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Interviste (15)

Il termine brigante indica quel sodato che, anche raggruppato in piccole compagnie mercenarie, attenta con la forza e con le armi alle persone o alle proprietà altrui. Nel tempo, la storia, ci ha fatto conoscere diverse figure di briganti. Elio Cortese, poeta e scrittore crotonese, ritrae proprio uno di questi uomini del malaffare nel suo ultimo libro: “Il brigante e il sacerdote”. Un romanzo che racchiude una storia vera, in un ben preciso momento storico di Crotone. Un libro, quello di Cortese, ricco di riferimenti storici documentati, che lo rendono testimone eloquente della contrapposizione tra il bene ed il male. Una dicotomia tra un contemplativo, il sacerdote, che rappresenta la storia edificata in positivo, e Parafante, il brigante che invece rappresenta la negatività della storia perché distrugge luoghi e gente. Una figura, quest’ultima, altamente sfavorevole che sfata il mito del Robin Hood, di colui che sottrae ai ricchi per restituire ai poveri. Parafante è la negazione di tutto questo. Ad Elio Cortese chiedo di tracciare il carattere del libro, senza svelarne l’intera trama.

"Il brigante e il sacerdote" si può definire un romanzo storico o di fantasia?

È certamente un romanzo storico, ambientato nel 1810 durante l’occupazione francese della Calabria, che prende spunto da un fatto realmente accaduto: il rapimento, da parte del brigante Parafante, del giovane Giuseppe, figlio di don Domenico Accattatis e alunno del ginnasio, il cui istitutore è il sacerdote don Giuseppe Arcuri. Questi si oppone al rapimento, ottenendo di essere convolto nel rapimento per stare vicino al ragazzo e proteggerlo. Questi gli avvenimenti storici, sui quali ruota tutta la trama del libro, con situazioni e alcuni personaggi di fantasia. Il libro è corredato da note storiche e da appendice documentaria.

Parafante e don Giuseppe, il brigante e il sacerdote, sono due figure opposte. Quanto fra loro contrastanti?

Sono entrambi di Scigliano (CS) e rappresentano il contrasto tra il bene e il male. Don Giuseppe Arcuri, il sacerdote, testimonia una vita dedicata alla cura spirituale e culturale dei giovani al lui affidati. Parafante, il brigante, è la manifestazione di una cultura retriva e violenta, che dissacra persone e devasta luoghi.

Il piccolo Giuseppe Accattatis é più vittima della sua condizione sociale, o della storia narrata?

Il ragazzo è vittima della sua condizione sociale. Parafante lo rapisce per ottenere, in cambio della liberazione del ragazzo, quella di suo fratello, catturato da don Domenico Accattatis, comandante della gendarmeria della Calabria Citra e padre del piccolo.

Ndrangheta e Brigantaggio sono due fenomeni sociali più simili o diversi tra loro?

Sono entrambi facce della stessa medaglia, con la differenza che il brigantaggio operava fuori dal contesto cittadino, tra campagne e boschi.

Come immaginerebbe la vita di un brigante al tempo di internet?

La figura storica del brigante non esiste più al giorno d’oggi. Se prima il brigante era violento e si nascondeva tra campagne e boschi, ora, “il moderno brigante” lo potremmo paragonare a chi si nasconde semplicemente dietro uno schermo di un pc o di uno smartphone per commettere i nuovi reati informatici.

La Calabria ispira sempre i suoi libri. Sono più storie dimenticate o da scoprire?

Le mie opere, sia poetiche che in prosa, hanno sempre un legame con la mia terra di Calabria, ma che si possano identificare pure in altre parti d’Italia. È una mia scelta portare alla luce personaggi e avvenimenti e tradizioni. Lo scopo è recuperare angoli di vita dimenticati per rivederci in una storia che ci appartiene e ci identifica.

Salvatore Zannino

Don Graziano, viceparroco di Ognissanti a Roma, la mia parrocchia, è il sacerdote che nel quartiere è conosciuto per aver acciuffato, qualche mese fa, un rapinatore in fuga da un negozio. Ma soprattutto è famoso per il suo sfrenato tifo Juventino, tanto da essere stato più volte citato nelle dirette Tv e sui giornali. Quando può, praticamente sempre, la Juve la segue in televisione o direttamente allo stadio.

