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Tecnologia

Tecnologia (25)

Se si osservano i cambiamenti del sistema scolastico degli ultimi 150 anni, a differenza di quanto accade prendendo in esame infrastrutture e tecnologie, non si percepiscono cambiamenti sostanziali. Eppure gli strumenti per cambiare la famigerata “didattica frontale” e trasformarla nel cosiddetto “e-learning” ci sono già, sono open source e, soprattutto, sono gratuiti. Dovremmo soltanto conoscerli un po’ meglio ed imparare ad apprezzarli. 

  1. GOOGLE CLASSROOM

A differenza delle altre applicazioni, quasi sconosciute, questa sta acquisendo sempre maggiore visibilità e, come tutti i prodotti Google, ha un ottimo interfaccia, davvero intuitivo. 

  1. CLASSROOM

Non poteva mancare ovviamente la risposta di Apple che, ormai da qualche anno, si impegna nel dare annualmente il proprio contributo per l’istruzione e l’educazione mondiale. Il software sviluppato dall’azienda di Cupertino è efficace e, come prevedibile, ha una grafica impeccabile. 

  1. SOCLOO

Il sito sviluppato dall’imprenditore Andrea Armellini è stato pensato e sviluppato solo ed esclusivamente per la scuola digitale italiana. Per il momento però sono solo una ventina i licei che si sono affidati al sistema. 

  1. MOODLE

Questa è probabilmente la più complessa tra le piattaforme viste finora. Moodle offre infatti una maggiore libertà per personalizzare il sito a proprio piacimento. Per apprezzarlo a pieno è quindi necessario fare prima un po’ di pratica. 

 

  1. ELIADEMY

 

Eliademy, contrariamente agli altri, ha creato oltre alla versione “open”, in cui gli studenti possono solamente caricare o condividere il materiale presente nell’archivio dell’app, anche quella “premium” all’interno della quale gli utenti possono essere seguiti da un tutor o accedere a corsi privati. 

In attesa del famigerato Iphone 8 (oppure iPhone X, per la cadenza decennale del suo anniversario) l’analista Ming-Chi Kuo ha da poco diffuso il suo ultimo bollettino firmato KGI Securities che anticipa ai suoi clienti le possibili caratteristiche del nuovo top di gamma di Apple in arrivo nel 2017. 

 

 

Uno dei primi rumors parla dell’implementazione del nuovo schermo OLED con tecnologia edge-to -edge flessibile, capace di ricoprire l’intera superficie dello Smartphone andando a creare uno schermo bordless (senza bordi visibili). L’implementazione di tale schermo comporterà a Apple il cambio dell’attuale 3D Touch (il sensore di pressione per creare delle shorcut nelle applicazioni) per passare al sensore FPCB (Flexible Printed Circuit Board) un sensore di pressione a film" con un supporto di metallo sottostante, così da assicurare maggiore sensibilità al tocco e resistenza alla pressione.

Secondo l’analista di KGI, gli ingegneri di Apple secondo i brevetti depositati in questi anni, sono riusciti ad implementare un sensore ottico per la rilevazione delle impronte digitali nello stesso pannello OLED così da poter sbloccare il dispositivo in qualunque parte dello schermo.  Ming-Chi Kuo suppone inoltre una collaborazione tra sensore ottico del pannello OLED e l’utilizzo di un riconoscimento facciale grazie alla camera anteriore dello smartphone, così da creare un perfetto riconoscimento biometrico dello stesso utente, tutto rigorosamente custodito nel chip del telefono e lontano dall’essere caricato sull’account personale dell’utente in iCloud. 

Oltre alle novità che potrebbero arrivare su iPhone 8, non analizzate nel report ma presenti in moltissimi rumor, vi sono la ricarica wireless che finalmente permetterà di rivoluzionare il concetto di ricarica che Apple sta cambiando dalla implementazione del cavo “lightning", la certificazione IP68 (sigillato e resistente all'ingresso di acqua e possibilità di immersione fino a 3m) e il telaio in acciaio Inox. Il keynote di presentazione è ancora lontano ma rumor e indiscrezioni dell’ultimo minuto ci faranno compagnia fino a giugno.

