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Quest’anno tra il 1 ed il 3 dicembre 2017 la capitale ospiterà Il Maker Faire Rome, ormai l’appuntamento fisso di Maker, appassionati di tecnologia e di tutti coloro che danno uno sforzo creativo alle proprie idee. Il Maker Faire è giunto alla sua quinta edizione, anche quest’anno lo spazio espositivo sarà ospitato da Fiera di Roma, con ben 7 padiglioni a disposizione per un totale di 100mila mq di spazio espositivo.

Il Maker Faire si dimostra il luogo prediletto d’incontro tra famiglie e l’innovazione digitale 4.0. Famiglie che avranno l’opportunità, di interagire in maniera interattiva con le nuove tecnologie coinvolgendo anche i più piccoli. Questo sarà possibile grazie all’Area Kids di 10mila mq dedicata ai bambini di età compresa tra 4 ai 15 anni. Per maker e startupper invece la fiera sarà un’occasione per confrontarsi e migliorarsi approfittando anche della presenza di aziende interessate ad espandere i propri mercati.

Temi del 2017 

Riguardo al tema del Maker Faire il focus principale rimane sul ruolo dell’impresa 4.0 con l’idea di aiutare il pubblico composto anche da esperti attraverso workshop, esempi, simulazioni e testimonianze a comprendere il processo produttivo. Tuttavia la fiera non si limita soltanto a questo ampio spazio sarà dato a temi come L’internet delle cose, l’agricoltura 4.0, la realtà virtuale e aumentata, le biotecnologie ed il cibo del futuro. 

Makers 

I Makers rimangono i protagonisti di questa fiera ovvero appassionati, educatori, artigiani, inventori, ingegneri, studenti che sviluppano le proprie idee con passione. Il curatore di questa edizione Del MFR è Massimo Banzi co-founder di Arduino, con l’ausilio di Alessandro Ranellucci coordinatore Esecutivo e un gruppo di 6 responsabili d’area qualificati come Bruno Siciliano (area robots), Paolo Mirabelli (droni), Alex Giordano (agricoltura), Sara Roversi (area food), Chiara Russo (area kids), Maura Spagnolo (Green Tech). 

Ruolo Internazionale 

La risonanza del Maker Faire è ormai internazionale e Roma si conferma per la 5 volta come polo di idee, contenuti ed innovazione digitale. Infatti sono ben 750 i progetti arrivati dalla sola “Call for Makers” provenienti da molti paesi del mondo con tutti gli stati dell’Unione Europea rappresentati.

In Italia l’iniziativa e da tempo sostenuta dalle istituzioni e quest’anno si aggiunge anche il patrocinio della Camera di Commercio di Roma con Azienda speciale InnovaCamera. Inoltre, nel mondo del Maker Faire Rome, non manca il coinvolgimento di uno dei più importanti attori ovvero il mondo dell’Università della Ricerca e della scuola. Infatti 28 sono le università presenti di cui 5 estere, mentre il coinvolgimento delle scuole conta ben 55 istituti di cui 5 esteri, questi istituti hanno risposto alla “Call for schools” e tra loro figurano sia istituti secondari che ITIS specializzati, ovviamente il tutto in collaborazione con il MIUR.

“Grazie a quest’esperienza sono venuta a conoscenza degli importanti temi discussi all’interno dell’Onu (...) e ho avuto la possibilità di stringere amicizia con persone che abitano in diversi paesi”.

Sofia, studentessa dell’ultimo di un liceo scientifico di Roma, è una dei 4800 studenti che nello scorso anno scolastico ha avuto modo di partecipare al progetto ideato dall’associazione United Network Europa “Harvardmun”. Recentemente è entrata a far parte dello staff dell’organizzazione e, a differenza di molti suoi coetanei, si definisce soddisfatta della sua “alternanza Scuola-Lavoro”. 

 

Come sei venuta a conoscenza del progetto Harvardmun?

Dopo aver partecipato al progetto IMUN a Roma, grazie alla professoressa di inglese della mia scuola, sono venuta a sapere che era possibile partecipare al progetto anche in America e la meta sarebbe stata Boston.

Quanto è durato il viaggio? E Quanti erano i tuoi “compagni di viaggio”?

