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Ambiente

Ambiente (12)

L’acqua presente sul nostro pianeta occupa circa un miliardo e mezzo di chilometri cubi. Tuttavia, solo il 3% di essa è considerata dolce o potabile mentre il rimanente 97% è costituito da acqua non potabile (vedi figura 1). Tenendo conto che l’acqua dolce è presente soprattutto come acqua sotterranea o immagazzinata nei ghiacciai e nelle calotte polari (2,5%), la percentuale di quella realmente disponibile scende allo 0,5%.

Fig 1. Ripartizione dell'acqua nel mondo. Fonte: World Business Council for Sustainable Development

Se fosse gestita in modo sostenibile l'acqua potabile disponibile sul nostro pianeta sarebbe sufficiente per tutta la popolazione mondiale. Tuttavia, secondo l'ultimo rapporto del World Water Council, ancora oggi oltre un miliardo di persone non ha accesso a fonti d'acqua sicure e altri 2,6 miliardi di persone vivono in condizione di grande precarietà privi di servizi igienico-sanitari di base. I paesi più colpiti dalla carenza d'acqua dolce sono in Africa (Guinea Equatoriale, Angola, Ciad, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo e Madagascar), Asia (Papua Nuova Guinea e Afghanistan) e America Latina. Come se ciò non bastasse secondo un rapporto di UNICEF e OMS, realizzato nell'ambito del JMP (Joint Monitoring Programme for Water Supply and Sanitation), nel 2030 la domanda mondiale d'acqua aumenterà del 50%. I settori che oggi consumano più acqua sono l'agricoltura, l'industria e i servizi (vedi figura 2)

Fig 2. Consumi mondiali d'acqua per settore. Fonte: World Business Council for Sustainable Development

In Europa, così come nel resto del mondo le abitudini alimentari e il cambiamento climatico hanno un impatto fortemente negativo sull'uso dell'acqua. In Italia, ad esempio, secondo un studio realizzato dall'ENEA, ogni persona consuma in media 162 litri d'acqua al giorno (vedi figura 3).

Fig 3. Percentuali di consumo d'acqua in Italia. Fonte: studio ENEA

Per quanto riguarda la filiera alimentare, i consumi d'acqua più elevati si registrano nella produzione della carne. Poi a seguire formaggi, riso, uova, legumi, pane, frutta e ortaggi (vedi figura 4). E' stato calcolato che in Occidente l’acqua utilizzata per bere sia pari a quattro litri giornalieri tra quella che si beve direttamente e quella che si assimila con il cibo che mangiamo. Per produrre la quantità media di cibo che costituisce la nostra dieta quotidiana si stimano almeno 2000 litri di acqua. Per quanto riguarda, invece, l’agricoltura, che in Europa rappresenta il 36% dei consumi di acqua (il 70% a livello mondiale), si è visto che le regioni mediterranee sono quelle che presentano il maggiore consumo di acqua per l’agricoltura con oltre il 75% dell'uso totale di acqua (EEA, 2016, EC, 2016). Nel grafico sottostante i valori dell'impronta idrica, che è un indicatore che misura il volume totale di acqua usata sia in modo diretto (per lavarsi, per bere…) che indiretto (servizi, produzione di beni di consumo…). Questo indicatore comprende sia l’acqua piovana che quella prelevata dai fiumi, dai laghi e dalle falde acquifere

Fig 4. Impronta idrica degli alimenti. Fonte: 

L’acqua è una risorsa essenziale per la vita per la popolazione del nostro pianeta e la sua disponibilità condiziona la maggior parte delle attività economiche nonché la sicurezza alimentare e il progresso sociale di tutta la popolazione mondiale. Tuttavia, ci ricorda il World Water Council, l'acqua ha un ruolo chiave sotto il profilo sociale, economico e politico e sempre più spesso rappresenta una delle principali cause di carestie, guerre e migrazioni. Pertanto, occorre che tutti gli attori in campo (governi, istituzioni, agenzie, imprese, associazioni e cittadini) contribuiscano alla definizione di un sistema di regole di gioco che comprenda i diritti e i doveri e i criteri per garantire l’accesso a fonti d'acqua sicure per tutti. 

