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“Saranno più di 5mila i ragazzi coinvolti in Riesco” afferma il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, alla presentazione ufficiale della nuova iniziativa ideata per i giovani (dai 18 ai 29 anni) disoccupati e non iscritti ad alcun tipo di percorso formativo o universitario, con un reddito ISEE inferiore ai 15.000 euro e, ovviamente, residenti o domiciliati nel Lazio da almeno 6 mesi.

Il progetto Riesco

“Riesco” ha spiegato poi il governatore: “nasce con l’intento di reintegrare nel ciclo formativo migliaia di ragazzi che non studiano e non lavorano, permettendo loro di consumare cultura”. Attraverso la Carta Riesco, infatti, tutti i ragazzi interessati che avranno fatto la propria domanda di partecipazione tra il 20 dicembre 2017 ed il 10 gennaio 2018 avranno la possibilità di acquistare, nell’arco di un anno, determinati corsi di formazione e/o prodotti (libri, ingressi a musei, mostre, teatri, cinema etc…) per una spesa complessiva pari a 7.200 euro.

La partnership con i The Pills

A promuovere il progetto, nella sala eventi del “WeGil” della Regione Lazio, vi erano anche i The Pills ovvero tre degli youtubers più famosi d’Italia. Il trio, composto da Luca Vacchi, Luigi Di Capua e Matteo Corradini, aveva già affrontato tematiche di attualità nel film “The Pills - Sempre meglio che lavorare” (2016) ed ha quindi avuto la possibilità di realizzare per l’occasione alcuni video-spot che hanno saputo coniugare alla perfezione una problematica sociale così complessa con la consueta comicità che li caratterizza. 

L'impegno della Regione

È evidente quindi l’impegno della Regione Lazio per migliorare il futuro dei giovani. L’anno scorso infatti è stato creato “Torno Subito”, un progetto che ha permesso a più di 4000 ragazzi e ragazze di scoprire il mondo studiando, lavorando e formandosi; e quest’anno, con Riesco, “abbiamo chiesto ai ragazzi di mettersi di nuovo in gioco” ha affermato Il vicepresidente Massimiliano Smeriglio, spiegando poi “Noi investiamo su questi ragazzi, e ai ragazzi chiediamo un atto di fiducia per se stessi e anche per la nostra comunità. Noi abbiamo bisogno di una generazione che non vada via e rimanga qui e continui a costruire il futuro”.

 

 Si chiamano Digipolis Ghent, NumericALL, Google, Bertelsamn and Udacity e Asociatia TechSoup i vincitori dell’”European Digital Skills Award 2017”, il contest organizzato dall”’European Commision for the Digital Economy and Society” per dare un riconoscimento alle organizzazioni e alle aziende che più si sono impegnate durante l’anno per migliorare e facilitare l’apprendimento delle competenze digitale nei vari paesi membri della comunità europea. 

 

L'European Digital Skills Award 2017

 Il premio, ovvero la possibilità di diffondere il proprio progetto attraverso i canali mediatici dell’unione europea, è stato consegnato durante la “Digital Skill and Job Coalition conference” dal commissario europeo per l’economia e le società digitali Marija Gabriel che ha poi ribadito l’impegno della comunità europea nel sostenimento del progetto anche per il prossimo anno. Il concorso è stato strutturato nel modo più “ampio” possibile ed si compone infatti di quattro categorie (a ognuna delle quali corrisponde un vincitore): la “digital skills for all”, in cui vengono presentati i progetti più intuitivi che devono risultare di facile comprensione per qualsiasi tipologia di utente (anche per i bambini); la “digital skills for the labour force” che si concentra soprattutto sull’economia digitale e sulla formazione dei lavoratori; la “digital skills for ICT professionals”, il cui obiettivo è perfezionare le competenze digitali di coloro che già operano in questo ambito e hanno quindi una notevole esperienza con esse e infine la “digital skills in education”, che mira, come intuibile, a migliorare i processi di insegnamento. Inoltre, un ultimo riconoscimento viene dato al progetto che, indipendentemente dalla categoria alla quale appartiene, si è più impegnato per colmare il divario di genere che spesso caratterizza il mondo delle tecnologie e delle competenze digitali; il “digital skills for women and girls” quest’anno è stato vinto da una fondazione polacca, la Perspektwy con il progetto “ITforShe”.