Della mia classe siamo partiti in sette e abbiamo “lavorato” presso lo Sheraton Boston Hotel per quattro lunghe giornate.

Cosa ti ha spinto a partecipare al progetto?

Sicuramente l’esperienza in Italia dell’anno precedente mi ha convinto a partecipare di nuovo alla simulazione, inoltre il fatto che si trovasse a Boston mi avrebbe dato la possibilità di conoscere persone provenienti da più parti del mondo e ovviamente anche visitare un nuovo paese.

Quest’esperienza ha cambiato il tuo modo di vedere le nazioni unite?

Sì, decisamente. Grazie a quest’esperienza, per esempio, sono venuta a conoscenza degli importanti temi discussi all’interno dell’onu. Vivere l’esperienza dall’interno, come delegato, e con la responsabilità di rappresentare un paese, è un’esperienza che riesce a farti aprire gli occhi sulla comunicazione tra gli stati appartenenti alle nazioni unite e l’impegno da parte di ognuno nel risolvere problematiche mondiali nel modo più efficace.

Quanto è importante conoscere l’inglese per poter aderire al progetto?

Sicuramente serve avere delle buone basi, sia per quanto riguarda la comprensione, sia per saper affrontare un discorso formale così come un dibattito più diretto. Personalmente penso di aver ampliato il mio vocabolario più specifico rispetto al tema trattato e il linguaggio formale che si ha all’interno della commissione.

Hai avuto tempo per vedere la città? Cosa ti è rimasto di Harvard?

Solitamente veniva dedicata mezza giornata alla visita di Boston durante le giornate di simulazione, mentre abbiamo avuto altri quattro giorni interi per visitare la città di New York.

Hai avuto modo di stringere nuove amicizie?

Si, nei momenti di pausa ho avuto la possibilità di stringere amicizia con persone che abitano in diversi paesi come l’Ecuador, l’India e ovviamente gli Stati Uniti. Con due di loro sono ancora in contatto e grazie a questi legami il mondo sembra sempre più piccolo.

La corsa di un qualsiasi modellino telecomandato finita contro un muro, o quella di un drone radiocomandato che termina in una pozzanghera, non fa notizia.


Può sicuramente causare preoccupazione per eventuali danni importanti causati a persone e cose, o tristezza nei più piccoli che vedono il proprio giocattolo rompersi e i propri sogni frantumarsi appresso. Quello che invece sta accadendo in rete, da qualche giorno, dopo che un impiegato americano ha pubblicato su twitter la foto del robot K5 finito in una vasca d’acqua, è alquanto singolare. Oltre la scontata viralità delle foto, sono i commenti a destare maggiore curiosità. Infatti al robot usato come sorveglianza di alcuni palazzi a Washington DC, annegato nella fontana del condominio mentre compiva un suo giro di ronda, il popolo del web sta riservando interpretazioni sull’accaduto di vario tipo. C’è certamente un nutrito esercito di tweet che propende per una umanizzazione del K5, descrivendo l’accaduto come il primo roboticidio della storia. Al robot poliziotto, dalla forma a missile senza braccia, spione al punto giusto da leggere e memorizzare targhe, ascoltare e registrare dialoghi senza chiedere peraltro il consenso, fotografare volti e corpi, tutti dati da trasmettere costantemente alla polizia, si dà un briciolo di sentimento. A quella capsula Americana, che in Italia il Garante per la protezione dei dati personali avrebbe certamente bloccato bollandolo come fuorilegge della privacy, si sta attribuendo un valore che va oltre il materiale. Anziché derubricare l’accaduto semplicemente come il cortocircuito di una scheda programmata, o di un difetto di progettazione, si pensa e si parla di suicidio, colpa di un lavoro onesto ma monotono e ripetitivo al limite dell’alienante. Qualcuno commenta che addirittura potrebbe essere la vendetta di un alterco con un ubriaco, di due mesi fa, finito poi con l’arresto dell’alticcio, o il senso di colpa scaturito nell’aver urtato per errore un bambino senza peraltro avergli causato danni. Alla fine al rottame elettronico, assistito dai suoi colleghi poliziotti-umani, si sta concedendo la “pietas” degli uomini. Alla paura dell’uomo, verso il robot nemico che ci ruba il lavoro sottopagato e senza conto in banca, si affianca la compassione per il collega interinale sfruttato per un lavoro monotono. A quella presenza puntuta e ingombrante come un proiettile, senza fascino e pure brutta, apostrofato come guardone, forse quello del suicidio è sembrata l’unica strada verso la libertà. Un iniziale percorso dell’intelligenza artificiale, di comprendere stati d’animo come la ripetitività e l’insoddisfazione, se vuole raggiungere e superare quella dell’uomo. Intanto il popolo della rete comincia a provare empatia, compassione e simpatia verso l’odiato-amato robot, prove di comprensione tra soggetti animati e oggetti inanimati. Forse noi uomini stiamo iniziando a metabolizzare la presenza dei collaboratori meccanici visti non più come detrattori di lavoro, ma semplicemente come colleghi simili a noi, che non ci fanno più paura perché temiamo di più l’umanità. In fondo l’amicizia di un robot può essere programmata ma disinteressata, quella di un individuo a volte soltanto interessata. L’epitaffio “riposa in pezzi, ci mancherai” può allora essere l’umana conclusione per una rovinosa caduta in acqua di un collega robot.