Quando e perché hai deciso di diventare sacerdote?

Non si decide di diventare sacerdote da soli. Quando hai 18 anni Gesù sceglie la tua strada.

Cosa provi quando stai sull’altare?

Sento un senso di piccolezza, rispetto alla maestosità di Dio.

Vedi spesso la tua famiglia?

Purtroppo non la vedo spesso, ma se per molto tempo non riesco ad andare a trovarli giù in Puglia, dove vivono, vengono loro da me qui a Roma.

Come vivi in comunità?

Bene. Si fanno tante cose, alcune belle, altre importanti, altre utili. Ma a volte anche tra noi si litiga, poi però ci chiariamo subito e ci preghiamo su.

Riesci ad avere del tempo libero per te?

Certamente sì. Innanzitutto durante il giorno mi dedico alla preghiera personale e per gli altri, poi seguo l’oratorio e le attività giovanili della parrocchia. Ma a fine giornata trovo sempre il tempo per aggiornarmi sulla Juve, passione che ho sin da piccolo. Abitando a Roma se posso, ma cerco sempre l’occasione, vado allo stadio a tifare direttamente i miei campioni. Proprio per questo qualche volta i giornalisti, come te, mi inquadrano nelle dirette televisive o mi citano nei loro articoli. È difficile incontrare un sacerdote allo stadio, lo so, ma io ci vado anche per testimoniare come sia bello assistere serenamente ad uno spettacolo, senza essere violenti anche quando la propria squadra perde. Comunque alla Juve capita raramente di perdere.

Giulia Salza 9 anni

Mia nonna Danila è nata a Caorle, un piccolo paesino in provincia di Venezia, il 10 ottobre del 1947. Ha vissuto prima a San Stino di Livenza, poi quando aveva sei anni si è trasferita a Morosengo una cittadina Piemontese.  La intervisto perché sono curioso di conoscere le cose passate, le storie che non si trovano sui libri ma che sento direttamente dalla gente. I ricordi del tempo.

Nonna, com’era la vita a quel tempo?

Era difficile perché la nostra era una famiglia povera

Valeriano Cappelletto 10 anni

Quanti fratelli avevi?

Quattordici fratelli. In totale in casa con mamma e papà eravamo in sedici.

Eri la più piccola?

Ero la settima con un maschietto gemello, di nome Danilo

Avevi una casa tua? Dov’era?

Abitavamo in una cascina in aperta campagna. Eravamo in affitto con quaranta persone. L’affitto veniva pagato lavorando le terre e allevando il bestiame del padrone della cascina. La cascina si trovava in un paesino del Veneto chiamato San Stino di Livenza.

Cosa mangiavate?

Solo polenta, fagioli e cereali. Molto raramente il pollo o la carne.

Com’era la scuola?

C’era un’unica insegnante per cinque classi, dalla prima alla quinta. In quel paesino, dopo le scuole elementari non c’erano altre scuole.

Come ricevevate le notizie?

Il parroco della chiesa ci diceva le notizie più importanti, perché non avevamo né radio né televisione.

Come vi divertivate?

Ci divertivamo tanto a giocare tra noi fratelli e con gli animali.

 

Valeriano Cappelletto 10 anni

 

 

In ogni Municipio ci sono asili nido, scuole materne, elementari, medie, superiori e talvolta Università. Quali fra queste sono di competenza del Municipio?

Sono di competenze del Municipio gli asili nido, le scuole materne, l’edilizia scolastica delle elementari e delle medie con la manutenzione ordinaria e straordinaria. Manutenzioni che svolge il municipio attraverso bandi pubblici ma su fondi erogati dal Comune. Ad esempio dal bilancio 2017 il comune ha erogato per la manutenzione ordinaria circa 600.000,00 euro, mentre a quella straordinaria ha attribuito zero euro così come avvenuto anche negli altri municipi. Il riscaldamento per gli stessi edifici resta sempre di competenza comunale, Dip. SIMU, e mai del municipio.