Le competenze digitali in Europa

Eppure, attualmente, secondo i dati dell’unione europea il 44% dei cittadini europei non ha neanche una vaga idea di cosa siano le competenze digitali e di quanto saranno determinanti per lo sviluppo economico e sociale dei prossimi anni. Questo concorso è quindi solo un punto di partenza poiché, come ha infatti sottolineato il commissario Marija Gabriel: “Nessun settore può fare a meno del digitale. Il digitale interessa tutti gli aspetti della società e nessuno dovrebbe esserne escluso”.

#ognigiorno25: l’hashtag della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne 2017 che sarà domani 25 Novembre, volta a sostenere le donne che hanno subito violenza, ma soprattutto sensibilizzare studenti e adulti su questo tema. Questo hashtag è significativo perché contiene l’impegno di associazioni ed istituzioni, ma anche l’esortazione ad affrontare il tema a scuola ed in famiglia sin dall’età adolescenziale; il simbolo della giornata è l’immagine di un paio di scarpe con il tacco, tipico simbolo femminile, di colore rosso, simbolo di amore e violenza. 

È molto importante l’invito del Presidente della Camera a 1500 donne che hanno avuto esperienze di questo genere a raccontare il proprio vissuto e dibattere sull’argomento in Parlamento, che per la prima volta ospiterà soltanto relatrici. Donne che sono riuscite a trasformare un’esperienza negativa in qualcosa su cui dibattere per accrescere la sensibilità di tutti e l’attenzione della comunità e delle istituzioni. 

È stato riscontrato un minor numero di denunce per stalking ai danni delle donne in quest’anno rispetto al 2016, da 10.067 a 8.480, considerato un fenomeno positivo da un lato, ma che può celare ancora la paura di molte donne di farsi aiutare e di difendersi da coloro che le fanno soffrire, fisicamente e psicologicamente. Allo scopo di essere più presenti ed efficaci, la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato ha organizzato il progetto Camper, al quale partecipano poliziotti, medici, psicologi e membri di organizzazioni che sono impegnati in questo tema. 

L’aspetto peggiore del fenomeno di violenza sulle donne è che la maggior parte degli artefici di stalking, violenza psicologica o fisica sono i loro partner o ex fidanzati, responsabili del 62% degli abusi sessuali. È stato addirittura riscontrato che il 53% delle donne nell’Unione Europea evita determinati luoghi o situazioni per paura di essere aggredita. 

Dal mio punto di vista, quello di una neo liceale quattordicenne, questo fenomeno desta stupore e insicurezza tra noi ragazze, che ci chiediamo di chi ci si può fidare e di chi no, se sarà il nostro tuo partner colui dal quale ci dovremo difendere, che dovrebbe coincidere in realtà con un nido, una protezione, un rifugio. Noto che tra i maschi questo argomento non è ancora trattato, molti di loro pensano che non faranno mai del male a nessuno e che non saranno persone violente, anche se chiaramente sono disgustati dagli atti dei violentatori o degli stalker. Questo argomento è stato trattato dalle professoresse delle medie in precedenza, e da quelle attuali, allo scopo di rendere coscienti noi studenti di questa problematica che affligge molte donne nel mondo.