  

 

Attraverso il processo fotosintetico le piante assorbono il diossido di carbonio e lo trasformano, dopo una serie di cicli, in diverse sostanze organiche. È un processo lento e può sintetizzare fino al 25% della CO2 presente nell’atmosfera. Un team di ricercatori del Max Planck Institute for Terrestrial Microbiology di Marburg, in Germania sono partiti dalla fotosintesi per realizzare un procedimento analogo, ma più veloce ed energicamente efficiente.

Lo studio condotto dai ricercatori tedeschi si è concentrato sullo sviluppo di un meccanismo di biosintesi per convertire anidride carbonica in prodotti organici. In altre parole, hanno riprodotto in laboratorio la fissazione del carbonio, cioè la seconda parte del processo fotosintetico, detta anche “fase oscura, che è risultata però più veloce ed efficiente dal punto di vista energetico rispetto a quella naturale. Quando le piante assorbono il carbonio durante il ciclo di Calvin, cioè la seconda fase processo fotosintetico, entra in gioco un enzima, il RuBisCO (Ribulosio Bisfosfato Carbossilasi/Ossigenasi), che aiuta la reazione che trasforma la CO2 in glucosio usato poi dalle piante come fonte di energia. I ricercatori hanno notato che il RuBisCO non è veloce  e di conseguenza rallenta l’intero processo di fotosintesi. Per realizzare un sistema più veloce, il team ha scelto 17 differenti enzimi provenienti da 9 diversi organismi viventi e ha progettato un nuovi sistema che ricrea il Ciclo di Calvin, ma con risultati superiori. Questi enzimi, fa sapere il team, appartengono ad un gruppo chiamato ECR e potrebbero aprire la strada ad un nuovo tipo di sistema di cattura del carbonio potenzialmente più efficace rispetto alla fotosintesi naturale. In particolare, gli enzimi ECR risultano in grado di fissare la CO2 quasi venti volte più velocemente del RuBisCO. 

Il team di ricercatori del Max Plank Institute fa sapere che il processo è stato sperimentato finora solo in vitro e quindi, fino a quando non saranno svolte ulteriori ricerche, non si può dire nulla con certezza. 

 

La sera del 7 novembre la Tour Eiffel a Parigi e la Tour Hassan a Rabat si sono illuminate di verde in contemporanea. Si è aperta così la 22esima edizione della conferenza annuale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP22) che proseguirà fino al prossimo 18 novembre e che avrà come principale obiettivo quello di cominciare a mettere in pratica quanto deciso lo scorso dicembre con l’Accordo di Parigi sul clima (Paris Agreement).

L’Accordo, che entrerà ufficialmente in vigore nel 2020, prevede di fermare il riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C dai livelli preindustriali, con volontà di contenerlo entro gli 1,5 °C. Inoltre, l’Accordo stabilisce di rivedere gli impegni dei singoli Stati firmatari ogni cinque anni per migliorare i livelli già raggiunti, e di investire 100 miliardi di dollari ogni anno in programmi climatici nei Paesi in via di sviluppo. Nella COP22 in corso a Marrakech si dovrà definire in che modo monitorare i flussi finanziari che andranno a vantaggio soprattutto dei paesi del Sud del mondo, ovvero quei paesi che meno contribuiscono alla lotta ai cambiamenti climatici, ma che ne pagano maggiormente le conseguenze.