Ma se quest’anno ci sarà bisogno di manutenzione straordinaria nelle scuole, come farete?

Per il 2017 noi come municipio garantiremo soltanto la manutenzione straordinaria delle scuole: Umberto I, Quattro novembre, Leopardi e Gianturco, grazie ai fondi regionali erogati nel 2015 dalla giunta Zingaretti. In particolare a noi come municipio I sono spettati 2.500.000, euro. Inoltre, impiegheremo i fondi assegnati dal Commissario Tronca, 3.300.000 euro, per opere di adeguamento antincendio previste in 18 scuole.

Dopo i terremoti del 30 ottobre e del 18 gennaio, qual è la situazione delle scuole del suo municipio?

I due eventi sismici non hanno creato nuove problematicità, che quindi sono rimaste le stesse. Posso affermare che la sicurezza nelle infrastrutture scolastiche è rimasta invariata. Ad esempio non ci sono aperte nuove crepe nelle scuole, e quelle esistenti sono rimaste pressoché identiche. Questo non significa che le strutture degli edifici siano in ordine. Al contrario, abbiamo criticità con aule interdette per lesioni strutturali.

Come avete fronteggiato l’emergenza freddo e acqua di quest’ultimi giorni nelle scuole di vostra competenza?

La gestione dei riscaldamenti così come quella dell’acqua non è di competenza municipale ma del comune, mentre per le scuole superiori ad interessarsene è Roma Città Metropolitana. Comunque, soprattutto in momenti particolari o di crisi, come municipio ci muoviamo sempre da raccordo fra cittadini e autorità preposte.

Ritornando all’emergenza terremoto, com’è costituita la task-force che effettua i sopralluoghi nelle scuole?

Nel nostro municipio, come credo anche negli altri, è composta dall’Assessore alla scuola dal responsabile dell’ufficio tecnico e da alcuni suoi delegati. Poiché, ad esempio, da noi ci sono 46 plessi scolastici da controllare, per essere tempestivi la task-force ha predisposto diversi gruppi ispettivi con almeno un geometra o architetto o ingegnere dell’ufficio tecnico, che hanno garantito in due giorni lavorativi il sopralluogo di tutte le scuole.

In casi eccezionali come il terremoto, le verifiche le effettuate a tappeto oppure su richiesta dei dirigenti scolastici?

Assolutamente a tappeto e soprattutto senza aspettare che i presidi ci chiamino.

Le verifiche sono di tipo visivo e non di idoneità statica. Secondo Lei può bastare?

Proprio perché sono di tipo visivo, i nostri gruppi ispettivi sono costituiti da almeno un tecnico specializzato. Nel caso già visivamente dovessero accorgersi di vistose anomalie, sono autorizzati ad allertare subito il direttore dell’ufficio tecnico e l’assessore Talamanca. Per fortuna, come peraltro ho già detto, nel nostro municipio non abbiamo avuto gravi danni. In ogni caso occorrono anche indagini strutturali e fondi appositi che probabilmente il Comune prevederà nel prossimo bilancio. Comunque rimaniamo sempre in allerta, prestando la massima attenzione nell’ascoltare le voci dei presidi, degli insegnanti e dei ragazzi.

Come mai soltanto ieri in tardi mattinata, ed in alcuni casi anche nel pomeriggio, ai presidi delle scuole è arrivata la richiesta da parte dei Minisindaci di compilare entro oggi la check-list valutativa dei danni da terremoto, quando in realtà la richiesta del Sindaco ai Presidenti dei Municipi è stata inoltrata il 18 gennaio?

L’Assessore Talamanca, mi conferma che in municipio questa richiesta del Sindaco è arrivata alle 18.50 del 18 gennaio quando probabilmente le scuole erano già chiuse. Tuttavia tengo a precisare che noi come amministrazione ci siamo mossi in maniera autonoma dal Comune e tempestiva già nella mattinata del 18. In realtà non abbiamo aspettato che il comune ci richiedesse le informazioni, ma abbiamo dato mandato alle squadre di tecnici di eseguire i sopralluoghi nelle scuole, a tappeto e sul tutto il territorio municipale.

