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Società (21)

I Millennials vivono una vita multitasking. Gli esperti: fare troppe cose contemporaneamente non ci rende efficienti, ma stanchi e poco produttivi 


Parliamo al telefono e nel frattempo inviamo una mail e ascoltiamo la musica. Mangiamo mentre guardiamo la tv controllando di tanto in tanto gli ultimi messaggi di Whatsapp o i post degli amici su Facebook. In altre parole, viviamo una vita multitasking

Il termine multitasking tradotto in italiano significa “multi-processualità” e viene usato in ambito informatico per identificare la capacità di un sistema operativo di eseguire più programmi contemporaneamente. Tuttavia, negli ultimi anni, il termine è stato adottato per definire l’uso multiplo e simultaneo, da parte delle persone, di più mezzi digitali. Secondo la neurologia, la capacità di svolgere più compiti contemporaneamente è strettamente connessa ad un’abilità cognitiva alla base della nostra vita quotidiana, la cosiddetta “attenzione divisa”. Fino a qui nessun problema, anzi, penserete che questo modo di operare rappresenti una qualità a nostro favore. Tuttavia, recenti studi hanno messo in luce  numerosi “effetti collaterali” legati al multitasking di cui le prime vittime sembrano essere i Millennials, cioè i giovani con un’età compresa tra i 18 e i 34 anni, soprannominati anche “nativi digitali” perché nati e cresciuti a contatto con le varie tecnologie digitali.  Il termine “nativo digitale” fu coniato nel 2001 dallo scrittore statunitense Marc Prensky nel suo articolo Digital Natives. Digital Immigrants, pubblicato sulla rivista On The Orizon, per definire i giovani nati in un mondo ormai diventato digitale e, di conseguenza, capaci di usare con dimestichezza le nuove tecnologie digitali. Eppure, secondo un recente studio pubblicato sulla rivista internazionale di educazione Teaching and Teacher Education, il termine “nativo digitale” non avrebbe alcun’origine scientifica.  A tal proposito, l’ultimo EU Kids Survey ha sottolineato che i “nativi digitali” (Millennials) non possiedono capacità cognitive superiori ai “non nativi” solo perché nati e cresciuti a contatto con la tecnologia. Il fatto di usare più dispositivi elettronici contemporaneamente, sostiene lo Studio, non fa dei nativi digitali degli abili multitaskers, anzi, li rende più stanchi e stressati. Numerosi studi neurologici hanno dimostrato che il nostro cervello, a prescindere dal fatto che appartenga ad un “nativo digitale” o ad un “non nativo”, può gestire, a livello conscio, un solo processo cognitivo alla volta. Perciò, quando i Millennials svolgono più attività contemporaneamente (scrivere al computer, controllare messaggi, notifiche e mail, guardare la tv, ascoltare la musica), in realtà il loro cervello passa rapidamente da un compito all’altro (senza che se ne accorgano) e tutto ciò comporta un costo cognitivo. Ogni volta che ciò accade, sostiene Earl Miller, neuroscienziato del MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston ed esperto internazionale di studi sull’attenzione e sul decision-making, il nostro cervello spende una significativa energia mentale per focalizzarsi sul nuovo problema o per tornare ad affrontare quello precedente. Tutto ciò, dichiara Miller, non solo determina una perdita di tempo, ma anche una diminuzione della propria creatività, dato che lo sviluppo del “pensiero innovativo”, cioè le competenze che le persone possono acquisire, è strettamente legato all’abilità di concentrarsi a lungo su una sola cosa alla volta. Pertanto, Miller suggerisce che il termine più adatto per definire tutte quelle situazioni in cui pensiamo di operare in  modalità multitasking, è taskswitching, che tradotto in italiano significa “spostamento da un compito all’altro”. Operare in modalità multitasking ha poi delle conseguenze in termini neurobiologici. Daniel J. Levitin, professore di neuroscienze comportamentali alla McGill University di Montreal ed esperto internazionale di psicologia cognitiva, sostiene che operare in modalità multitasking produce un aumento eccessivo di dopamina (ormone della gratificazione) e di cortisolo (ormone dello stress) nel nostro cervello. Ciò spiega l’irrefrenabile voglia di leggere gli ultimi messaggi o le mail più recenti anche quando stiamo svolgendo tutt’altra attività (ad esempio, quando studiamo, mangiamo o facciamo una passeggiata) e, dopo averlo fatto, ci sentiamo in qualche modo ricompensati (gratificazione). Allo stesso tempo, però, dopo aver svolto troppe attività contemporaneamente, avvertiamo anche una certa stanchezza mentale, dovuta all’eccessiva produzione di cortisolo. Contro l’idea, sostenuta da alcuni, secondo cui il cervello umano (in particolare, quello dei Millennials) si stia rapidamente adattando, grazie alla plasticità neuronale, all’ipervelocità imposta dalla tecnologia, numerosi studi evidenziano sempre di più come la realtà sia assai più critica: il nostro cervello non è adatto alla modalità multitasking e sta reagendo come meglio può al sovraccarico di compiti cui viene continuamente sottoposto e al conseguente stress mentale. Il monito degli esperti, rivolto soprattutto ai giovani, è quello di dedicare il giusto tempo ad ogni attività, di usare un unico dispositivo elettronico per volta, in altre parole, di passare alla modalità monotasking.