Alfonso Benevento

Martedì 11 aprile all'IIS Leonardo da Vinci in via Cavour si è tenuto un incontro con la Presidente della Camera Laura Boldrini, che ha trattato l'argomento del ciberbullismo, tematica sulla quale la Camera si è concentrata molto negli ultimi tempi, creando la Carta dei Diritti e dei Doveri di Internet su richiesta di ragazzi, genitori e insegnanti.

Come viene promossa la Carta dei Diritti e dei Doveri di Internet?

Il Ministero dell'Istruzione gira nelle scuole proprio per promuovere questa Carta, per stabilire un contatto con gli insegnanti e i giovani e  per far capire che ci sono dei diritti e dei doveri in internet. L'obiettivo è dare ai ragazzi gli strumenti per un uso consapevole della rete.

 

Qual è il diritto principale e il dovere più importante secondo lei?

Il diritto intanto, dalla parte nostra, è quello di consentire a tutti un accesso alla rete quindi mettere tutti in condizione di poter accedere alla rete o comunque di avere una formazione adeguata. Dopodichè ci sono appunto dei doveri: ognuno deve sapere che quando scrive dei commenti dall'altra parte c'è qualcuno che li riceve. Quindi la libertà di espressione deve essere correlata anche dalla libertà degli altri di essere rispettati, e quindi in questo senso bisogna far capire e promuovere una cultura del rispetto. Ma anche dire ai ragazzi che, ad esempio, i loro dati hanno un valore quindi capire che non è tutto gratis e non è tutto così semplice; c'è chi sulla rete si arricchisce e questo significa che loro devono sapersi proteggere. Dopodichè un altro messaggio che io voglio dare ai giovani sempre è di non subire la violenza. Mai. Né in rete né fuori della rete, e se qualcuno si deve vergognare è il bullo, non chi è messo in condizioni di essere oggetto di violenza.

 

L'importante è che le persone che vengono “bullizzate” sappiano che le istituzioni sono dalla loro parte. 

Assolutamente sì, il Ministero ha fatto tanto sta facendo molto, e noi con la nostra Commissione ci stiamo dando da fare, la polizia postale sta facendo molto. Insomma c'è uno sforzo collegiale, noi abbiamo anche un provvedimento che io mi auguro che possa essere finalizzato quanto prima, ce lo chiedono tanti ragazzi e tanti genitori. È un provvedimento sul cyberbullismo, perché noi non possiamo stare a guardare mentre tutto questo avviene; il legislatore ha il dovere di dare gli strumenti a tutti per sentirsi sicuri e protetti.

 

Come si sviluppa lo spirito critico delle nuove generazioni per non diventare vittime della rete?

Si sviluppa parlando, discutendo, comportandosi, facendo caire che ci sono degli interessi dietro alla rete, che non è tutto così gratis e così meraviglioso. Che sicuramente è un grande spazio di libertà e quella libertà va salvaguardata, dai violenti e da chi vuole speculare su quella libertà. Quindi è giusto dare gli strumenti ai giovani e anche agli insegnanti, perché così possano lavorare insieme. 