Lei quindi mi sta dicendo che avvertito il terremoto, la task-force del I municipio ha mandato i suoi tecnici nelle scuole senza aspettare le richieste del Sindaco, ne quelle dei presidi. Perché lo avete fatto?

Perché riteniamo sia fondamentale monitorare in casi eccezionali come il terremoto, il nostro territorio ed avere il prima possibile notizie certe ed attendibili, piuttosto che conoscenze attraverso il passaparola.

La check-list del Sindaco prevede che il capo d’Istituto segnali eventuali danni all’esterno o all’interno della scuola, oltre che descrivere eventuali problemi riscontrati. Ma secondo Lei come può un preside attribuirsi un tale onere assumendosi delle responsabilità che forse non gli competono?

Le verifiche da fare, seppur visive, sono un atto molto importante che necessitano comunque di personale qualificato e specializzato. Proprio per questo motivo l’assessore Talamanca ha costituito la task force con tutto personale dell’Ufficio tecnico, ed in ogni caso ha predisposto i sopralluoghi subito dopo il terremoto. Consapevole anche del fatto che ai Dirigenti non si possono chiedere responsabilità e competenze sulla sicurezza degli edifici scolastici legata ai terremoti, materia di cui non hanno giustamente le competenze. Il nostro municipio non ha inteso trasferire le responsabilità dell’ufficio tecnico a chi la scuola la deve gestire, per cui ribadisco le nostre ispezioni sono partite subito.

Allora cosa chiedete ai presidi quando arrivate per fare queste verifiche, e soprattutto come municipio trasmettete al Comune notizie apprese direttamente dalle fonti e non compilate dalla scuola?

L’unica cosa che chiediamo ai dirigenti, arrivando nelle loro scuole, è che ci illustrino la situazione visto che conoscono l’edificio molto più di noi e che ci diano sommariamente informazioni su anomalie riscontrate. Come vedrà dalle tabelle pubblicate sul nostro municipio e relative ai check fatti, per il terremoto del 30 ottobre, si evidenzia come i sopralluoghi sono fatti tutti dai tecnici del municipio.

La pubblicazione delle tabelle ispettive è stata fatta volontariamente o su richiesta del Sindaco?

Assolutamente su base spontanea e volontaria.

Da diversi mesi Mario Rusconi, presidente dell’ANP-Lazio, chiede che gli annosi problemi che colpiscono le strutture scolastiche siano risolti con spirito di collaborazione. Cosa ne pensa?

Credo sia una cosa sensata, da fare e da attuare sempre. Penso che la scuola sia un microcosmo in cui soltanto con la collaborazione di tutti si possono superare ostacoli e risolvere problemi grossi o piccoli che siano. Noi come municipio agiamo sempre secondo questa direzione e a volte lo facciamo anche senza ricevere risposte tempestive dal Comune, perché riteniamo di agire nell’interesse della collettività poiché siamo un ente di prossimità.

In che modo svolgete il ruolo di prossimità con le scuole?

Abbiamo istituito la conferenza rete di scuole I municipio in cui partecipano tutti i presidi delle scuole del nostro municipio, i presidenti dei vari consigli d’istituto oltre che i rappresentati degli stessi organismi. Ci riuniamo ogni 3-4 mesi per ascoltare le loro istanze ed agire fattivamente di conseguenza. Ad esempio abbiamo costituito un fondo di € 3.000,00 euro a scuola che dà alle scuole la possibilità di sopperire a piccole manutenzioni ordinarie senza intasare di richieste i nostri uffici. Abbiamo constatato che la cosa funziona bene, ed allora si è deciso di aumentare, per quest’anno, il fondo da 3.000 a 6.000 euro. Infine nelle prossime settimane convocheremo anche la conferenza asili e materne I municipio già prevista dalla scorsa consiliatura. La vicepresidente Alessandra Sermoneta sta contribuendo molto ai lavori di questa commissione.

Alla società Multiservizi è scaduto il contratto per le pulizie delle scuole. Chi sta svolgendo tale compito?