-Educazione e cultura un binomio per coinvolgere ed aggregare oggi Roma quanto aggrega?                    

-Roma, soprattutto nelle periferie dove abito, aggrega poco. Il municipio 6° è il municipio più giovane di tutta Roma ed è uno dei pochi che non ha una biblioteca o un centro culturale importante, neanche a Tor bella monaca che è uno dei quartieri più degradati dove servirebbe,visto che l’unico polo culturale è la scuola e come sappiamo bene le scuole sono messe in una situazione ben peggiore di Tor bella monaca.

-Tor più bella nasce in un quartiere di periferia ma che coinvolge l’intera città è un esperimento di rete sociale?                    

-Si, è una rete sociale perché noi comunque abbiamo cominciato a vivere il palazzo, conoscere le persone che vi abitano e le realtà del quartiere che, sia per colpa nostra che per colpa loro, era difficile da conoscere ma stiamo soprattutto allargando gli orizzonti. Abbiamo conosciuto professori dell’universtià come della Sapienza di Tor Vergata proprio perché attivandoci nel sociale abbiamo capito che già c’era una rete e stiamo cercando di entrare sempre meglio all’interno di essa.

-Da dove nasce l’idea di creare il comitato Parco Giovannipoli?                 

-Il comitato nasce nel marzo del 2013 perché il parco Giovannipoli era un’ area verde totalmente abbandonata, con erba che superava i cestini,era impossibile fruirlo e portarci bambini o animali a quattro zampe  e 6 persone che in qualche modo giravano intorno a quel parco e non si conoscevano si sono incontrate e hanno deciso di creare questo comitato con l’obbiettivo di rendere un parco totalmente inutilizzato  in un parco nuovamente fruibile e, quello che abbiamo iniziato a fare dal 2013, lo stiamo portando avanti                    

-Quindi non è stato difficile trovare persone con cui lavorare?                

-Diciamo che nelle fasi acute, ovvero quando c’è il problema, è molto semplice. Il vero problema è mantenerlo, perché quando un parco torna ad essere pulito la gente diventa meno attaccata al bisogno di fare quell’azione. Quindi possiamo dire che la difficoltà di coinvolgere i cittadini, dai più giovani ai più anziani, c’è sempre, ma dato che noi siamo lavoratori non abbiamo moltissimo tempo da dedicarci, ma ce la caviamo 

-Cosa vi spinge ancora a continuare?                