Alain Thébault e Anders Bringdal hanno avuto un’idea alquanto rivoluzionaria per migliorare i problemi di spostamento e trasporto all’interno della città di Parigi. Hanno pensato a un’idea per utilizzare un elemento fondamentale, che loro hanno considerato una fonte di opportunità: l’acqua.

Il nome di questo nuovo e futuristico mezzo di trasporto sarà Sea Bubbles, e molte importanti aziende produttrice di software e apparecchiature di questo genere si sono proposte di investire il proprio denaro su questo che sembra un gran progetto. Questa costruzione a forma di bolla si librerà sull’acqua all’altezza di circa due pollici dalla superficie del fiume e potrà trasportare all’incirca 5 persone con autista incluso; avevano pensato anche ad un progetto di guida autonoma, che ancora purtroppo non è possibile. Secondo i fondatori della startup, sarà presentata al Las Vegas Consumer Electronics Show, a gennaio 2017. Inoltre codesto grande progetto è considerato anche come una rivoluzione che potrebbe risolvere il problema dell’inquinamento, poiché è previsto inoltre un sistema di alimentazione ad energia solare per essere sempre più sostenibile e rispettoso dell’ambiente, e del traffico che porta un numero abbastanza elevato di co2, che però sarà ridotta da questo sistema di trasporti simili agli aeroplani, poiché come ha detto il cofondatore Alain Thébault, volerà sull’acqua con “delle ali” come gli aeri si librano nel cielo. Le ali sotto la barca solleveranno il veicolo dall'acqua, riducendo in modo significativo la resistenza e permettendo alla vettura di galleggiare 70 centimetri al di sopra della superficie del fiume.

Il progetto ha suscitato l’interesse di aziende come Tesla, Google e Uber. Dopo un primo round di finanziamenti di 500mila euro sostenuto anche dal fondo di BPI del Governo Francese se ne prevede un altro entro fine agosto. Inoltre, nelle intenzioni dei suoi ideatori, dovrà essere accessibile a tutti: “Attraversare Parigi sulla Sea Bubble costerà meno di un viaggio in taxi”, assicurano. Sea Bubble ha attirato l'attenzione anche del giornale Le Parisien, che scrive "L'obiettivo è quello di proporre un nuovo mezzo di trasporto ecologico e ricaricabile con pannelli solari, turbine e eliche. L'inventore Alain Thebault vuole anche che sia accessibile: 'Attraversare Parigi sulla Sea Bubble costerà meno di un viaggio in taxi'". Il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, ha inoltre chiesto all'inventore, velista di professione, di testare 5 prototipi sulla Senna, in primavera.

È in atto una rivoluzione del settore agroalimentare grazie alla quale rete e tecnologie stanno innovando filiera, modelli e processi produttivi. Si tratta dell’Internet of Food, un mondo di tecnologie, applicazioni e servizi vari che sta cambiando il modo di produrre, trasformare, distribuire, consumare e anche comunicare il cibo.

L’agroalimentare rappresenta oggi l’attività economica più grande a livello globale e crescerà esponenzialmente nei prossimi anni a causa di una più elevata richiesta di cibo. La Fao ha stimato che nel 2030 la popolazione mondiale raggiungerà gli 8 miliardi di individui e che nel 2050 sfiorerà i 9 miliardi. Di questi almeno 6,3 miliardi, sottolinea la Fao, abiteranno nelle città. Questi dati fanno riflettere su dove e come il cibo verrà prodotto per sfamare una popolazione sempre più numerosa, dal momento in cui le aree rurali sembrano ormai appartenere al passato. La Fao sottolinea poi quelle che oggi sono le principali problematiche legate al cibo, in primis, denutrizione e spreco alimentare. La denutrizione colpisce oggi oltre 800 milioni di persone nel mondo, di cui 159 milioni sono bambini. Contemporaneamente vengono buttate ogni anno circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo in tutto il pianeta, pari ad un terzo dell’intera produzione alimentare. Secondo dati Fusions 2016, lo spreco alimentare globale vale oggi 1000 miliardi di dollari ogni anno e raggiunge i 2600 miliardi se si considerano i costi legati all’acqua e all’impatto ambientale. Solo nell'Unione Europea si arriva a 88 milioni di tonnellate di cibo gettato via ogni anno e si sprecano ogni giorno circa 720 kcal di cibo a persona. In Italia, secondo l'Osservatorio Waste Watcher, il solo spreco alimentare domestico vale oltre 13 miliardi di euro ogni anno, corrispondenti all’1% del Pil nazionale