 

Il Motivo della Data 

Il 25 Novembre, si celebra la giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Istituita dalle Nazioni Unite, il 17 Dicembre 1999 (54/134), con l’intento di porre l’attenzione di governi, associazioni e ONG sulla questione ed avviare misure per contrastare il fenomeno. La data del 25 Novembre è stata scelta per commemorare le sorelle Mirabal, attiviste politiche uccise nel 1960 a Santo Domingo, perché si sono opposte alla dittatura di Rafael Leónidas Trujillo. I simboli della Giornata sono il colore l’arancione, stabilito dall’ente ONU sull’uguaglianza di genere e le scarpe rosse come simbolo della donna e della femmnilità.

Grande obiettivo 2017

Le Nazioni Unite contro la violenza sulle donne, quest’anno hanno deciso di avviare una campagna non stop di 16 giorni di attivismo, contro la violenza sulle donne in tutto il mondo. La campagna inizierà il 25 novembre, per concludersi il 10 dicembre data non casuale. Infatti, il 10 dicembre essendo la Giornata per i diritti umani è l’occasione per riaffermare con fermezza che la violenza sulle donne costituisce un grave violazione dei diritti dell’uomo. 

Secondo i rapporti dell’ONU, almeno una donna su tre nel mondo ha subito una qualche forma di violenza nella vita sia in ambito domiciliare che professionale. La campagna UNiTE dell'Onu ha come tema "Nessuno deve essere lasciato indietro” (Leave No One Behind), con l’obiettivo di porre fine alla violenza contro le donne e le ragazze. Questo partendo dalle categorie più vulnerabili tra cui rifugiati, migranti, minoranze e popoli che sono stati soggetti a calamità naturali.

Obiettivo 2030

Questo campagna di 16 giorni, si aggiunge allo sforzo d’indirizzo già effettuato dalle Nazioni Unite con l’inserimento dell’uguaglianza di genere al 5 posto come obiettivo per lo sviluppo sostenibile dell’agenda 2030.

Rapporti sulle dimensioni del Fenomeno

Tuttavia, nonostante gli sforzi, il percorso si dimostra ancora lungo, come infatti ricordato nel messaggio del segretario generale dell’ONU. Secondo il quale numerose sono ancora le cause ostative al raggiungimento dell’obiettivo 2030, tra le quali il fatto che 1 donna su 3 ancora subisce violenze per tutta la vita, più di 750 milioni di donne si sono sposate prima dei 18 anni ed inoltre la piaga della mutilazione genitale femminile è una pratica purtroppo ancora diffusa con oltre 250 milioni di donne che ne hanno subito le conseguenze. 

Per il segretario generale António Guterres, è tempo di promuovere un’azione collettiva per porre fine alla violenza contro donne e ragazze per sempre. Questo porta tutti i paesi a lavorare all’unisono, verso lo stesso obiettivo. Il S.G. assicura Nazioni Unite si impegnano e si impegneranno a combattere la violenza contro le donne in tutte le sue forme.

In Italia

 

Nel mondo numerose sono le iniziative in occasione del 25 novembre. A Roma si terrà una manifestazione nazionale “Non Una di Meno”, le cui organizzatrici diffondono un messaggio nitido: "Non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza di genere in tutte le sue forme”.

Quest’anno tra il 1 ed il 3 dicembre 2017 la capitale ospiterà Il Maker Faire Rome, ormai l’appuntamento fisso di Maker, appassionati di tecnologia e di tutti coloro che danno uno sforzo creativo alle proprie idee. Il Maker Faire è giunto alla sua quinta edizione, anche quest’anno lo spazio espositivo sarà ospitato da Fiera di Roma, con ben 7 padiglioni a disposizione per un totale di 100mila mq di spazio espositivo.

Il Maker Faire si dimostra il luogo prediletto d’incontro tra famiglie e l’innovazione digitale 4.0. Famiglie che avranno l’opportunità, di interagire in maniera interattiva con le nuove tecnologie coinvolgendo anche i più piccoli. Questo sarà possibile grazie all’Area Kids di 10mila mq dedicata ai bambini di età compresa tra 4 ai 15 anni. Per maker e startupper invece la fiera sarà un’occasione per confrontarsi e migliorarsi approfittando anche della presenza di aziende interessate ad espandere i propri mercati.