-Dovresti venire nel nostro parco, vedere quant’è bello oggi e capiresti perché continuiamo. Le aree verdi  sono dei luoghi preziosi  per bambini, animali, per tutti gli esseri viventi ma soprattutto per una città. Soprattutto per una città inquinata come Roma. Questi parchi dal punto di vista ambientale sono come dei polmoni, ma permettono anche momenti di svago, relax, lettura e socializzazione, e far tornare a far svolgere tutto questo nuovamente ad un parco dà un valore aggiunto al quartiere e una nuova opportunità per i cittadini che ci vivono

Una nuova mappa del globo terrestre Made in Japan prenderà il posto della famosa mappa di Mercatore, da sempre presente sugli atlanti di tutto il mondo. La mappa attuale fu disegnata per la prima volta dal cartografo fiammingo Gerardus Mercator nel 1569. La cartina è stata poi più volte aggiornata a seconda dei cambiamenti geopolitici degli ultimi cinque secoli anche se, fino ad oggi, ha mantenuto una struttura di base identica all’originale.

La nuova “Autograph World Map” è stata realizzata dall’architetto giapponese Hajime Narukawa ed è stata insignita pochi giorni fa del “Good Design Award” dal Japan Institute of Design Promotion (che da oltre cinquant’anni premia i migliori prodotti di design del Giappone) «per il grado di precisione e proporzione col quale mari e terre emerse risultano su carta rispetto alla realtà». Sulla vecchia mappa basata sulle proiezioni di Mercatore, la Groenlandia risulta avere le stesse dimensioni del continente africano, mentre sulla nuova mappa l’Africa risulta essere ben quattordici volte più grande della Groenlandia. L’Antartide, da sempre raffigurata come un grande continente che copre la parte più a sud del pianeta, è adesso più piccolo di tutti gli altri continenti ad eccezione dell’Europa e dell’Australia.

Mappa del globo terrestre realizzata da Hajime Narukawa: “Autragraph World Map”

 

Per aggiornare quelle che riteneva essere le principali inesattezze della vecchia cartina, Narukawa ha inventato “Autograph”, un particolare metodo che gli ha permesso di rappresentare tutte le superfici terrestri e marine nel modo più accurato possibile. Il risultato finale è stato ottenuto dividendo la superficie sferica del globo terrestre in 96 aree, poi trasferite su un tetraedro, successivamente appiattito in una rappresentazione bidimensionale.

Sebbene la nuova mappa del mondo realizzata da Narukawa non rappresenti perfettamente le reali dimensioni delle superfici terrestri e marine del nostro pianeta, conserva tuttavia il merito di mettere in una nuova prospettiva la nostra visione del mondo. L’ “Autograph World Map” viene attualmente utilizzata in quasi tutte le scuole del Giappone. Chissà che non si adotti presto nelle scuole di tutto il mondo.

Il World Economic Forum ha pubblicato il “Global Gender Gap Report” che da oltre dieci anni misura il progresso di 144 paesi del mondo nella direzione della parità di genere. Il report vede l’Italia 50esima, appena sopra il Kazakistan, e scesa di nove posizioni rispetto allo scorso anno. In particolare, l'Italia risulta 117esima per la partecipazione delle donne alla vita economica, 56esima per i risultati scolastici, 72esima per sopravvivenza e salute e  25esima per rappresentanza politica femminile, unica categoria in cui l’Italia è passata in dieci anni, dalla 72esima all’attuale 25esima posizione.

Per quanto riguarda il lavoro, categoria in cui l’Italia ricopre l’89esma posizione, il numero delle donne che lavorano è sceso dal 60% nel 2015 al 57% nel 2016. Nel dettaglio, risulta essere 79esima per posizioni manageriali ricoperte da donne, 98esima per reddito da lavoro e 127esima per parità salariale. Per quanto riguarda le ore di lavoro, dal rapporto emerge che le donne lavorano in media 39 giorni in più degli uomini ogni anno che si traducono in 47 minuti in più ogni giorno. Considerate a parte sono le donne all’interno di consigli d’amministrazioni di società quotate e controllate dalla Pubblica Amministrazione, la cui presenza è passata dal 7,4% nel 2011 al 30% nel 2016, anche grazie alla Legge Golfo-Mosca sulle quote rosa, approvata dal Parlamento nel 2011.