Queste sono problematiche che impongono una nuova prospettiva per il futuro dell'agroalimentare sia dal punto di vista della produzione del cibo sia da quello della diffusione. Inoltre, bisognerà essere sempre più attenti alla sicurezza alimentare e alla tracciabilità dei prodotti alimentari. Il consumatore di oggi e, in particolare, il consumatore di domani, richiederà sempre di più di poter di poter rintracciare i prodotti alimentari, in modo tale da conoscerne la provenienza e ricostruirne così l’intero percorso, dallo stato finale a quello iniziale. È in questa nuova realtà che le tecnologie stanno assumendo un ruolo sempre più importante in materia di sostenibilità, lotta agli sprechi, sicurezza alimentare, tracciabilità, produzione, vendita e distribuzione. L’Internet of Food interesserà il settore agroalimentare a 360 gradi: dall’idroponica al vertical farming, dall’agricoltura di precisione ai sensori molecolari portatili che indicano il contenuto e la composizione di un alimento, alle stampanti 3D per il cibo, alle etichette intelligenti per la tracciabilità dei prodotti, alle tante applicazioni che incentivano la riduzione dello spreco alimentare e il riciclo, fino ad arrivare a tutti i nuovi sistemi di comunicazione e di e-commerce che stanno cambiando il modo in cui il cibo viene venduto, distribuito e consumato.

Nel mondo del Food, a dominare saranno le start-up operanti nel settore agroalimentare. A questo proposito, lo scorso 20 novembre a Bologna si è conclusa la Future Food, competizione organizzata da Digital Magics, società che si occupa di sviluppare nuovi business digitali, in collaborazione con il  Gruppo Intesa Sanpaolo, e rivolta a tutte le startup italiane che sviluppano prodotti e servizi innovativi nel settore del Food. Le opportunità offerte da questo settore saranno sempre più numerose interessanti dal punto di vista imprenditoriale. A esempio a Milano, in occasione di Expo 2015, è stata lanciata la prima edizione di Seeds&Chips, il Summit internazionale dedicato alla Food innovation, ideato dall’imprenditore Marco Gualtieri già fondatore di MilanoCucina. Per Expo, l’architetto Carlo Ratti insieme con Coop hanno realizzato il Future Food District, un supermercato moderno che proponeva una nuova esperienza dell’acquisto dei prodotti e della gestione di un supermercato in chiave interattiva. Ad esempio bastava sfiorare i prodotti, dotati di ‘etichette aumentate‘ e posti in scaffali con applicativi touch, per vedere proiettate tutte le informazioni, relative non solo a composizione e tracciabilità, ma anche all’impatto ambientale, all’eventuale presenza di allergeni o di altre sostanze ‘a rischio intolleranza’.

Altre esperienze imprenditoriali del nostro Paese sono rappresentate da XGlab, startup che effettua scansioni a raggi X in grado di analizzare qualità, conservazione e livello di tossicità degli alimenti, QuiCibo, piattaforma e-commerce gratuita, dove i consumatori acquistano dai produttori di tutta Italia in modo sicuro e certificato, Menuale, primo portale italiano dedicato alla ristorazione 2.0 e food advisor che aiuta gli utenti (50.000 ogni mese) a trovare i locali che propongono il piatto desiderato. In questo senso, Pro Web Consulting, un’agenzia Seo, ha creato un’app che fornisce un servizio di consulenza ad hoc per quelli che vogliono sviluppare startup nel settore del Food

Con tutte le recenti notizie di violazioni e furti di password, Facebook con i suoi 1,7 miliardi di utenti attivi non è ancora stato hackerato da nessuno. Non ci sono mai state notizie di violazioni e furti di credenziali ai danni di Facebook e né di estesi furti di identità ai danni dei suoi utenti. Il motivo per il quale Facebook non è stato ancora attaccato ce lo dice Alex Stamos, boss della sicurezza di Facebook. Al Web Summit di Lisbona dichiara che Facebook è la prima azienda a comprare dagli hacker gli elenchi di password sul dark web l'acquisto delle password rientra a pieno titolo nelle attività che consentono al team di compiere la propria missione, spiega Stamos, perché è fatto a fin di bene per prevenire l'incuria degli utenti.