Temi del 2017 

Riguardo al tema del Maker Faire il focus principale rimane sul ruolo dell’impresa 4.0 con l’idea di aiutare il pubblico composto anche da esperti attraverso workshop, esempi, simulazioni e testimonianze a comprendere il processo produttivo. Tuttavia la fiera non si limita soltanto a questo ampio spazio sarà dato a temi come L’internet delle cose, l’agricoltura 4.0, la realtà virtuale e aumentata, le biotecnologie ed il cibo del futuro. 

Makers 

I Makers rimangono i protagonisti di questa fiera ovvero appassionati, educatori, artigiani, inventori, ingegneri, studenti che sviluppano le proprie idee con passione. Il curatore di questa edizione Del MFR è Massimo Banzi co-founder di Arduino, con l’ausilio di Alessandro Ranellucci coordinatore Esecutivo e un gruppo di 6 responsabili d’area qualificati come Bruno Siciliano (area robots), Paolo Mirabelli (droni), Alex Giordano (agricoltura), Sara Roversi (area food), Chiara Russo (area kids), Maura Spagnolo (Green Tech). 

Ruolo Internazionale 

La risonanza del Maker Faire è ormai internazionale e Roma si conferma per la 5 volta come polo di idee, contenuti ed innovazione digitale. Infatti sono ben 750 i progetti arrivati dalla sola “Call for Makers” provenienti da molti paesi del mondo con tutti gli stati dell’Unione Europea rappresentati.

In Italia l’iniziativa e da tempo sostenuta dalle istituzioni e quest’anno si aggiunge anche il patrocinio della Camera di Commercio di Roma con Azienda speciale InnovaCamera. Inoltre, nel mondo del Maker Faire Rome, non manca il coinvolgimento di uno dei più importanti attori ovvero il mondo dell’Università della Ricerca e della scuola. Infatti 28 sono le università presenti di cui 5 estere, mentre il coinvolgimento delle scuole conta ben 55 istituti di cui 5 esteri, questi istituti hanno risposto alla “Call for schools” e tra loro figurano sia istituti secondari che ITIS specializzati, ovviamente il tutto in collaborazione con il MIUR.

“Grazie a quest’esperienza sono venuta a conoscenza degli importanti temi discussi all’interno dell’Onu (...) e ho avuto la possibilità di stringere amicizia con persone che abitano in diversi paesi”.

Sofia, studentessa dell’ultimo di un liceo scientifico di Roma, è una dei 4800 studenti che nello scorso anno scolastico ha avuto modo di partecipare al progetto ideato dall’associazione United Network Europa “Harvardmun”. Recentemente è entrata a far parte dello staff dell’organizzazione e, a differenza di molti suoi coetanei, si definisce soddisfatta della sua “alternanza Scuola-Lavoro”. 

 

Come sei venuta a conoscenza del progetto Harvardmun?

Dopo aver partecipato al progetto IMUN a Roma, grazie alla professoressa di inglese della mia scuola, sono venuta a sapere che era possibile partecipare al progetto anche in America e la meta sarebbe stata Boston.

Quanto è durato il viaggio? E Quanti erano i tuoi “compagni di viaggio”?

Della mia classe siamo partiti in sette e abbiamo “lavorato” presso lo Sheraton Boston Hotel per quattro lunghe giornate.

Cosa ti ha spinto a partecipare al progetto?

Sicuramente l’esperienza in Italia dell’anno precedente mi ha convinto a partecipare di nuovo alla simulazione, inoltre il fatto che si trovasse a Boston mi avrebbe dato la possibilità di conoscere persone provenienti da più parti del mondo e ovviamente anche visitare un nuovo paese.

Quest’esperienza ha cambiato il tuo modo di vedere le nazioni unite?

