzo va in giro ostentando le sue scarpe d’oro, e sfoggiando la sua Lamborghini Aventador dal colore personalizzato e resa protagonista di una delle sue più famose canzoni. La Microsoft, major fra le aziende mondiali di informatica, lo ha accusato di essere sessista e volgare tant’è che ha interrotto tutti i rapporti con lui.

I gamer sono i protagonisti di questo nuovo mestiere online, impensabile fino a qualche anno fa, che a tutti dispensa visualizzazioni ma soltanto a pochissimi da guadagni stratosferici.

 

 

 

Our first round of piloting shocked us into reality.” (“Dopo aver controllato i primi risultati ottenuti dalla nostra indagine siamo rimasti scioccati.”) I ricercatori del gruppo Stanford History Education Stanford della Stanford University sono infatti rimasti impressionati (se non delusi) dalle riposte ottenute nella loro indagine “Evaluting information: the cornerstone of civic online reasoning” (“Saper valutare le informazioni: il fondamento del ragionamento civico online”) che ha coinvolto nell’arco di un anno e mezzo (gennaio 2015-giugno 2016) 7.804 studenti di 12 stati Usa diversi e 3 differenti livelli scolastici: scuole medie, superiori ed università. La maggior parte di loro, stando ai dati della ricerca, non saprebbero riconoscere una notizia vera da una falsa. 

Tra i più giovani, a cui è stato chiesto di identificare un “native advertising” tra quelli contenuti all’interno del sito web slate.com, solo il 20% ha notato la dicitura “sponsored content” sul banner che evidentemente al restante 80% deve esser sembrato un approfondito articolo riguardante le donne ed il loro rapporto con la tecnologia.

Per ingannare i liceali invece è bastato aggiungere la scritta “I fiori nucleari di Fukushima” ad una foto di alcune margherite deformi (immagine fittiziamente scaricata dal sito Imgur) perché il 40% di loro considerasse il post una forte testimonianza degli effetti radioattivi legati al disastro della centrale nucleare avvenuto nella città giapponese l’11 Marzo 2011.

Gli universitari si sono infine confrontati con la “prova Twitter” che prevedeva l’analisi del seguente “cinguettio” dell’organizzazione di difesa liberale MoveOn.org: “New polling shows the @NRA is out of touch with gun owners and their own members.” (“Un nuovo sondaggio mostra che la NRA (National Rifle Association – organizzazione che tutela il diritto di tenere e portare armi) non è informata sui possessori di armi ed i propri membri.”) al quale era annesso un grafico elaborato dalla CAP (Center for American Profress – altra organizzazione di difesa liberale) che dichiarava “Two out of three gun owners say they would be more likely to vote for a candidate who supported background checks.” (“Tra i possessori di armi due su tre vorrebbero votare per un candidato favorevole ai controlli dei precedenti penali”). Tuttavia tra tutti gli intervistati solo il 25% ha evidenziato il forte interesse di entrambe le organizzazioni di difesa liberale nel pubblicare quei dati, il restante 75% ha considerato la fonte d’informazione fortemente attendibile.

Sono numeri sconcertati che spiegano tuttavia l’effetto virale delle bufale durante la campagna referendaria recentemente conclusasi (link a mio articolo), che motivano ancor più fortemente la scelta dell’ Oxford Dictionnaries di eleggere “post-truth” a parola dell’anno 2016 (link ad articolo di Silvia) ma che soprattutto ci spingeranno a chiederci se ciò che stiamo leggendo è vero o se sta svolgendo una funzione manipolatrice su di noi, se possiamo fidarci di quella determinata fonte d’informazione o se è necessario andare più in profondità, in altre parole a sviluppare di fatto il pensiero critico.

 

 

Attraverso il processo fotosintetico le piante assorbono il diossido di carbonio e lo trasformano, dopo una serie di cicli, in diverse sostanze organiche. È un processo lento e può sintetizzare fino al 25% della CO2 presente nell’atmosfera. Un team di ricercatori del Max Planck Institute for Terrestrial Microbiology di Marburg, in Germania sono partiti dalla fotosintesi per realizzare un procedimento analogo, ma più veloce ed energicamente efficiente.