 

 

Tutti gli episodi di servizi hackerati e credenziali sottratte hanno messo in luce come non mai il problema di fondo, che Stamos descrive così: «Il riutilizzo delle password è la prima causa dei problemi in Internet».

In effetti, gli elenchi di password rubate mostrano come molti utenti siano sostanzialmente pigri, poco fantasiosi e poco attenti alla propria stessa sicurezza, riusando continuamente la medesima password per diversi siti e, in aggiunta, adoperando quasi sempre banali e prevedibili combinazioni.

Per controllare che gli utenti di Facebook non si affidino anch'essi a queste password pressoché inutili, il team di Stamos adotta una procedura precisa.

 

Il primo passo consiste nell'acquisto degli elenchi di password messi in vendita sul mercato nero del dark web.

Il secondo consiste non nel violare sistematicamente tutti gli account di Facebook ma nel confrontare tali password in formato hash. Facebook non custodisce le password dei propri utenti, ma ne ospita una versione elaborata tramite una funzione matematica (hashing) difficilmente reversibile: si può partire da una password per crearne una versione hash, ma non è possibile risalire a una password partendo dalla sua versione hash. Quando un utente si collega a Facebook, la sua password viene elaborata al volo per crearne una versione hash: se questa versione corrisponde a quella custodita da Facebook, la password viene accettata. È una tecnica diffusissima nel campo della sicurezza informatica.

Si tratta di un compito che richiede una grande potenza di calcolo ma che ha permesso al social network di avvisare decine di milioni di utenti della necessità di cambiare la propria password.

Nonostante i vari mezzi messi a disposizione da Facebook per proteggere gli account per esempio l'identificazione dei volti degli amici non tutti gli utenti approfittano di queste possibilità: il gruppo di Stamos usa quindi tecniche alternative per cercare di proteggere anche gli utenti più sbadati.

Altri sistemi messi in campo per la protezione degli account prevedono l'utilizzo degli algoritmi di apprendimento automatico per capire se un determinato profilo sia stato violato in base all'attività condotta con esso, perché è possibile che un hacker, dopo aver violato la casella email di una vittima, riesca a resettare la password di Facebook della vittima stessa.

Dimostrare al mondo che le donne hanno le stesse qualità degli uomini in ambito tecnologico. Ecco la missione del progetto: Coding Girls, presentato Mercoledì 28 Settembre, presso l’Ambasciata americana a Roma. L’iniziativa è frutto della collaborazione tra Fondazione Mondo digitale, Microsoft e Ambasciata Americana ed interessa mille studentesse di Roma, Milano e Napoli che combattono, apprendendo il coding, pregiudizi e stereotipi di genere.

 

Secondo il World Economic Forum sul “Global Gender Gap”, nella graduatoria del 2015, l’Italia compare al 41° posto su 145 Paesi, mentre per l’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere (EIGE), agenzia autonoma dell’Unione Europea, la posizione dell’Italia è piuttosto negativa, si colloca infatti tra gli ultimi posti della classifica. Si stima che se si raggiungesse la parità dei sessi entro il 2025, il PIL europeo aumenterebbe di 9 miliardi di euro l’anno e nell’area della Silicon Valley ci sarebbe un incremento di addirittura 25 miliardi di dollari. Il dato interessante è che c’è stretta relazione tra la competitività nazionale e il gender gap, considerando che le donne rappresentano la metà del potenziale di un paese, la competitività nazionale dipende molto da questo fattore.

I dati della Commissione Europa sul “Woman Active in the ICT sector” sono a dir poco allarmanti: 9 su 100 sono le donne sviluppatrici in Europa, 19% quelle che lavorano come manager nel settore ICT e solo 4 su 1000 le laureate nel settore, che vi lavorano.

È proprio da questi dati che nasce il progetto Coding Girls, per abbattere il divario tra uomo e donna nel settore della tecnologia, allenarle alla creatività e al mondo della programmazione informatica attraverso corsi specifici. In questa 3° edizione del progetto, le 60 studentesse che si sono formate alla Coding Summer School, avvicineranno al linguaggio della programmazione altre 1000 ragazze. Sotto l’occhio incuriosito dei docenti e la tutor Emily Thomforde, Code Educator and Science Technology Engineering Art and Mathematics (STEAM) Specialist il successo è garantito!