La Commissione Internet della Camera ha fatto questa Carta dei Diritti e dei Doveri di Internet, che è stato frutto di un lavoro fatto con i Deputati, con gli esperti, ma anche con la consultazione pubblica online, è uno strumento che può aiutare in questo senso. Quindi noi abbiamo fatto un protocollo col Miur, grazie al quale adesso la Commissione esce da Montecitorio e va nelle scuole di tutta Italia, e questo mi sembra un segnale costruttivo di attenzione a dire che le istituzioni e i giovani possono lavorare insieme per riuscire a fare in modo che questo spazio sia uno spazio che in futuro ci darà sempre nuove opportunità.

 

Lei ha detto che ci si deve sempre immedesimare nell'altro quando si scrive su internet. 

Sì, ci si deve sempre mettere nei panni dell'altro, chiedersi “che cosa farei io se ricevessi tutto questo?”. Perché scrivere cose di getto senza fare una riflessione prima? Perché questo succede? Spesso perché le cose che vengono fatte circolare sono scritte ad arte per inquinare con l'odio la rete. Le bufale, la disinformazione, sono una minaccia, un pericolo per la democrazia, laddove  invece essere informati correttamente è un diritto. Ecco, chi fa invece l'azione contraria lo fa proprio per creare caos, scompiglio e angoscia nella gente, nella popolazione o danneggiare imprese o singoli individui. Quindi è importante che su questo si lavori molto, dare a tutti gli strumenti per difendersi da questo tentativo, di evitare qualsiasi valutazione sulla realtà oggettiva dei fatti. 

Se si osservano i cambiamenti del sistema scolastico degli ultimi 150 anni, a differenza di quanto accade prendendo in esame infrastrutture e tecnologie, non si percepiscono cambiamenti sostanziali. Eppure gli strumenti per cambiare la famigerata “didattica frontale” e trasformarla nel cosiddetto “e-learning” ci sono già, sono open source e, soprattutto, sono gratuiti. Dovremmo soltanto conoscerli un po’ meglio ed imparare ad apprezzarli. 

  1. GOOGLE CLASSROOM

A differenza delle altre applicazioni, quasi sconosciute, questa sta acquisendo sempre maggiore visibilità e, come tutti i prodotti Google, ha un ottimo interfaccia, davvero intuitivo. 

  1. CLASSROOM

Non poteva mancare ovviamente la risposta di Apple che, ormai da qualche anno, si impegna nel dare annualmente il proprio contributo per l’istruzione e l’educazione mondiale. Il software sviluppato dall’azienda di Cupertino è efficace e, come prevedibile, ha una grafica impeccabile. 

  1. SOCLOO

Il sito sviluppato dall’imprenditore Andrea Armellini è stato pensato e sviluppato solo ed esclusivamente per la scuola digitale italiana. Per il momento però sono solo una ventina i licei che si sono affidati al sistema. 

  1. MOODLE

Questa è probabilmente la più complessa tra le piattaforme viste finora. Moodle offre infatti una maggiore libertà per personalizzare il sito a proprio piacimento. Per apprezzarlo a pieno è quindi necessario fare prima un po’ di pratica. 

 

  1. ELIADEMY

 

Eliademy, contrariamente agli altri, ha creato oltre alla versione “open”, in cui gli studenti possono solamente caricare o condividere il materiale presente nell’archivio dell’app, anche quella “premium” all’interno della quale gli utenti possono essere seguiti da un tutor o accedere a corsi privati. 

Al Premio Romei 2017 è stata premiata una delle più brillanti penne del giornalismo italiano nonché l’autore di celebri saggi di argomento politico-sociale tra cui  “La casta”, “L’orda: quando gli albanesi eravamo noi” e “Negri, froci, giudei & co.: l’eterna guerra contro l’altro”. 

Gian Antonio Stella, nel suo ultimo articolo per il Corriere della Sera ha mostrato alcuni dei tesori più preziosi della biblioteca Capitolare di Verona. Tuttavia la maggior parte di questi spazi culturali sono costretti ormai a confrontarsi con il mondo di internet; come si possono conciliare queste due realtà?