Lo studio condotto dai ricercatori tedeschi si è concentrato sullo sviluppo di un meccanismo di biosintesi per convertire anidride carbonica in prodotti organici. In altre parole, hanno riprodotto in laboratorio la fissazione del carbonio, cioè la seconda parte del processo fotosintetico, detta anche “fase oscura, che è risultata però più veloce ed efficiente dal punto di vista energetico rispetto a quella naturale. Quando le piante assorbono il carbonio durante il ciclo di Calvin, cioè la seconda fase processo fotosintetico, entra in gioco un enzima, il RuBisCO (Ribulosio Bisfosfato Carbossilasi/Ossigenasi), che aiuta la reazione che trasforma la CO2 in glucosio usato poi dalle piante come fonte di energia. I ricercatori hanno notato che il RuBisCO non è veloce  e di conseguenza rallenta l’intero processo di fotosintesi. Per realizzare un sistema più veloce, il team ha scelto 17 differenti enzimi provenienti da 9 diversi organismi viventi e ha progettato un nuovi sistema che ricrea il Ciclo di Calvin, ma con risultati superiori. Questi enzimi, fa sapere il team, appartengono ad un gruppo chiamato ECR e potrebbero aprire la strada ad un nuovo tipo di sistema di cattura del carbonio potenzialmente più efficace rispetto alla fotosintesi naturale. In particolare, gli enzimi ECR risultano in grado di fissare la CO2 quasi venti volte più velocemente del RuBisCO. 

Il team di ricercatori del Max Plank Institute fa sapere che il processo è stato sperimentato finora solo in vitro e quindi, fino a quando non saranno svolte ulteriori ricerche, non si può dire nulla con certezza. 

 

La sera del 7 novembre la Tour Eiffel a Parigi e la Tour Hassan a Rabat si sono illuminate di verde in contemporanea. Si è aperta così la 22esima edizione della conferenza annuale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP22) che proseguirà fino al prossimo 18 novembre e che avrà come principale obiettivo quello di cominciare a mettere in pratica quanto deciso lo scorso dicembre con l’Accordo di Parigi sul clima (Paris Agreement).

L’Accordo, che entrerà ufficialmente in vigore nel 2020, prevede di fermare il riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C dai livelli preindustriali, con volontà di contenerlo entro gli 1,5 °C. Inoltre, l’Accordo stabilisce di rivedere gli impegni dei singoli Stati firmatari ogni cinque anni per migliorare i livelli già raggiunti, e di investire 100 miliardi di dollari ogni anno in programmi climatici nei Paesi in via di sviluppo. Nella COP22 in corso a Marrakech si dovrà definire in che modo monitorare i flussi finanziari che andranno a vantaggio soprattutto dei paesi del Sud del mondo, ovvero quei paesi che meno contribuiscono alla lotta ai cambiamenti climatici, ma che ne pagano maggiormente le conseguenze.

Il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP), nel suo ultimo rapporto sulle emissioni globali di C02, sottolinea che l’Accordo di Parigi sul clima non è sufficiente. Il rapporto rileva che, con gli impegni presi finora, entro il 2030 i gas serra raggiungeranno comunque le 54-56 Giga-Tonnellate (Gt) di biossido di carbonio equivalente, cioè ben al di sopra del tetto delle 42 Gt, individuato dagli scienziati come limite affinché si possa contenere il riscaldamento globale entro i 2°C. Questo significa, spiega l’UNEP, che anche se gli obiettivi dell’Accordo di Parigi saranno pienamente raggiunti, le emissioni antropiche porteranno comunque il Pianeta verso un aumento della temperatura globale che oscillerà tra i 2,9 e 3,4 °C con conseguenze ambientali disastrose: ondate di calore, inondazioni e periodi di siccità sempre più frequenti ed intensi, impatti sulle specie animali e vegetali, una maggior diffusione delle malattie. Uno studio onnicomprensivo sui dati del cambiamento climatico, pubblicato su Science, svela che l’aumento di un 1°C in più rispetto ai livelli attuali avrebbe gravi ripercussioni su oltre l’80% della biodiversità globale. Secondo un rapporto della Banca Mondiale, invece, presentato in questi giorni alla COP22, le catastrofi naturali già oggi provocano ogni anno perdite per circa 520 miliardi di dollari e spingono alla povertà 26 milioni di persone in tutto il mondo.