Sì, decisamente. Grazie a quest’esperienza, per esempio, sono venuta a conoscenza degli importanti temi discussi all’interno dell’onu. Vivere l’esperienza dall’interno, come delegato, e con la responsabilità di rappresentare un paese, è un’esperienza che riesce a farti aprire gli occhi sulla comunicazione tra gli stati appartenenti alle nazioni unite e l’impegno da parte di ognuno nel risolvere problematiche mondiali nel modo più efficace.

Quanto è importante conoscere l’inglese per poter aderire al progetto?

Sicuramente serve avere delle buone basi, sia per quanto riguarda la comprensione, sia per saper affrontare un discorso formale così come un dibattito più diretto. Personalmente penso di aver ampliato il mio vocabolario più specifico rispetto al tema trattato e il linguaggio formale che si ha all’interno della commissione.

Hai avuto tempo per vedere la città? Cosa ti è rimasto di Harvard?

Solitamente veniva dedicata mezza giornata alla visita di Boston durante le giornate di simulazione, mentre abbiamo avuto altri quattro giorni interi per visitare la città di New York.

Hai avuto modo di stringere nuove amicizie?

Si, nei momenti di pausa ho avuto la possibilità di stringere amicizia con persone che abitano in diversi paesi come l’Ecuador, l’India e ovviamente gli Stati Uniti. Con due di loro sono ancora in contatto e grazie a questi legami il mondo sembra sempre più piccolo.

La corsa di un qualsiasi modellino telecomandato finita contro un muro, o quella di un drone radiocomandato che termina in una pozzanghera, non fa notizia.


Può sicuramente causare preoccupazione per eventuali danni importanti causati a persone e cose, o tristezza nei più piccoli che vedono il proprio giocattolo rompersi e i propri sogni frantumarsi appresso. Quello che invece sta accadendo in rete, da qualche giorno, dopo che un impiegato americano ha pubblicato su twitter la foto del robot K5 finito in una vasca d’acqua, è alquanto singolare. Oltre la scontata viralità delle foto, sono i commenti a destare maggiore curiosità. Infatti al robot usato come sorveglianza di alcuni palazzi a Washington DC, annegato nella fontana del condominio mentre compiva un suo giro di ronda, il popolo del web sta riservando interpretazioni sull’accaduto di vario tipo. C’è certamente un nutrito esercito di tweet che propende per una umanizzazione del K5, descrivendo l’accaduto come il primo roboticidio della storia. Al robot poliziotto, dalla forma a missile senza braccia, spione al punto giusto da leggere e memorizzare targhe, ascoltare e registrare dialoghi senza chiedere peraltro il consenso, fotografare volti e corpi, tutti dati da trasmettere costantemente alla polizia, si dà un briciolo di sentimento. A quella capsula Americana, che in Italia il Garante per la protezione dei dati personali avrebbe certamente bloccato bollandolo come fuorilegge della privacy, si sta attribuendo un valore che va oltre il materiale. Anziché derubricare l’accaduto semplicemente come il cortocircuito di una scheda programmata, o di un difetto di progettazione, si pensa e si parla di suicidio, colpa di un lavoro onesto ma monotono e ripetitivo al limite dell’alienante. Qualcuno commenta che addirittura potrebbe essere la vendetta di un alterco con un ubriaco, di due mesi fa, finito poi con l’arresto dell’alticcio, o il senso di colpa scaturito nell’aver urtato per errore un bambino senza peraltro avergli causato danni. Alla fine al rottame elettronico, assistito dai suoi colleghi poliziotti-umani, si sta concedendo la “pietas” degli uomini. Alla paura dell’uomo, verso il robot nemico che ci ruba il lavoro sottopagato e senza conto in banca, si affianca la compassione per il collega interinale sfruttato per un lavoro monotono. A quella presenza puntuta e ingombrante come un proiettile, senza fascino e pure brutta, apostrofato come guardone, forse quello del suicidio è sembrata l’unica strada verso la libertà. Un iniziale percorso dell’intelligenza artificiale, di comprendere stati d’animo come la ripetitività e l’insoddisfazione, se vuole raggiungere e superare quella dell’uomo. Intanto il popolo della rete comincia a provare empatia, compassione e simpatia verso l’odiato-amato robot, prove di comprensione tra soggetti animati e oggetti inanimati. Forse noi uomini stiamo iniziando a metabolizzare la presenza dei collaboratori meccanici visti non più come detrattori di lavoro, ma semplicemente come colleghi simili a noi, che non ci fanno più paura perché temiamo di più l’umanità. In fondo l’amicizia di un robot può essere programmata ma disinteressata, quella di un individuo a volte soltanto interessata. L’epitaffio “riposa in pezzi, ci mancherai” può allora essere l’umana conclusione per una rovinosa caduta in acqua di un collega robot.