In cima alla classifica del Global Gender Gap Report ci sono anche quest’anno i paesi del Nord Europa, in particolare l’Islanda che occupa la prima posizione e poi a seguire Finlandia, Norvegia e Svezia. In questi Paesi, spesso sono gli uomini a lavorare qualche ora in più all’anno rispetto alle donne, anche grazie alla possibilità di dividere equamente, all’interno della coppia, i congedi per la nascita dei figli. Gli ultimi in classifica risultano invece India, Portogallo ed Estonia.

Tra i dati più allarmanti evidenziati dal rapporto c’è il cosiddetto “gender pay gap”, cioè il divario retributivo di genere, presente in quasi tutti i paesi del mondo, anche quelli che sembrerebbero più “evoluti” dal punto di vista della parità di genere. In Islanda, ad esempio, il divario retributivo uomo-donna si attesta ancora oggi intorno al 14%. In risposta a ciò, lo scorso 24 ottobre, in occasione del “Kvennafrì”, giorno di riposo delle donne che si celebra ogni anno dal 1975 (anno in cui il 90% delle donne islandesi scioperarono contro il fatto che in Parlamento sedessero solamente nove donne), le donne sono scese in piazza e hanno deciso di lavorare il 14% in meno della loro giornata lavorativa.

In Italia, il pay gap di genere risulta essere pari al 7% e quindi piuttosto contenuto. Ciò è dovuto al fatto che le donne sono in gran parte impiegate in professioni in cui non è consentita molta differenza salariale. Se si considerano il mondo della finanza e le assicurazioni, dove gli stipendi possono variare sensibilmente, le donne italiane invece risultano essere pagate almeno il 30% in meno degli uomini a parità di ruolo, responsabilità e ore lavorate.  

Il World Economic Forum sottolinea che, nonostante i passi in avanti fatti in passato, il divario tra uomini e donne è ancora oggi un fenomeno troppo presente che anziché diminuire risulta in lieve aumento. Se si manterrà questo passo, stima il Global Gender Gap Report, la piena parità di genere a livello globale sarà raggiunta soltanto tra 170 anni. L’anno scorso ne erano stati stimati 118. A tal proposito, sul sito del World Economic Forum, nella voce riguardante il rapporto, si trova un “gender gap calculator” che calcola, sulla base della data di nascita dell’utente, quanti anni avrà l’utente stesso nell’anno in cui sarà raggiunta la piena parità di genere.

E' stato pubblicato l’ultimo rapporto sullo stato della popolazione nel mondo per il 2016, condotto dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), che quest'anno è dedicato al ruolo chiave che avranno in futuro le bambine che oggi hanno 10 anni. Il rapporto fornisce gli ultimi dati demografici su scala globale che fanno emergere il più alto numero di popolazione giovanile della storia: su una popolazione totale di 7,4 miliardi di persone nel mondo, ben 1,8 miliardi sono giovani, ovvero i cosiddetti “Millennials”, cioè quella generazione di ragazzi nati tra il 1980 e il 2000 e quindi cresciuti in una realtà diversa rispetto a quella in cui hanno vissuto i loro genitori e nonni, caratterizzata dall’uso delle varie tecnologie digitali. Il primo in assoluto a parlare di “nativi digitali” (o “millennials”) fu Marc Prensky, scrittore ed educatore statunitense, nel suo articolo “Digital Natives, Digital Immigrants”, pubblicato nel 2001 sulla rivista “On the Horizon”.

Da allora la società ha assistito a una vera e propria rivoluzione del digitale: nel 2001 non esistevano ancora smartphone, tablet, e-book reader e i vari servizi on-line di cui oggi facciamo uso quotidiano. Le tecnologie digitali sono in continua evoluzione e sono sempre più presenti nelle nostre vite e nelle nostre abitudini le quali evolvono con esse mentre la scuola e il mondo dell’istruzione in generale rimangono tuttavia legati al passato e sono spesso lenti ad adeguarsi ai cambiamenti. Interessanti a questo proposito sono i dati emersi dal sondaggio europeo “GenerationWhat?”, nato in Francia nel 2013, con lo scopo di delineare il ritratto di quella generazione che si trova in un’età compresa tra i 16 e i 34 anni. Quest'anno si sono uniti al progetto anche altri undici paesi europei, tra i quali anche l'Italia, dove il sondaggio, incominciato ad aprile, viene condotto dalla Rai in collaborazione con il quotidiano "La Repubblica". Secondo i primi dati emersi dal sondaggio, a domande come «Il sistema scolastico garantisce a tutti pari opportunità?», «Il sistema scolastico prepara efficacemente per l'ingresso nel mondo del lavoro?» o ancora «Il sistema scolastico premia il merito?», soltanto una minima parte degli intervistati si è trovata d’accordo (tra il 2 e il 5%) mentre la stragrande maggioranza si è trovata totalmente in disaccordo.