Quest’anno per la prima volta si svolgerà il “Phyrtual Innovation Week”, una settimana di eventi per scoprire il mondo dell’ICT, dal 3 all'8 ottobre alla Città Educativa di Roma e in Campidoglio. (se possiamo farlo sul sito vorrei mettere il link al volantino digitale dell’evento, perché ci sono tutte le tematiche giorno per giorno).

Il progetto Coding Girls si concluderà con la partecipazione delle studentesse ad un Hackathon, maratona di creatività, programmazione e innovazione. Nella quale i partecipanti proporranno idee e formeranno squadre in base agli interessi e alle competenze. Al termine dell’hackathon una giuria valuterà i lavori, premiando i più meritevoli.

Quest’esperienza mi ha cambiato la vita, perché mi ha fatto riflettere su una cosa: le donne hanno le stesse capacità degli uomini! Passione, curiosità e volontà non hanno sesso.” Herika – Tutor Coding girls

Il deep web nasce come necessità, negli anni '90, da parte dei servizi militari americani, di avere una navigazione incognito. Tale progetto venne poco dopo abbandonato e ripreso da dei programmatori amatoriali per sviluppare una rete libera. Spesso confuso con il dark web che invece ne è solo una parte, il deep web, ovvero, web sommerso comprende tutti quei siti non indicizzati nei comuni motori di ricerca.

 

 

Infatti Il Dark Web è un sottoinsieme del Deep Web, solitamente irraggiungibile attraverso una normale connessione internet senza far uso di software particolari perché giacente su reti sovrapposte ad internet chiamate genericamente Dark net. Le Dark net più comuni sono Tor, I2P e Freenet. L'accesso a queste reti avviene tramite software particolari che fanno da ponte tra Internet e la Dark net. Uno dei più famosi è Tor che, oltre a fornire accesso all'omonima rete, garantisce l'anonimato all'utente, permettendogli di navigare anonimamente anche sul normale World Wide Web da uno dei nodi della rete Tor. Le Dark net sono usate, in alcuni casi, per attività illegali. Per accedere al Web sommerso, un utente deve utilizzare link diretti, spesso terminanti con .onion, uno pseudo-dominio di primo livello generico, utilizzato e detenuto dalla rete Tor, introdotto nel 2004. Nell'ottobre del 2015 la IETF ha approvato la RFC 7686 che riconosce il dominio .onion come ad uso speciale. Altro modo per accedervi è attraverso specifici motori di ricerca che raccolgono i siti esclusi dai motori di ricerca comuni e server DNS meno selettivi sui contenuti rispetto a quelli forniti da Google o dai provider di rete internet. Data la natura controversa di molti dei siti del deep web, i navigatori cercano di occultare la propria identità uno di questi programmi e Tor, che usa il protocollo .onion che com’e già detto rende anonime le comunicazioni attraverso internet. I siti con dominio .onion possono essere raggiunti solamente con client Tor, e questo permette di cifrare sia le comunicazioni in ingresso che quelle in uscita, rendendo più difficile il tracciamento dei pacchetti. I domini onion sono inclusi in The Hidden Wiki (Un sito web è detto wiki se costruito appoggiandosi su una piattaforma o software collaborativo detto software wiki o semplicemente Wiki, che permette ai propri utenti di aggiungere, modificare o cancellare contenuti attraverso un browser web, in genere utilizzando un linguaggio di markup semplificato o un editor di testo online. Hidden wiki è un sito web che fornisce agli utenti servizi nascosti disponibili tramite il network Tor. Il sito, avviato nell'ottobre del 2008, fu oggetto di defacing il 12 marzo 2014, da parte di un hacker soprannominato doxbin che si impossessò del PGP originale. Una versione - comunque parziale - della Hidden Wiki originale è stata messa di nuovo a disposizione tramite mirror.

 Si tratta in altre parole di una raccolta di documenti ipertestuali che viene aggiornata dai suoi stessi utilizzatori e i cui contenuti sono sviluppati in collaborazione da tutti coloro che vi hanno accesso (contenuto generato dagli utenti), memorizzati normalmente su un database o un repository. La modifica dei contenuti è aperta, nel senso che il testo può essere modificato da tutti gli utenti (a volte soltanto se registrati, altre volte anche anonimi) contribuendo non solo per aggiunte, come accade solitamente nei forum, ma anche cambiando e cancellando ciò che hanno scritto gli autori precedenti. Ogni modifica è registrata in una cronologia che permette in caso di necessità di riportare il testo alla versione precedente (rollback); lo scopo è quello di condividere, scambiare, immagazzinare e ottimizzare le informazioni in modo collaborativo.)