Alfonso Benevento

Martedì 11 aprile all'IIS Leonardo da Vinci in via Cavour si è tenuto un incontro con la Presidente della Camera Laura Boldrini, che ha trattato l'argomento del ciberbullismo, tematica sulla quale la Camera si è concentrata molto negli ultimi tempi, creando la Carta dei Diritti e dei Doveri di Internet su richiesta di ragazzi, genitori e insegnanti.

Come viene promossa la Carta dei Diritti e dei Doveri di Internet?

Il Ministero dell'Istruzione gira nelle scuole proprio per promuovere questa Carta, per stabilire un contatto con gli insegnanti e i giovani e  per far capire che ci sono dei diritti e dei doveri in internet. L'obiettivo è dare ai ragazzi gli strumenti per un uso consapevole della rete.

 

Qual è il diritto principale e il dovere più importante secondo lei?

Il diritto intanto, dalla parte nostra, è quello di consentire a tutti un accesso alla rete quindi mettere tutti in condizione di poter accedere alla rete o comunque di avere una formazione adeguata. Dopodichè ci sono appunto dei doveri: ognuno deve sapere che quando scrive dei commenti dall'altra parte c'è qualcuno che li riceve. Quindi la libertà di espressione deve essere correlata anche dalla libertà degli altri di essere rispettati, e quindi in questo senso bisogna far capire e promuovere una cultura del rispetto. Ma anche dire ai ragazzi che, ad esempio, i loro dati hanno un valore quindi capire che non è tutto gratis e non è tutto così semplice; c'è chi sulla rete si arricchisce e questo significa che loro devono sapersi proteggere. Dopodichè un altro messaggio che io voglio dare ai giovani sempre è di non subire la violenza. Mai. Né in rete né fuori della rete, e se qualcuno si deve vergognare è il bullo, non chi è messo in condizioni di essere oggetto di violenza.

 

L'importante è che le persone che vengono “bullizzate” sappiano che le istituzioni sono dalla loro parte. 

Assolutamente sì, il Ministero ha fatto tanto sta facendo molto, e noi con la nostra Commissione ci stiamo dando da fare, la polizia postale sta facendo molto. Insomma c'è uno sforzo collegiale, noi abbiamo anche un provvedimento che io mi auguro che possa essere finalizzato quanto prima, ce lo chiedono tanti ragazzi e tanti genitori. È un provvedimento sul cyberbullismo, perché noi non possiamo stare a guardare mentre tutto questo avviene; il legislatore ha il dovere di dare gli strumenti a tutti per sentirsi sicuri e protetti.

 

Come si sviluppa lo spirito critico delle nuove generazioni per non diventare vittime della rete?

Si sviluppa parlando, discutendo, comportandosi, facendo caire che ci sono degli interessi dietro alla rete, che non è tutto così gratis e così meraviglioso. Che sicuramente è un grande spazio di libertà e quella libertà va salvaguardata, dai violenti e da chi vuole speculare su quella libertà. Quindi è giusto dare gli strumenti ai giovani e anche agli insegnanti, perché così possano lavorare insieme. 