Rilevanti sono anche i dati emersi da un’indagine statistica condotta dall’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (IAE), in occasione della “Bologna Children’s Book Fair 2016”, festival dedicato all’editoria per bambini e ragazzi, che si è tenuto ad aprile di quest’anno. Dai dati emersi dall'indagine risulta che quasi il 50% dei ragazzi tra gli 11 e 14 anni usano quotidianamente Internet fino ad arrivare al 77% se consideriamo i ragazzi tra i 17 e i 19 anni. Dai dati è emerso , inoltre, che almeno il 20% dei ragazzi tra i 17 e i 19 anni preferisce leggere i libri su un e-book reader a dispetto del libro cartaceoUna realtà che sono però spesso costretti ad abbandonare quando si trovano in una scuola che li riporta inevitabilmente indietro nel tempo ogni giorno. I ragazzi passano di colpo da una realtà digitale e interattiva ad un ormai superato meccanismo di interazione unidirezionale tra studente e insegnante per il quale non sono predisposti e nei confronti del quale provano spesso rifiuto. Questa situazione è anche il prodotto di una parte degli stessi insegnanti che, un po’ per pigrizia di apprendere nuove conoscenze, un po’ per timore di perdere il controllo sulle tradizionali modalità di apprendimento dei ragazzi, vedono come ancora come principale strumento di apprendimento il libro di testo cartaceo diffidando delle nuove tecnologie digitali.

In questo nuovo scenario culturale, merita attenzione il sistema didattico ”flipped classroom” (“to flip” = “capovolgere”), nato negli anni '90 negli Stati Uniti e che sta acquistando sempre maggiore popolarità negli ambienti educativi europei, soprattutto del Nord Europa. Secondo il sistema “flipped classroom”, la classe non è più un luogo di trasmissione unidirezionale di nozioni tra insegnante e studente, ma diventa spazio di sperimentazione, collaborazione, discussione e confronto fra studenti e docenti. Meno tempo dedicato alla lezione frontale, più tempo dedicato al “problem solving”, ovvero alla risoluzione collettiva di un problema  e alla successiva revisione dei risultati, efficace nello sviluppo delle abilità logico-matematiche dello studente.

Con il “flipped classroon” non cambia solo il ruolo dello studente, che diventa più attivo e collaborativo, ma anche quello del docente che non è più soltanto un semplice trasmettitore di sapere, perché le nuove tecnologie lo superano ormai in quantità e qualità di informazioni, bensì un “mediatore” che suggerisce e orienta i propri studenti verso scelte motivate e autonome, li spinge al dialogo e alla collaborazione, indica loro un uso consapevole di Internet e dei vari dispositivi digitali. Ciò non costituisce, come molti insegnanti sono soliti credere, un indebolimento della figura del docente bensì un’ottimizzazione delle sue competenze didattiche disciplinari e digitali.