Il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP), nel suo ultimo rapporto sulle emissioni globali di C02, sottolinea che l’Accordo di Parigi sul clima non è sufficiente. Il rapporto rileva che, con gli impegni presi finora, entro il 2030 i gas serra raggiungeranno comunque le 54-56 Giga-Tonnellate (Gt) di biossido di carbonio equivalente, cioè ben al di sopra del tetto delle 42 Gt, individuato dagli scienziati come limite affinché si possa contenere il riscaldamento globale entro i 2°C. Questo significa, spiega l’UNEP, che anche se gli obiettivi dell’Accordo di Parigi saranno pienamente raggiunti, le emissioni antropiche porteranno comunque il Pianeta verso un aumento della temperatura globale che oscillerà tra i 2,9 e 3,4 °C con conseguenze ambientali disastrose: ondate di calore, inondazioni e periodi di siccità sempre più frequenti ed intensi, impatti sulle specie animali e vegetali, una maggior diffusione delle malattie. Uno studio onnicomprensivo sui dati del cambiamento climatico, pubblicato su Science, svela che l’aumento di un 1°C in più rispetto ai livelli attuali avrebbe gravi ripercussioni su oltre l’80% della biodiversità globale. Secondo un rapporto della Banca Mondiale, invece, presentato in questi giorni alla COP22, le catastrofi naturali già oggi provocano ogni anno perdite per circa 520 miliardi di dollari e spingono alla povertà 26 milioni di persone in tutto il mondo.

L’Agenzia Metereologica delle Nazioni Unite (WMO) ha reso noto che il 2016 sarà molto probabilmente l’anno più caldo della storia del nostro pianeta (record già raggiunto nel 2015), con un aumento di 1,2 °C rispetto ai livelli preindustriali. Il fenomeno de El Niño ha contribuito a questo risultato, fa sapere l’Agenzia, anche se la causa principale rimangono i gas serra di origine antropica, soprattutto dal settore dei trasporti e dalle attività agricole e agroalimentari.

L’allarme Climate Change, tuttavia, non sembra finora avere avuto l’effetto sperato sulle decisioni dei governi dei paesi più inquinanti. La Cina, ad esempio, che rappresenta il 30% delle emissioni di CO2 globali, ha espresso la volontà di ridurle notevolmente ma solo a partire dal 2030. L’India, invece, ha approvato un piano che consentirà di triplicare le sue emissioni entro il 2030 che, secondo le stime del Governo Indiano, rappresenterebbe un miglioramento poiché, senza questo piano, le emissioni sarebbero aumentate di sette volte. Gli Stati Uniti, al contrario, hanno programmato un piano di riduzione ambizioso che prevede, entro il 2025, un taglio delle emissioni di CO2 tra il 26% e il 28% rispetto ai livelli del 2005. Tuttavia, il piano, predisposto dall'amministrazione Obama deve essere riconfermato dal neo-eletto presidente Donald Trump che, secondo alcune autorevoli agenzie di stampa, avrebbe affermato, di volere rinegoziare i precedenti accordi stabiliti da Obama. 

Dopo la prima settimana di negoziati, si è tenuta il 15 novembre la prima sessione della Conferenza delle Parti dell’Accordo di Parigi (CMA1) alla quale hanno partecipato 196 delegati dei vari Paesi firmatari e durante la quale si sono cominciate a definire le misure di attuazione degli obiettivi dell'Accordo di Parigi sul clima. L’Italia ha potuto partecipare solo come “osservatore” poiché ha ratificato l’Accordo soltanto tre settimane fa. Infatti alla CMA1, come da regolamento, hanno potuto partecipare soltanto i paesi che hanno depositato la loro ratifica prima del 14 ottobre. In ogni caso, per rientrare nell’obiettivo dei +2°C, l’Italia deve attuare entro il 2020 una riduzione del 30% delle emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 1990. Se invece volesse raggiungere l’ambizioso obiettivo +1,5°, deve tagliare le emissioni del 38% sempre entro il 2020.

Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) muoiono ogni anno oltre 7 milioni di persone nel mondo per cause legate all'inquinamento atmosferico e il numero è destinato a crescere annualmente di 250mila morti in più a partire dal 2030. Dati alla mano ora spetta ai governi dei Paesi che aderiscono alla COP22 essere più rigorosi nel diminuire i consumi energetici, più decisi nella lotta al cambiamento climatico e più risoluti nella salvaguardia del pianeta. 

Il 25% delle emissioni globali di CO2 deriva dall'industria alimentare e, in particolare, dalla sola produzione di cinque alimenti: riso, soia, mais, grano e olio di palma. A segnalare l’insostenibilità dell’agricoltura intensiva e le sue conseguenze sull'ambiente, è stato l’Oxfam (confederazione internazionale impegnata in campagne di opinione e sensibilizzazione con lo scopo di promuovere politiche più vicine ai paesi poveri del mondo) con il suo ultimo report “A qualcuno piace caldo: così l’industria alimentare nutre il cambiamento climatico”, presentato  in occasione del Business and Climate Summit 2016 che si è tenuto a Londra nei giorni scorsi.

Il report analizza i consumi dell’industria alimentare e suoi legami con il cambiamento climatico, sottolineando la necessità di un’inversione di rotta da parte della grandi aziende produttrici di questi cinque alimenti, insieme con tutte le altre aziende operanti nella filiera alimentare, al fine di ridurre al più presto la quantità di emissioni di CO2. Il tutto in accordo con quanto sabilito dalla Conferenza di Parigi (COP 21) che punta di fermare il riscaldamento globale al di sotto  dei 2 gradi °C, con volontà di contenerlo entro gli °1,5.

Il report stima, inoltre, che dalle 10 maggiori aziende che operano nel settore alimentare dipendo circa 100 milioni di agricoltori che per primi subiscono le conseguenze del cambiamento climatico e che spesso sono costretti a vendere la loro terra, piombando il più delle volte in condizioni di miseria e povertà. Ad essere le più colpite sono poi le donne che in molti paesi non hanno diritto a possedere la terra e sono escluse anche dalle cooperative agricole che supportano il sistema agricolo quando si verificano disastri climatici che minacciano i raccolti.

L’Oxfam richiama poi le grandi aziende che operano nell'industria alimentare, non solo a ridurre le emissioni di CO2 all'interno della filiera produttiva, ma anche a garantire ai contadini redditi adeguati in modo che possano sopravvivere alle conseguenze del cambiamento climatico. Inoltre, con la campagna “Sfido la fame”, l’Oxfam sostiene migliaia di agricoltrici nei paesi più poveri del pianeta con l’obiettivo di offrire l’opportunità anche alle donne più povere e con meno possibilità di lavorare e di avere autonomia economica, di sfamare se stesse e le proprie famiglie e di condurre così una vita più dignitosa.

Al seguente link, i dati sul livello di emissioni associate alla produzione intensiva di vari alimenti: https://policy-practice.oxfamamerica.org/work/climate-change/food-commodity-footprints/

Le attività economiche dell’uomo, in particolare, allevamento e agricoltura praticate in modo intensivo, minacciano gli oltre 6,7 milioni di chilometri quadri di Foresta Amazzonica, il più grande polmone verde del nostro pianeta e "casa" per circa il 10% delle specie viventi. Questo è quanto denuncia l’ultimo rapporto del WWF, “Living Amazon Report 2016”, il quale analizza le principali cause che mettono sotto pressione l’integrità del più grande ecosistema del pianeta. 

Tra le maggiori cause, il Report individua l’allevamento e l’agricoltura, praticate in modo insostenibile, che hanno portato negli ultimi decenni alla perdita del 17% delle foreste. Il Report riporta, inoltre, che gli ambienti fluviali amazzonici sono minacciati da oltre 250 progetti di grandi dighe e centrali idroelettriche che avranno un impatto senza precedenti sul sistema idrologico e sulla sopravvivenza di molte specie acquatiche che abitano l'area. Inoltre, vi sono circa 20 progetti in corso per costruire strade che taglierebbero la Foresta con gravi ripercussioni sulla vegetazione e sono oltre 800 i permessi già concessi per l’estrazione mineraria e la ricerca di idrocarburi nelle aree protette.