In genere le biblioteche, tra cui quella di Verona, sono obbligate a svolgere questo lavoro di “avvicinamento” ad internet digitalizzando molti dei documenti che preservano per renderli  sfogliabili o, più semplicemente, osservabili. Il vero problema che hanno questi enti culturali, soprattutto in Italia, è però che sono “sottopagati”. 

In che senso?

La biblioteca di Firenze, per esempio, è pagata un trentasettesimo rispetto alle sue pari francesi o londinesi e, nonostante ciò, riesce a ad avere un simile numero di visitatori. È evidente però che la biblioteca più frequentata al mondo rimane, ormai da circa una decina d’anni a questa parte, la “Google”. 

Il web però non sempre è così “educativo” e anzi, sono sempre più virali i casi di disinformazione. Come possiamo salvaguardarci dalle cosiddette “fake news”?

Fermo restando che sul modem andrebbe scritto come sui cassoni di dinamite “Attenzione maneggiare con cura”. Sul caso Donald Trump infatti è uscito di tutto su internet. Una falsa intervista a Mac Cobain in cui affermava “la nostra generazione cambierà il mondo non mi stupirei se l’America ora eleggesse una persona ricca e incorruttibile come D.T.” Hanno pubblicato un’intervista a Yoko Ono in cui sosteneva di aver avuto un’avventura sessuale negli anni ’70 con la Clinton. Hanno pubblicato un suicidio di un agente del FBI coinvolto in un caso di pedofilia a cui si potevano ricollegare le email di Hillary Clinton. Si è detto che il papa avrebbe votato Donald Trump. Internet è come la dinamite: può essere utilizzato per fare una strada o per uccidere persone. 

La presidente Boldrini ha creato il sito bastabufale.it. Secondo lei può funzionare?

Forse si. Ciò che mi ha colpito della presidente è che ha pubblicato gli insulti ricevuti. 

A proposito di politica, sono ormai passati dieci anni dal suo celebre libro “La casta”. Cosa è cambiato?

I vitalizi del parlamento sono stati dimensionati ad esempio sono stati dismessi e poi hanno abolito il finanziamento pubblico. Cosa che io non avrei fatto.

Perché?

Perché ci vuole misura. Andava ridotto (ad esempio del 70%) ma non abolito perché altrimenti fanno politica soltanto i ricchi. Il vero cambiamento si realizzerà soltanto quando si avrà un maggiore controllo sui costi della politica e soprattutto quando si verificheranno quei cambiamenti che non sono stati ancora fatti.  

Un esempio?

La scuola. Il sistema scolastico va avanti per sanatorie da un secolo e mezzo, da prima dell’unità d’Italia. Nonostante i suoi difetti la scuola italiana riesce comunque a conquistare il mondo anche se preferirei che questi cosiddetti “cervelli in fuga” restassero nel nostro paese. 

Secondo lei gli studenti che manifestano contro tale sistema stanno reagendo nel modo sbagliato quindi?

Se io avessi diciott’anni in effetti non manifesterei per il diritto allo studio o per l’inefficienza dei trasporti. Sono problematiche troppo complesse e che difficilmente riescono ad individuare un unico responsabile. 

E per cosa manifesterebbe?

Mi opporrei agli ordini professionali. Ufficialmente sono aperti ma sappiamo tutti che ciò non corrisponde al vero. Non perseguono chi viene condannato dalla magistratura (architetto casa Scajola) e scartano i giovani talentuosi che desiderano accedere al mondo del lavoro. Difendono chi è già inserito, chi è già forte. Fanno i cani da guardia non al potere ma del potere. 

Qual è il ruolo della donna nel contesto ebraico?

Nel mondo ebraico le donne hanno un ruolo centrale nella conduzione della vita familiare. È un ruolo importantissimo, perché è attraverso le donne che viene trasmessa l’ebraicità ai figli. 

Dopo 2000 anni, diventare lei la guida della comunità ebraica di Roma, è segnale di un cambiamento per le donne?

- Se all’interno del nostro contesto questo non rappresenta una novità, non percepita nel mondo circostante, questo mio ruolo è sicuramente un segnale importante: una donna, guida della comunità ebraica

Secondo Lei come si potrebbe arginare la violenza sulle donne?

-Questa è una bellissima domanda. La violenza sulle donne passa attraverso tanta degenerazione. 