Per attuare questo modello educativo è necessario che gli istituti scolastici abbiano una buona connessione ad Internet e un’adeguata strumentazione digitale (lavagne multimediali, computer, tablet ecc..) anche se rimane prioritaria la formazione didattica, metodologica e soprattutto la conoscenza delle tecnologie  digitali da parte degli insegnanti. La scuola diventa così un luogo creativo e dinamico, dove i Millennials possano trovare gli strumenti a loro più adatti per acquisire la conoscenza e  ricevere così una giusta preparazione che consenta loro di affrontare con maggior sicurezza il futuro. L’affermazione di questo nuovo scenario didattico richiede tuttavia investimenti da parte delle istituzioni nella scuola e nella formazione delle giovani generazioni le quali rappresentano la risorsa più grande del nostro paese. Citando Sir Ken Robinson, scrittore ed educatore britannico, convinto sostenitore di una radicale riforma del mondo dell’istruzione, «La scuola di oggi è come una catena di montaggio da cui possono uscire solo due tipi di prodotti: studiosi e svogliati». La scelta ora spetta alla nostra scuola e ai nostri educatori.

TERREMOTO; AMATRICE: DA ASSOCIAZIONE NAZIONALE PRESIDI E PROGETTO

BAMBINI UNITALSI AL VIA RACCOLTA FONDI PER ISTITUTO OMNICOMPRENSIVOL' Associazione Nazionale Presidi - Lazio (ANP) e il Progetto Bambini
dell'U.N.I.T.A.L.S.I. (Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e
Santuari Internazionali) lanciano l'iniziativa "SCUOLA
SOLIDALE" grazie alla quale verranno raccolti fondi a favore
dell'Istituto omnicomprensivo di AMATRICE che è andato completamente distrutto a
causa del sisma.
Alla vigilia dell'inizio del nuovo anno scolastico l'ANP Lazio e il Progetto
bambini dell'UNITALSI hanno deciso di avviare la raccolta di
fondi attraverso il conto corrente bancario Progetto Bambini - Monte dei
Paschi di Siena, ABI 01030 CAB 03298 numero conto 000001152663 IBAN
IT08F0103003298 000001152663 oppure al conto corrente postale 48019863
Intestato a Unitalsi Progetto Bambini, via della Pigna,13/a. Occorrerà
scrivere nella causale "SCUOLA SOLIDALE PER AMATRICE". L'iniziativa è
sostenuta dalla redazione giovani della rivista on-line etutorweb.it e
romasociale.org.
Questo è il primo di una serie di progetti che verranno avviati per
garantire agli alunni del comprensorio di Amatrice di potere iniziare l'anno
scolastico. A tale scopo anche con le ACLI di Roma verrà avviata
nelle prossime settimane una raccolta di libri e computer da donare agli
alunni di Amatrice e delle frazioni.
"Abbiamo pensato di dare il nostro contributo - spiegano congiuntamente
Mario Rusconi e Emanuele Trancalini, rispettivamente presidente ANP
Lazio e responsabile nazionale progetto bambini dell'UNITALSI - a sostegno delle
popolazioni colpite dal terremoto ripartendo dalla scuola e dai tanti alunni di
Amatrice che non hanno più una struttura dove
potere frequentare".
"Grazie alle nostre reti sul territorio della regione - aggiungono
Trancalini e Rusconi - stiamo coinvolgendo i presidi di tutte le scuole,
ma anche le famiglie e gli alunni del Lazio per dare un segno concreto di
vicinanza con chi ha perso tutto".
" E' la prima di una serie di iniziative - concludono Trancalini e Rusconi - che
metteremo in campo a favore delle scuole e degli alunni di
Amatrice. Nelle prossimo settimane grazie anche alle ACLI di Roma e alla
disponibilità della presidente Borzì, avvieremo una raccolta
straordinaria di libri, materiale di cancelleria e computer che doneremo alle
scuole colpite dal sisma".UFFICIO STAMPA ANP-Lazio
Alfonso Benevento
Cell. +39. 3472650352
Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

In Italia lo spreco alimentare domestico vale oltre 13 miliardi di euro ogni anno, corrispondenti all’1% del PIL nazionale. Lo rivela una recente ricerca condotta dal Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna insieme con l’Osservatorio Waste Watcher e con il sostegno del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) e di Unicredit, presentata a Roma il 7 luglio in occasione del lancio della sesta edizione della campagna europea per la riduzione degli sprechi alimentari “Spreco Zero”.