La Commissione Internet della Camera ha fatto questa Carta dei Diritti e dei Doveri di Internet, che è stato frutto di un lavoro fatto con i Deputati, con gli esperti, ma anche con la consultazione pubblica online, è uno strumento che può aiutare in questo senso. Quindi noi abbiamo fatto un protocollo col Miur, grazie al quale adesso la Commissione esce da Montecitorio e va nelle scuole di tutta Italia, e questo mi sembra un segnale costruttivo di attenzione a dire che le istituzioni e i giovani possono lavorare insieme per riuscire a fare in modo che questo spazio sia uno spazio che in futuro ci darà sempre nuove opportunità.

 

Lei ha detto che ci si deve sempre immedesimare nell'altro quando si scrive su internet. 

Sì, ci si deve sempre mettere nei panni dell'altro, chiedersi “che cosa farei io se ricevessi tutto questo?”. Perché scrivere cose di getto senza fare una riflessione prima? Perché questo succede? Spesso perché le cose che vengono fatte circolare sono scritte ad arte per inquinare con l'odio la rete. Le bufale, la disinformazione, sono una minaccia, un pericolo per la democrazia, laddove  invece essere informati correttamente è un diritto. Ecco, chi fa invece l'azione contraria lo fa proprio per creare caos, scompiglio e angoscia nella gente, nella popolazione o danneggiare imprese o singoli individui. Quindi è importante che su questo si lavori molto, dare a tutti gli strumenti per difendersi da questo tentativo, di evitare qualsiasi valutazione sulla realtà oggettiva dei fatti. 

Se si osservano i cambiamenti del sistema scolastico degli ultimi 150 anni, a differenza di quanto accade prendendo in esame infrastrutture e tecnologie, non si percepiscono cambiamenti sostanziali. Eppure gli strumenti per cambiare la famigerata “didattica frontale” e trasformarla nel cosiddetto “e-learning” ci sono già, sono open source e, soprattutto, sono gratuiti. Dovremmo soltanto conoscerli un po’ meglio ed imparare ad apprezzarli. 

  1. GOOGLE CLASSROOM

A differenza delle altre applicazioni, quasi sconosciute, questa sta acquisendo sempre maggiore visibilità e, come tutti i prodotti Google, ha un ottimo interfaccia, davvero intuitivo. 

  1. CLASSROOM

Non poteva mancare ovviamente la risposta di Apple che, ormai da qualche anno, si impegna nel dare annualmente il proprio contributo per l’istruzione e l’educazione mondiale. Il software sviluppato dall’azienda di Cupertino è efficace e, come prevedibile, ha una grafica impeccabile. 

  1. SOCLOO

Il sito sviluppato dall’imprenditore Andrea Armellini è stato pensato e sviluppato solo ed esclusivamente per la scuola digitale italiana. Per il momento però sono solo una ventina i licei che si sono affidati al sistema. 

  1. MOODLE

Questa è probabilmente la più complessa tra le piattaforme viste finora. Moodle offre infatti una maggiore libertà per personalizzare il sito a proprio piacimento. Per apprezzarlo a pieno è quindi necessario fare prima un po’ di pratica. 

 

  1. ELIADEMY

 

Eliademy, contrariamente agli altri, ha creato oltre alla versione “open”, in cui gli studenti possono solamente caricare o condividere il materiale presente nell’archivio dell’app, anche quella “premium” all’interno della quale gli utenti possono essere seguiti da un tutor o accedere a corsi privati. 

Al Premio Romei 2017 è stata premiata una delle più brillanti penne del giornalismo italiano nonché l’autore di celebri saggi di argomento politico-sociale tra cui  “La casta”, “L’orda: quando gli albanesi eravamo noi” e “Negri, froci, giudei & co.: l’eterna guerra contro l’altro”. 