Il WWF comunica, inoltre che l’Amazzonia, rappresenta la “casa” per circa 34 milioni di persone che costituiscono circa 350 gruppi indigeni, e ospita più di 2000 specie di piante, scoperte solo negli ultimi sedici anni, e aggiunge che il vapore acqueo rilasciato dalla vegetazione crea una serie di “fiumi volanti” fondamentali per le piogge e che il carbonio, stoccato negli alberi e nelle foglie, è  di vitale importanza in caso di incendi e nel contrasto ai cambiamenti climatici.  

Il WWF si è adoperato negli ultimi anni attraverso la “Living Amazon Iniziative” (LAI), impegnandosi in attività di vigilanza, promozione di un turismo sostenibile  e lavorando sull’implementazione delle aree protette, la conservazione della biodiversità, cooperando anche con le istituzioni internazionali e locali e coinvolgendo le popolazioni autoctone. "Se l'Amazzonia scompare - dichiara il WWF - non perderemo soltanto l'area con la più grande ricchezza di flora e fauna del pianeta, ma anche il nostro futuro". 

 

In California, siccità, caldo e parassiti hanno causato, dal 2010, la scomparsa di oltre 66 milioni di alberi, di cui 26 milioni soltanto nell’ottobre del 2015. Lo afferma uno studio condotto dall’U.S Forest Service, il Servizio forestale statunitense, che ha monitorato in particolare la Sierra Nevada, regione ricca di foreste che si estende dalla California al Nevada.

Secondo la ricerca, le principali cause sono state le scarse precipitazioni, le elevate temperature e, inoltre, i focolai di bostrico, una particolare specie di coleottero che sfrutta la sofferenza dell’albero, nutrendosi di rami e tronchi e favorendo, inoltre, l’attacco di altri artropodi e funghi. Il Servizio Forestale statunitense ha fatto notare che la California, è ormai giunta al suo quinto anno di siccità, con una continuità senza precedenti, tale da privare gli alberi di acqua, rendendoli ancor più vulnerabili agli attacchi del famigerato coleottero bostrico. Il pessimo stato di salute delle foreste californiane sta, inoltre, risultando sempre più rischioso per l’uomo in quanto favorisce il propagarsi di violenti incendi che colpiscono anche i centri abitati.

Soprattutto in queste ultime settimane, in California si è avviata una stagione di continui e devastanti incendi che stanno toccando anche agli Stati vicini dell’Arizona e del New Mexico: «La quantità di alberi morti che abbiamo oggi non ha precedenti» ha dichiarato in conferenza stampa il segretario all’Agricoltura Tom Vilsack, che ha aggiunto «Questa situazione aumenta il rischio di assistere a catastrofici incendi che potrebbero mettere a rischio la vita delle persone, per non parlare dei danni». Sulla questione si è espresso anche il capo del Department of Forestry and Fire Protection californiano (CAL FIRE), che ha dichiarato che «Il gran numero di alberi morti è difficile da immaginare», come riporta il sito www.dailygreen.it.

Il Servizio Forestale californiano ha stanziato 32 milioni di dollari e ha abbattuto circa 77 mila alberi malati, esortando i cittadini a fare lo stesso nelle loro proprietà, così da evitare il propagarsi di incendi e il contagio tra alberi potenzialmente pericolosi.

Efficienza Energetica, Green Economy e riqualificazione tecnologica nel settore agricolo-alimentare, in accordo con gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto e riconfermati dalla recente COP21 che si è tenuta  a Parigi lo scorso dicembre. Questi sono alcuni dei temi affrontati nel workshop “Efficienza Energetica per la competitività delle imprese agricole, agroalimentari e forestali”, organizzato il 14 giugno, presso la sede dell’ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile) di Roma.