Attraverso quali valori la si può sconfiggere 

- Prima tra tutte è l’educazione, i modelli, i ruoli. Se non si riparte all’ interno della famiglia a stabilire il ruolo dell’ uomo  e della donne, stabilire il rispetto che deve essere alla base di ogni tipo di relazione, se non si fa tutto questo sarà molto difficile arginarli.

L’esposizione "LOVE" allestita nello splendido Chiostro del Bramante, che, ristrutturato nel 1997, ha così celebrato i suoi 20 anni di attività espositiva, è stata la mostra rivelazione del 2016. In sei mesi è stata visitata da oltre 83mila persone delle quali 7 su 10 erano minorenni. Un’esposizione che rende il visitatore non solo spettatore ma anche partecipe.

Innanzitutto non solo è stato abolito il divieto di non fotografare le opere, ma è stato al contrario chiesto esplicitamente di condividere quello che si è preferito durante il percorso con l’hashtag #chiostrolove per poter raggruppare tutte le foto sotto un’unica voce. Il risultato? Su Instagram sono stati condivisi 25 mila post. Inoltre il visitatore poteva scegliere uno fra i cinque “partner audio” disponibili, diversi ognuno per caratteristiche e personalità differenti e questi lo avrebbe accompagnato per l’intera durata della mostra rendendo ancora più particolare il percorso.

Una mostra dove sono stati riuniti molti artisti dell’arte contemporanea i quali hanno cercato di coinvolgere il pubblico in modi decisamente anticonvenzionali. Punto cardine della mostra: l’amore, in tutte le sue sfumature e sfaccettature. L’amore felice, quello che dona gioia, quello per i più piccoli, quello sensuale fino a quello che si trasforma in odio. Non si può rappresentare in modo più chiaro questo sentimento se non con l’arte perché, come spiega il curatore della mostra,” l’arte è una grande dichiarazione d’amore”.

Una delle installazioni preferite dai visitatori è stata la infinty mirrored room. Si tratta di una stanza di specchi all’interno di un cubo dove lo spazio, grazie ai giochi creati appunto dagli specchi sembra ripetuto all’infinito. Un’installazione che annulla i confini che ci sono tra la verità che l’uomo conosce e l’irrealtà.

Quello che però resta nell’immaginario collettivo è il cubo formato dalla parola LOVE simbolo della mostra.

 

Siti protetti dall’Unesco, come il Palazzo dei Normanni e la Chiesa di San Giovanni degli Eremiti, ma anche il Teatro Massimo e il Palazzo Conte Federico, situati all’interno di Palermo saranno valorizzati al massimo: la città è stata nominata Capitale della Cultura 2018. La scelta della giuria coordinata da Stefano Baia Curioni, insegnante di economia della cultura, è stata comunicata da Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali. La città ha vinto contro le finaliste, a rappresentare il nord Italia, Trento, Aquileia, Montebelluna, Settimo Torinese e Comacchio. Per il Centro Italia è stata Recanati, mentre gli esponenti del Mezzogiorno sono stati Ercolano, Palermo e l’unione dei Comuni elimo-ericini (Erice, Buseto Palizzolo, Custonaci, Paceco, San Vito Lo Capo, Valderice) in Sicilia. Infine in Sardegna, Alghero. Ma, come ha detto il sindaco Orlando quando ha invitato sul palco i sindaci delle città escluse, “abbiamo vinto tutti”, infatti Palermo è “la città dell’accoglienza”. 

“La candidatura è sostenuta da un progetto originale, di elevato valore culturale, di grande respiro umanitario, fortemente e generosamente orientato all’inclusione, alla formazione permanente, alla creazione di capacità e di cittadinanza, senza trascurare la valorizzazione del patrimonio e delle produzioni artistiche contemporanee. Il progetto è supportato dai principali attori istituzionali e culturali del territorio e prefigura anche interventi infrastrutturali in grado di lasciare un segno duraturo e positivo. 

Gli elementi di governance, di sinergia pubblico-privato e di contesto economico, poi, contribuiscono a rafforzarne la sostenibilità e la credibilità”, sono le motivazioni grazie alle quali il progetto di Orlando ha vinto sulle altre città.