L’Agenzia Metereologica delle Nazioni Unite (WMO) ha reso noto che il 2016 sarà molto probabilmente l’anno più caldo della storia del nostro pianeta (record già raggiunto nel 2015), con un aumento di 1,2 °C rispetto ai livelli preindustriali. Il fenomeno de El Niño ha contribuito a questo risultato, fa sapere l’Agenzia, anche se la causa principale rimangono i gas serra di origine antropica, soprattutto dal settore dei trasporti e dalle attività agricole e agroalimentari.

L’allarme Climate Change, tuttavia, non sembra finora avere avuto l’effetto sperato sulle decisioni dei governi dei paesi più inquinanti. La Cina, ad esempio, che rappresenta il 30% delle emissioni di CO2 globali, ha espresso la volontà di ridurle notevolmente ma solo a partire dal 2030. L’India, invece, ha approvato un piano che consentirà di triplicare le sue emissioni entro il 2030 che, secondo le stime del Governo Indiano, rappresenterebbe un miglioramento poiché, senza questo piano, le emissioni sarebbero aumentate di sette volte. Gli Stati Uniti, al contrario, hanno programmato un piano di riduzione ambizioso che prevede, entro il 2025, un taglio delle emissioni di CO2 tra il 26% e il 28% rispetto ai livelli del 2005. Tuttavia, il piano, predisposto dall'amministrazione Obama deve essere riconfermato dal neo-eletto presidente Donald Trump che, secondo alcune autorevoli agenzie di stampa, avrebbe affermato, di volere rinegoziare i precedenti accordi stabiliti da Obama. 

Dopo la prima settimana di negoziati, si è tenuta il 15 novembre la prima sessione della Conferenza delle Parti dell’Accordo di Parigi (CMA1) alla quale hanno partecipato 196 delegati dei vari Paesi firmatari e durante la quale si sono cominciate a definire le misure di attuazione degli obiettivi dell'Accordo di Parigi sul clima. L’Italia ha potuto partecipare solo come “osservatore” poiché ha ratificato l’Accordo soltanto tre settimane fa. Infatti alla CMA1, come da regolamento, hanno potuto partecipare soltanto i paesi che hanno depositato la loro ratifica prima del 14 ottobre. In ogni caso, per rientrare nell’obiettivo dei +2°C, l’Italia deve attuare entro il 2020 una riduzione del 30% delle emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 1990. Se invece volesse raggiungere l’ambizioso obiettivo +1,5°, deve tagliare le emissioni del 38% sempre entro il 2020.

Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) muoiono ogni anno oltre 7 milioni di persone nel mondo per cause legate all'inquinamento atmosferico e il numero è destinato a crescere annualmente di 250mila morti in più a partire dal 2030. Dati alla mano ora spetta ai governi dei Paesi che aderiscono alla COP22 essere più rigorosi nel diminuire i consumi energetici, più decisi nella lotta al cambiamento climatico e più risoluti nella salvaguardia del pianeta. 

Il 25% delle emissioni globali di CO2 deriva dall'industria alimentare e, in particolare, dalla sola produzione di cinque alimenti: riso, soia, mais, grano e olio di palma. A segnalare l’insostenibilità dell’agricoltura intensiva e le sue conseguenze sull'ambiente, è stato l’Oxfam (confederazione internazionale impegnata in campagne di opinione e sensibilizzazione con lo scopo di promuovere politiche più vicine ai paesi poveri del mondo) con il suo ultimo report “A qualcuno piace caldo: così l’industria alimentare nutre il cambiamento climatico”, presentato  in occasione del Business and Climate Summit 2016 che si è tenuto a Londra nei giorni scorsi.