I consumi finali di energia del sistema agricolo-alimentare sono pari al 32% a livello globale, al 26% nell’Unione Europea e raggiungono il 13% a livello nazionale, secondo i dati presentati durante il workshop. In particolare, i consumi del settore agricoltura e  industria alimentare sono passati da 16,79 Mtep, pari al 13% dei consumi finali di energia del 2013 (RAEE, 2015), a 13,30 Mtep nel 2014, che rappresentano l’11,3% dei consumi finali di energia del nostro Paese. 

Il settore agricolo e agroindustriale consuma energia fossile in modo diretto per quanto riguarda i macchinari, la trasformazione, il condizionamento climatico e la commercializzazione e in modo indiretto per i fitosanitari, i fertilizzanti e i vari materiali plastici impiegati nel settore. In particolare, secondo dati UE, in Europa, il sistema agricolo-alimentare, tra produzione, trasformazione, distribuzione, ristorazione e consumo domestico, è responsabile dell’emissione di mille milioni di tCO2eq (tonnellate di CO2) ogni anno.

Durante il workshop, l’ENEA ha presentato le risorse tecnologiche e il know-how disponibili presso l’Agenzia, con particolare attenzione  alle innovazioni nei comparti dell’agroalimentare, dell’irrigazione, degli edifici green e dei sistemi serra, in accordo con la direttiva 2012/27/UE che mira a sostenere il risparmio di energia nel settore agricolo-alimentare.

L’onorevole Franco Ribaudo, membro della Commissione Finanze e Questioni Regionali, che ha partecipato all’evento, ha illustrato le numerose iniziative che la Regione Siciliana ha in corso con l’ENEA, e ha sottolineato gli effetti positivi della Green Economy nei confronti dell’economia, del territorio e, soprattutto, dell’occupazione dei giovani nella regione.

Si sono poi susseguite le relazioni di esperti e ricercatori che operano nelle principali filiere che compongono il sistema agricolo-alimentare, con particolare attenzione alla sostenibilità energetica ed ambientale dell’agricoltura. Valentino Mercati - presidente di ABOCA - ha sottolineato come l’agricoltura biologica a livello europeo rappresenti oggi un giro d’affari che supera i 20 miliardi di Euro, e ha elencato i numerosi vantaggi di ordine ambientale delle coltivazioni biologiche rispetto alla diminuzione di input indiretti (fertilizzanti e fitosanitari) «a differenza dell’agricoltura tradizionale che si serve di sostanze di sintesi non biodegradabili, l’agricoltura biologica usa soltanto prodotti naturali e quindi presenta un minore impatto ambientale».

Il workshop ha rappresentato per l’ENEA e per i vari rappresentanti della filiera agricola e agroindustriale presenti al workshop, un punto di incontro per discutere delle potenzialità dell’Efficienza Energetica ai fini della sostenibilità ambientale e della competitività delle numerose imprese che operano nel sistema agricolo-alimentare italiano.

 

L'otto giugno 2016 ricorre la “Giornata Mondiale degli Oceani”, istituita nel 2008 dalle Nazioni Unite con l’intento di mobilitare la società per fare pressione sulle decisioni prese in materia di ambienti marini. Il tema di quest’anno è l’inquinamento delle acque dovuto alla plastica, con il WWF che ha affermato che con l’attuale livello di riscaldamento e acidificazione dei mari rischiamo di perdere le barriere coralline entro il 2050 con una notevole perdita in materia di biodiversità marina.