 Il sito è una web directory di altri siti .onion e contiene una collezione di articoli di enciclopedia in formato wiki. Come servizio nascosto, The Hidden Wiki opera esclusivamente attraverso lo pseudo-dominio di primo livello .onion, che può essere raggiunto solamente attraverso Tor. Il sito fornisce una serie di link in formato wiki ad altri servizi nascosti e siti.

A chi non è mai capitato di perdere i dati contenuti nella propria “fedele” chiavetta USB dopo solo qualche anno dall’acquisto? E chi invece, dopo aver recuperato un vecchio CD o DVD, non è rimasto deluso nello scoprire che stranamente non si sentiva o vedeva più?

La rivista scientifica “Science Advances” ha pubblicato un paper secondo il quale, per quanto riguarda gli “storage media”, si è giunti ad un punto di svolta. Alcuni fisici del City College of New York hanno infatti condotto degli esperimenti su dei particolari diamanti caratterizzati dalla presenza di un atomo di azoto nel reticolo cristallino del minerale costituito altrimenti di solo carbonio che prendono il nome di “nitrogen vacancy center diamonds”. Questi, seppur considerati “imperfetti” e quindi di minor valore per il mercato gemmologico, risultavano già essere piuttosto importanti nell’ambito scientifico per le loro proprietà di fotoluminescenza e lo sono diventati ancora di più dopo queste ricerche perché dimostratisi possibili accettori di “data storage”, esattamente come il DVD e i suoi simili.

A differenza di quest’ultimi però i diamanti presentano due vantaggi davvero impressionanti. Innanzitutto, come ha affermato il Professore di fisica presso il CCNY, Jacob Henshaw: “Un DVD è un modello bidimensionale mentre il diamante è in 3D” e, di conseguenza, può immagazzinare una quantità di dati di gran lunga superiore. E poi, come ha confermato il “caposquadra” dei ricercatori, Siddharth Dhomkar: “I difetti dei diamanti non cambiano e quindi non vi è modo di modificare i dati contenuti all’interno di essi o eventualmente il rischio di perderli”.

Non è questione di sfortuna o forze misteriose dai poteri inspiegabili ma, la perdita dei dati, è dovuta semplicemente alle leggi della fisica. Pur funzionando in maniera diversa (le pendrive scrivono e leggono i “data storage” grazie al cosiddetto “USB Mass Storage protocol” mentre i CD e/o DVD effettuano tali funzioni tramite un raggio laser che agisce sulla sottile lamina metallica di cui sono costituiti) i due supporti di “memoria secondaria” o “di massa” hanno una caratteristica comune: non sono eterni. Anzi, si stima che possano conservare il materiale contenuto al loro interno per un arco di tempo che va dai dieci ai venti anni.

 

In fondo si sa, “un diamante è per sempre” (come diceva una nota pubblicità di qualche anno fa) e, tra qualche anno probabilmente lo saranno anche i nostri dati.  

 

L'App di messaggistica Whatsapp, finisce sotto l'indagine dell'Antitrust, dopo aver modificato le condizioni contrattuali. Dopo l'istruttoria aperta a settembre dal garante della privacy, anche l'Antitrust ovvero Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, decide di avviare due procedimenti nei confronti del colosso americano acquisito da Facebook nel 2014. La colpa di Whatsapp sarebbe quella di aver ceduto i dati sensibili dei propri utenti a Facebook, che aveva comprato la app di messaggistica nel febbraio del 2014. 