Il report analizza i consumi dell’industria alimentare e suoi legami con il cambiamento climatico, sottolineando la necessità di un’inversione di rotta da parte della grandi aziende produttrici di questi cinque alimenti, insieme con tutte le altre aziende operanti nella filiera alimentare, al fine di ridurre al più presto la quantità di emissioni di CO2. Il tutto in accordo con quanto sabilito dalla Conferenza di Parigi (COP 21) che punta di fermare il riscaldamento globale al di sotto  dei 2 gradi °C, con volontà di contenerlo entro gli °1,5.

Il report stima, inoltre, che dalle 10 maggiori aziende che operano nel settore alimentare dipendo circa 100 milioni di agricoltori che per primi subiscono le conseguenze del cambiamento climatico e che spesso sono costretti a vendere la loro terra, piombando il più delle volte in condizioni di miseria e povertà. Ad essere le più colpite sono poi le donne che in molti paesi non hanno diritto a possedere la terra e sono escluse anche dalle cooperative agricole che supportano il sistema agricolo quando si verificano disastri climatici che minacciano i raccolti.

L’Oxfam richiama poi le grandi aziende che operano nell'industria alimentare, non solo a ridurre le emissioni di CO2 all'interno della filiera produttiva, ma anche a garantire ai contadini redditi adeguati in modo che possano sopravvivere alle conseguenze del cambiamento climatico. Inoltre, con la campagna “Sfido la fame”, l’Oxfam sostiene migliaia di agricoltrici nei paesi più poveri del pianeta con l’obiettivo di offrire l’opportunità anche alle donne più povere e con meno possibilità di lavorare e di avere autonomia economica, di sfamare se stesse e le proprie famiglie e di condurre così una vita più dignitosa.

Al seguente link, i dati sul livello di emissioni associate alla produzione intensiva di vari alimenti: https://policy-practice.oxfamamerica.org/work/climate-change/food-commodity-footprints/

Le attività economiche dell’uomo, in particolare, allevamento e agricoltura praticate in modo intensivo, minacciano gli oltre 6,7 milioni di chilometri quadri di Foresta Amazzonica, il più grande polmone verde del nostro pianeta e "casa" per circa il 10% delle specie viventi. Questo è quanto denuncia l’ultimo rapporto del WWF, “Living Amazon Report 2016”, il quale analizza le principali cause che mettono sotto pressione l’integrità del più grande ecosistema del pianeta. 

Tra le maggiori cause, il Report individua l’allevamento e l’agricoltura, praticate in modo insostenibile, che hanno portato negli ultimi decenni alla perdita del 17% delle foreste. Il Report riporta, inoltre, che gli ambienti fluviali amazzonici sono minacciati da oltre 250 progetti di grandi dighe e centrali idroelettriche che avranno un impatto senza precedenti sul sistema idrologico e sulla sopravvivenza di molte specie acquatiche che abitano l'area. Inoltre, vi sono circa 20 progetti in corso per costruire strade che taglierebbero la Foresta con gravi ripercussioni sulla vegetazione e sono oltre 800 i permessi già concessi per l’estrazione mineraria e la ricerca di idrocarburi nelle aree protette.

Il WWF comunica, inoltre che l’Amazzonia, rappresenta la “casa” per circa 34 milioni di persone che costituiscono circa 350 gruppi indigeni, e ospita più di 2000 specie di piante, scoperte solo negli ultimi sedici anni, e aggiunge che il vapore acqueo rilasciato dalla vegetazione crea una serie di “fiumi volanti” fondamentali per le piogge e che il carbonio, stoccato negli alberi e nelle foglie, è  di vitale importanza in caso di incendi e nel contrasto ai cambiamenti climatici.  

Il WWF si è adoperato negli ultimi anni attraverso la “Living Amazon Iniziative” (LAI), impegnandosi in attività di vigilanza, promozione di un turismo sostenibile  e lavorando sull’implementazione delle aree protette, la conservazione della biodiversità, cooperando anche con le istituzioni internazionali e locali e coinvolgendo le popolazioni autoctone. "Se l'Amazzonia scompare - dichiara il WWF - non perderemo soltanto l'area con la più grande ricchezza di flora e fauna del pianeta, ma anche il nostro futuro". 

 

Pagina 1 di 2

Video









Vai all'inizio della pagina