Secondo un studio del World Economic Forum, negli oceani “galleggiano” attualmente 150 milioni di tonnellate di plastica e da qui al 2050 il peso dei rifiuti nelle acque oceaniche supererà quello di tutte le specie di pesci messe insieme. Ogni anno vengono sversati in mare circa 8,8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici solamente nel quadrante dell’Asia-Pacifico. In particolare Cina, Filippine, Thailandia, Vietnam e Indonesia sono responsabili del 60% dell'inquinamento oceanico globale, tanto che per ogni miglio quadrato di mare oggi galleggiano 46.000 pezzi di plastica. Inoltre, secondo un rapporto del Programma Ambientale dell’Onu (UNEP) di alcuni giorni fa, la plastica biodegradabile si dissolve rapidamente solo nelle compostiere industriali ma in acqua ha lo stesso impatto di quella tradizionale.

La presenza di plastica nei mari non è tuttavia l’unico indicatore che ci mette in guardia sulla devastazione dell’ecosistema marino. Un altro indicatore è la grande diffusione delle meduse, a causa del riscaldamento delle acque, della distruzione degli ecosistemi marini e della modificazione delle catene alimentari dovuta ad una pesca eccessiva e insostenibile rispetto ai cicli di riproduzione dell’ambiente marino.  

I mari e gli oceani, ricorda il WWF, assorbono mille volte più calore dall'atmosfera e hanno trattenuto fino a oggi il 90% dell'energia derivante dall'incremento dei gas serra dovuti in primis all'azione umana. Secondo studi del National Center for Atmospheric Research, un terzo di questo calore è penetrato fino a una profondità superiore a 700 metri e potrebbe addirittura soffocare la vita degli organismi marini, che vivono entro questa profondità, nel giro di 20 anni. Inoltre, gli oceani e i mari assorbono circa il 30% della CO2 che le attività umane emettono in atmosfera e questo provoca l'acidificazione degli oceani che dall'inizio dell'era industriale é aumentata del 26%.

Recenti studi dimostrano che il pianeta ha già perso il 50% di questi preziosi ecosistemi corallini da cui dipende la vita di molte comunità e la ricchezza di biodiversità marine. «I cambiamenti climatici – dichiara Donatella Bianchi, Presidente del WWF Italia – non influenzeranno solo la vita dei mari e degli oceani, ma quella di milioni di persone. La fisionomia stessa delle coste europee subirà forti impatti non solo ambientali ma anche sociali ed economici. Occorrono immediate misure per contrastare la distruzione degli stock ittici e per salvare la risorsa marina di cibo e lavoro per oltre 800 milioni di persone nel mondo».

La salute del nostro pianeta dipende molto da quella dei nostri oceani i quali coprono tre quarti della superficie terrestre e garantiscono la sopravvivenza a 3 miliardi di persone oltre a una economia di 3 mila miliardi di dollari all'anno in termini di risorse e industrie, che rappresentano il 5% del Pil mondiale, come riporta il Ministero dell'Ambiente. 

 

Secondo il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), principale organismo internazionale per la valutazione scientifica dei cambiamenti climatici e del loro impatto ambientale e socio-economico, il clima terrestre  sta progressivamente cambiando. L’IPCC basa le sue valutazioni su decine di migliaia di studi condotti da climatologi di tutto il mondo e verificati da esperti indipendenti. Secondo l’IPCC la temperatura media globale sta salendo a causa dell’aumento delle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo. Questi gas consentono all’energia solare di entrare indisturbatamente nell’atmosfera terrestre ma impediscono al calore di uscirne, con una consequenziale mitigazione della temperatura globale. Dati recenti mostrano che la concentrazione atmosferica di biossido di carbonio (CO2), il principale gas serra, ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 800.000 anni.

Secondo i calcoli delle Nazioni Unite, la popolazione urbana del mondo nel 1950 era di 746 milioni di persone ed è cresciuta rapidamente raggiungendo i 3,9 miliardi nel 2014. Si prevede che intorno al 2030 la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere gli otto miliardi di persone di cui almeno cinque miliardi risiederanno in aree urbane, mentre si stima che entro il 2045 sarà di 6 miliardi la popolazione urbana. 

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