Lo spreco alimentare globale vale oggi 1000 miliardi di dollari ogni anno e raggiunge i 2600 miliardi se si considerano i costi legati all’acqua e all’impatto ambientale. Solo nell'Unione Europea si arriva a 88 milioni di tonnellate di cibo gettato via ogni anno e si sprecano ogni giorno circa 720 kcal di cibo a persona, secondo dati Fusions 2016.

Per combattere il fenomeno dello spreco alimentare in Italia, è nata nel 2010 l’iniziativa “Spreco Zero”, promossa dall’Università di Bologna e da Last Minute Market, che da oltre sei anni contribuisce a contrastare lo spreco alimentare, con compagne annuali per promuovere l’integrazione di misure di prevenzione degli sprechi e sensibilizzare i consumatori verso pratiche alimentari più sostenibili. Nell’ambito della campagna è stata lanciata, inoltre, la terza edizione del Premio “Vivere a Spreco Zero” che quest’anno sarà assegnato al giornalista e scrittore Paolo Rumiz e allo chef Moreno Cedroni che concorrono nella categoria “Testimonial”; gli altri premi andranno invece ad aziende, comuni e scuole che si sono particolarmente distinte nella lotta agli sprechi e saranno assegnati a novembre a Padova.

Infine, “Spreco Zero” celebrerà il “World Food Day 2016” previsto per il prossimo 16 ottobre mentre l’8 e 15 dello stesso mese sono in programma a Milano e Bologna vari eventi sul tema del cibo. Tra questi, “In the name of Africa”, il più grande evento di pixel art urbano al mondo che quest’anno incontrerà la campagna “Spreco Zero 2016” per discutere della fame nel mondo e della prevenzione e il recupero dello spreco alimentare. Tra gli obiettivi della campagna c’è, inoltre, la creazione dell'”Anno Europeo sullo Spreco alimentare”.

Ridurre l’inquinamento e favorire uno stile di vita sostenibile. Questi sono i principali obiettivi delle capitali europee partecipanti agli “European Green Capital Award”, promossi ogni anno dall’Unione Europea, con lo scopo di premiare la città europea che più si sia distinta in termini di sostenibilità ambientale, efficienza del sistema dei trasporti e qualità della vita dei cittadini. In particolare, le città candidate sono valutate secondo dodici aree di riferimento: cambiamento climatico in termini di adattamento e mitigazione, sistema dei trasporti, numero di aree verdi in termini di ricchezza di natura e biodiversità, qualità dell’aria, qualità dell’ambiente acustico, gestione dei rifiuti, gestione delle acque, trattamento delle acque reflue, eco-innovazione, occupazione sostenibile, rendimento energetico e gestione ambientale integrata.

Ad aggiudicarsi il premio di città più green d’Europa per il 2018, è stata Nimega, cittadina olandese, che ha superato le concorrenti ‘S-Hertogenbosch (o “Den Bosch”) per i Paesi Bassi e Umeå per la Svezia. Nimega ha più di 170 mila abitanti ed è una città molto attiva culturalmente, per lo più abitata da studenti. Negli ultimi anni la città ha scommesso molto sulle energie rinnovabili e vanta di un quartiere ad alta efficienza energetica che copre quasi interamente i consumi da energie pulite e utilizza una rete di recupero del calore residuo.

A Lubiana, ex capitale verde europea, è stato annunciato il 22 giugno la città che vincitrice del titolo per il 2018. A contendersi il premio di “European Green Capital 2018”, erano ‘S-Hertogenbosch (o “Den Bosch”) e Nimega per i Paesi Bassi, Umeå per la Svezia. A prevalere è stata proprio Nimega.

‘S-Hertogenbosch è una città di 150 mila abitanti, a circa un’ora di treno da Amsterdam. È arrivata sul podio per aver ridotto l’impatto ambientale dei nuovi edifici costruiti e per aver aumentato l’utilizzo di veicoli elettrici, riducendo drasticamente il traffico in città.

Umeå, in Svezia, ha circa 120 mila abitanti ed è più piccola rispetto alle due città sfidanti. Ha programmi in via di sviluppo intesi a rendere, nei prossimi anni, co-generazionale, il sistema energetico comunale, e vanta inoltre il titolo di “Capitale Europea della Cultura” 2014.