L'Antitrust indaga su presunte violazioni del Codice del Consumo e vuole accertare se la società americana abbia di fatto costretto gli utenti di WhatsApp Messenger ad accettare integralmente i nuovi Termini contrattuali, in particolare la condivisione dei propri dati sensibili con Facebook. L'Antitrust ha diffuso una nota in cui ipotizza che WhatsApp abbia presentato le nuove condizioni contrattuali ai propri utenti facendo loro credere, con un messaggio visibile all’apertura dell’applicazione, che sarebbe stato altrimenti impossibile proseguire nell’uso dell’applicazione medesima. Inoltre l'Autorità garante, indaga su presunte clausole vessatorie riscontrate, ovvero le clausole presenti nei contratti che producono uno squilibrio dei diritti a danno del consumatore. Ne sono un esempio le modifiche unilaterali del contratto da parte della società e la scelta del Foro competente sulle controversie che, a oggi, è stabilito esclusivamente presso Tribunali americani. Inoltre il Codacons, per azione del suo presidente Carlo Rienzi, si dice pronta ad agire. L'associazione annuncia che, se saranno accertati gli illeciti ipotizzati dall'Antitrust, avvierà una class action contro WhatsApp, tesa a far ottenere agli utenti italiani il risarcimento per la lesione dei diritti dei consumatori. Dallo scorso 25 agosto, il giorno in cui ha annunciato l’aggiornamento della propria informativa sulla privacy, WhatsApp è entrata anche sotto l'indagine dell'UE, in particolare della commissione europea, che ha chiesto chiarimenti all’azienda. L'Europa infatti ha richiesto che WhatsApp fermi questa condivisione dei dati fino a che "non vengano assicurate protezioni legali appropriate" per evitare di infrangere la legge sulla protezione dei dati dei cittadini dell'Unione Europea.

 

 

Nel campo della tecnologia l’occupazione femminile è molto bassa e sottovalutata. Uno studio ha riportato un dato particolarmente interessante: i datori di lavoro vedono le donne come le dipendenti più influenzate dai lavori familiari rispetto agli uomini. Questo dato è stato valutato completamente differente dai colleghi delle stesse donne, i quali hanno detto che non esistono sostanziali differenze di genere. Sembra, dunque, che tale percezione sia maggiormente influenzata da credenze sociali connesse ai ruoli di genere che ai problemi reali dei propri dipendenti. Dunque si è dimostrato che gli stereotipi sessuali influenzano, e non poco, l’ambiente occupazionale nel quale si crea disparità tra i due sessi, ove ancora oggi sono maggiormente favoriti gli uomini.

Negli Stati Uniti solo il 2 per cento delle donne si laurea in informatica, nonostante le studentesse di corsi scientifici siano il 57,1 per cento. In Europa, poi, la percentuale di donne assunte nel settore informatico è una su cento mentre il tasso di diplomate è al 20 per cento. In Italia invece il 50,3 per cento delle studentesse di materie scientifiche si laurea anche se poi, una gran parte, finisce per svolgere altri ruoli nella società. Nonostante il dato non molto positivo, bisogna evidenziare che la media di donne laureate in Italia è una delle più alte al mondo, maggiore della media UE che è di circa 37,5 per cento. Dall'analisi dei dati si scopre che le donne, laureate e specializzate in ambito prettamente tecnologico, maggiormente influenti su tale ambito sono solo il 2,75 per cento. In Europa solo 9 sviluppatori su 100 sono donne e appena il 19 per cento dei manager è di sesso femminile contro il 45 per cento in altri settori dei servizi. La questione sull’occupazione delle donne è molto sentita anche dai colossi del tech, da Google passando per eBay fino a Facebook e Twitter, sono stati costretti a pubblicare i diversity report, relazioni annuali nelle quali viene messa nero su bianco la quota di donne assunte e nelle quali si ammette che sì i numeri sono ancora bassi perché in media si parla di una donna ogni sette uomini, e una ogni otto se si guarda ai ruoli tecnici. Ogni qualvolta si parli di sessismo e tech la replica è che le donne non sono portate per questo settore. Spiega Kate Losse (ex dipendente di facebook): «Uno dei modi in cui i colossi del tech negano le loro responsabilità sulle discriminazioni di genere è l’affermazione che le donne semplicemente non sono interessate alla tecnologia». Pino Mercuri, direttore del personale di Microsoft Italia, la pensa differentemente dai grandi colossi del tech, ed il suo obiettivo è di far entrare a lavorare in azienda almeno il 50 per cento delle donne. Infine dice «Non basta dunque solo assumere le donne, fondamentale è anche creare un ambiente di lavoro dove le diversità vengano rispettate» e con questa frase vuole far appello a tutti coloro che discriminano e cercano di evitare l’occupazione femminile in tale ambito.

 

 

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