Gian Antonio Stella, nel suo ultimo articolo per il Corriere della Sera ha mostrato alcuni dei tesori più preziosi della biblioteca Capitolare di Verona. Tuttavia la maggior parte di questi spazi culturali sono costretti ormai a confrontarsi con il mondo di internet; come si possono conciliare queste due realtà?

In genere le biblioteche, tra cui quella di Verona, sono obbligate a svolgere questo lavoro di “avvicinamento” ad internet digitalizzando molti dei documenti che preservano per renderli  sfogliabili o, più semplicemente, osservabili. Il vero problema che hanno questi enti culturali, soprattutto in Italia, è però che sono “sottopagati”. 

In che senso?

La biblioteca di Firenze, per esempio, è pagata un trentasettesimo rispetto alle sue pari francesi o londinesi e, nonostante ciò, riesce a ad avere un simile numero di visitatori. È evidente però che la biblioteca più frequentata al mondo rimane, ormai da circa una decina d’anni a questa parte, la “Google”. 

Il web però non sempre è così “educativo” e anzi, sono sempre più virali i casi di disinformazione. Come possiamo salvaguardarci dalle cosiddette “fake news”?

Fermo restando che sul modem andrebbe scritto come sui cassoni di dinamite “Attenzione maneggiare con cura”. Sul caso Donald Trump infatti è uscito di tutto su internet. Una falsa intervista a Mac Cobain in cui affermava “la nostra generazione cambierà il mondo non mi stupirei se l’America ora eleggesse una persona ricca e incorruttibile come D.T.” Hanno pubblicato un’intervista a Yoko Ono in cui sosteneva di aver avuto un’avventura sessuale negli anni ’70 con la Clinton. Hanno pubblicato un suicidio di un agente del FBI coinvolto in un caso di pedofilia a cui si potevano ricollegare le email di Hillary Clinton. Si è detto che il papa avrebbe votato Donald Trump. Internet è come la dinamite: può essere utilizzato per fare una strada o per uccidere persone. 

La presidente Boldrini ha creato il sito bastabufale.it. Secondo lei può funzionare?

Forse si. Ciò che mi ha colpito della presidente è che ha pubblicato gli insulti ricevuti. 

A proposito di politica, sono ormai passati dieci anni dal suo celebre libro “La casta”. Cosa è cambiato?

I vitalizi del parlamento sono stati dimensionati ad esempio sono stati dismessi e poi hanno abolito il finanziamento pubblico. Cosa che io non avrei fatto.

Perché?

Perché ci vuole misura. Andava ridotto (ad esempio del 70%) ma non abolito perché altrimenti fanno politica soltanto i ricchi. Il vero cambiamento si realizzerà soltanto quando si avrà un maggiore controllo sui costi della politica e soprattutto quando si verificheranno quei cambiamenti che non sono stati ancora fatti.  

Un esempio?

La scuola. Il sistema scolastico va avanti per sanatorie da un secolo e mezzo, da prima dell’unità d’Italia. Nonostante i suoi difetti la scuola italiana riesce comunque a conquistare il mondo anche se preferirei che questi cosiddetti “cervelli in fuga” restassero nel nostro paese. 

Secondo lei gli studenti che manifestano contro tale sistema stanno reagendo nel modo sbagliato quindi?

Se io avessi diciott’anni in effetti non manifesterei per il diritto allo studio o per l’inefficienza dei trasporti. Sono problematiche troppo complesse e che difficilmente riescono ad individuare un unico responsabile. 

E per cosa manifesterebbe?

Mi opporrei agli ordini professionali. Ufficialmente sono aperti ma sappiamo tutti che ciò non corrisponde al vero. Non perseguono chi viene condannato dalla magistratura (architetto casa Scajola) e scartano i giovani talentuosi che desiderano accedere al mondo del lavoro. Difendono chi è già inserito, chi è già forte. Fanno i cani da guardia non al potere ma del potere. 

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