Nell’ambito dello “European Green Capital Award”, si è tenuto anche il premio “European Green Leaf", rivolto a tutte le città minori che hanno una popolazione compresa tra i 50 mila e 100 mila abitanti. Nell’edizione di quest’anno concorrono Cornellà de Llobregat in Spagna, in Irlanda e Mikkeli in Finlandia. Il riconoscimento "European Green Leaf  2017" va alla cittadina irlandese di Galway, la quale nel 2015 ha lanciato la sua visione di futuro per il 2025 nell'ambito di "Vision 2025": i suoi obiettivi spaziano tra salvaguardardia del patrimonio culturale, innovazione artistica e inclusione sociale.

Cornellà de Llobregat è una città di 86 mila abitanti, a pochi chilometri da Barcellona. Negli ultimi anni ha aumentato il numero di aree verdi all’interno della sua superficie e nelle aree limitrofe, migliorando la qualità di vita dei cittadini.

Mikkeli, in Finlandia, ha 55 mila abitanti e ha deciso di aumentare i propri livelli di sostenibilità puntando su 4 fattori: conservazione dell’acqua pulita, promozione delle fonti energetiche rinnovabili, integrazione delle tecnologie pulite nella gestione dei rifiuti e implementazione di soluzioni digitali.

Un terzo della popolazione mondiale non vede la “Via Lattea” perché vive sotto cieli inondati di luci artificiali. Questo è quanto è emerso da un recente studio condotto dall’ISTIL (Istituto di Scienza e Tecnologia dell’Inquinamento Luminoso) in collaborazione con l’agenzia statunitense per l’atmosfera e gli oceani NOAA, l’Università israeliana di Haifa e il centro di ricerca geologica GFZ di Postdam, pubblicato sulla rivista Science Advances con il titolo “New World Atlas of Artificial Night Sky Brightness”.

Lo studio mostra che l’Europa occidentale risulta una delle regioni più colpite dall'inquinamento luminoso, salvo piccole aree in Scozia, Svezia, Norvegia, Austria e Spagna mentre tra le aree del globo meno colpite da questo fenomeno sono il Ciad, la Repubblica Centrafricana e il Madagascar. In Europa l’Italia, in particolare, risulta essere la nazione con il più alto livello di inquinamento luminoso tanto che il 77% degli italiani non riesce ad ammirare la Via Lattea e un quarto della popolazione vive sotto dei cieli talmente inondati di luce artificiale da non permettere agli occhi di attivare la modalità di visione notturna.

Il fenomeno è causato principalmente dall'illuminazione pubblica, degli edifici abitati, degli impianti industriali ma anche delle automobili e dei cartelloni pubblicitari. Lo studio ha, inoltre, evidenziato che nei prossimi anni la situazione potrebbe peggiorare sia a causa della maggiore urbanizzazione, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, sia per l’aumento dell’illuminazione da luci a tecnologia LED, le quali, da un lato, consentono di risparmiare energia elettrica, ma, dall'altro, emettono più luce blu che si riflette nel cielo aumentando l’inquinamento luminoso.

Dallo studio è, inoltre, emerso che l’inquinamento luminoso non è soltanto responsabile dell’oscuramento della visione della Via Lattea, ma reca anche gravi danni ambientali. Tra questi, l'alterazione della produzione di melatonina nell'uomo, sostanza che ha il compito di regolare il ciclo sonno-veglia, la difficoltà o la perdita di orientamento di alcune specie animali e l'alterazione del fotoperiodo in alcune piante.

L’auspicio dei ricercatori che hanno collaborato allo studio, è di ridurre per lo meno il livello di inquinamento luminoso nelle grandi aree urbane, consigliando l’uso di lampioni puntati verso terra e senza dispersioni e di luci temporizzate che si spengano nelle ore centrali della notte. I ricercatori fanno notare come queste soluzioni, non solo ridurrebbero la luminescenza nei nostri cieli ma permetterebbero anche di risparmiare sui costi di produzione di energia elettrica. 

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