Il premio, oltre al titolo, è di 1 milione di euro che il sindaco ha deciso di destinare ai progetti Erasmus, favorendo scambi da e per l’estero. Inoltre saranno favorite attività culturali nell’anno 2018, infatti sulla facciata del Teatro Massimo, che è stato illuminato con la bandiera italiana per festeggiare la nomina, sono stati già affissi i cartelloni che annunciano che nel 2018 verranno messi in scena Rigoletto di Verdi, Turandot di Puccini, con la regia di Bob Wilson il balletto Adam’s Passion, infine lo spettacolo del coro Arcobaleno. Le migrazioni nel Mediterraneo, grazie al festival delle letterature migranti e le   tradizioni religiose, a partire dal festino di santa Rosalia, saranno alcune delle tematiche culturali affrontate. Ci saranno anche il festival di Morgana dedicato ai bambini, la “Via dei librai”, il progetto “La mia scuola diventa conservatorio” sull’alfabetizzazione musicale.

Inoltre, proprio nel 2018 si terrà a Palermo Manifesta 12, una biennale nomade di arte contemporanea europea, che ha scelto la città come sua sede proprio perché Palermo è rappresentazione di due tematiche molto importanti per l’Europa: i cambiamenti climatici e l’immigrazione; è stata conquistata da molte civiltà che hanno vissuto in Europa, è stata un punto di incontro tra Africa e Medio Oriente, e questo la rende una città multiculturale.

A proposito di Manifesta 12 il sindaco Orlando spiega che questa è “l'occasione per celebrare Palermo per quello che è veramente: un laboratorio per le scienze umane, arte e cultura. La città sarà in grado di rinnovarsi e di aprire una strada per il suo futuro”.   

Le Giornate Fai di primavera compiono 25 anni e festeggiano con l'apertura straordinaria, il 25 e il 26 marzo, di ben 1000 siti in 400 località. Si è conclusa, inoltre, l’ottava edizione del censimento nazionale I Luoghi del Cuore promosso dal FAI ogni anno, in collaborazione con Intesa Sanpaolo. Lo scopo è quello di salvare le bellezze spesso sconosciute d’Italia: chiese, castelli, grotte, parchi, aree archeologiche, conventi che sprofondano nell’abbandono, ma che meritano di essere valorizzati, riscoperti, ristrutturati. 

 Il luogo vincitore di quest’anno è il Castello di Sammezzano, in provincia di Firenze, con 50.141 voti, che era sconosciuto anche all’associazione, prima di essere scoperto grazie a uno dei votanti che lo ha proposto. La tenuta di cui fa parte il castello appartenne nei secoli a diverse importanti famiglie: gli Altoviti, poi, per volere del Duca Cosimo, a Giovanni Jacopo de' Medici, che infine la vendette a Sebastiano Ximenes. Tali beni restarono alla famiglia Ximenes d'Aragona fino all'ultimo erede, Ferdinando, che morì nel 1816.

Al secondo posto, con 47.319 voti il Complesso Monumentale di Santa Croce in provincia di Alessandria; le Grotte del Caglieron al terzo posto con 36.789 voti. L’Area Archeologica di Capo Colonna in provincia di Crotone con 31.223 voti quarto posto, e la Ditta Guenzati, più antica bottega di Milano al quinto posto con 31.069 voti. 

Questa classifica si basa sui voti di cittadini e comitati, arrivati a 1.573.032 preferenze che hanno segnalato 33.264 luoghi da salvare, distribuiti in 6.003 comuni italiani. La Lombardia prima regione per numero di voti (189.671 votanti), seguita da Puglia (161.733) e Veneto (160.072). A scegliere il luogo che valeva la pena salvare sono state soprattutto le donne (61%), l’età media dei partecipanti è di 47 anni.

 

Dal 2003 il FAI si occupa del salvataggio di questo patrimonio minore italiano, infatti come sostiene il residente del Fai Andrea Carandini “Solo conoscendola e amandola l’Italia può essere salvata.” Raggiunto anche lo scopo di far spostare lo sguardo agli italiani dallo schermo bidimensionale della tv e del telefono per far riscoprire la bellezza tridimensionale del reale, come dice il vicepresidente del FAI Marco Magnifico. La prossima iniziativa del FAI è quella di realizzare un catalogo del patrimonio artistico minore, grazie alle segnalazioni della gente, che verrà presentato al governo.

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