Il Comune ha nuovamente prorogato il contratto alla multiservizi per gli asili nido e le scuole dell’infanzia comunali. Per le statali va affrontato a livello nazionale.

Stefania Grossoni

 a cura di Matteo Benevento

 

Sappiamo che Lei ha conosciuto il Prof. De Mauro scomparso nella giornata di oggi. Ricorda in quali occasioni?

Ho avuto la fortuna di conoscere il Professor De Mauro quando ho frequentato la facoltà di lettere classiche alla Sapienza di Roma. Era docente presso la cattedra di un grande glottologo, il Professor Pagliaro, ed io mi rivolsi a lui per avere delucidazioni relative all’esame che dovevo superare (ed era sicuramente uno dei più “tosti” del corso di laurea). Ne riportai un’impressione molto gradevole, vale a dire di una persona aperta al dialogo e disponibile con gli studenti.

Ha avuto altre occasioni di incontri con De Mauro?

Sì, in modo particolare quando ha svolto l’incarico di ministro della pubblica istruzione. In quella veste ha partecipato a diversi incontri organizzati dall’ANP, rivelandosi sempre particolarmente attento alle problematiche della scuola che affrontava non solo con impegno professionale ma anche con un’impostazione culturale non sempre frequente nei politici.

Della sua vasta produzione scientifica cosa pensa rimarrà incisiva anche per il futuro?

Ritengo che la pubblicazione delle lezioni di De Sausurre e il suo libro sulla storia linguistica dell’Italia unita, insieme al Grande Dizionario Italiano costituiscano delle pietre miliari non solo per gli specialisti ma anche per tutte le persone di cultura. 

Intervista a Eraldo Affinati di Loredana Straccamore

 

 “Ma internet crea dipendenza”?

 

Una alunna di liceo da me invitata a spegnere il telefonino durante la lezione mi rispose:” Non potrei rimanere disconnessa neanche un minuto”. Le chiedo professore: esiste, secondo lei, una sindrome da disconnessione dai social e se è così, da cosa è generata?

 “Noi stiamo vivendo una rivoluzione informatica che chiama in causa il senso stesso dell’esperienza. La scuola deve ripristinare le gerarchie di valore all’interno della Rete dove tutto rischia di essere indifferenziato. L’adolescente va guidato in questo percorso conoscitivo per evitare che la sua ricerca identitaria venga ostacolata. Non è un’azione che si può fare da soli. Dovremmo rinsaldare la comunità educativa oggi in profonda crisi: scuola, famiglia, società.”

 

Professore Affinati, lei ritiene che “la vita digitale” comprometta i legami affettivi che aiutano a formare l’identità di un adolescente?

“Non li compromette, ma li può alterare. Dipende dall’uso che si fa della nuova tecnologia. Oggi un ragazzo di talento dispone di strumenti culturali formidabili che possono esaltare le sue attitudini. Il rischio riguarda le personalità più fragili. Ecco perché dobbiamo alzare la guardia. Per farlo abbiamo bisogno di adulti credibili: persone che abbiano compiuto una scelta nella loro vita e siano in grado di accompagnare e sorreggere i più giovani.”

 

 Come spiega, professore, la ricerca della visibilità ad ogni costo e della condivisione collettiva dei sentimenti che dovrebbero viceversa rimanere riservati? I nostri giovani hanno bisogno di queste manifestazioni come conferma della propria esistenza?

“Si tratta di comportamenti generati dall’insicurezza, che peraltro non riguardano soltanto i giovani. Ripeto: dobbiamo favorire esperienze conoscitive uscendo dalla finzione pedagogica: far finta di insegnare, far finta di ascoltare. Solo se portiamo l’adolescente di fronte alla realtà, anche facendogli scottare le mani, potremo accendere in lui una passione vera.”

 

Lo psichiatra Vittorino Andreoli nel suo libro “L’educazione (im)possibile” sostiene che “la famiglia oggi è scomparsa; non è più una piccola orchestra ma un luogo dove ognuno suona il suo strumento, una somma di Io separati”. Professore, come possiamo tornare ad una educazione possibile?

 “Nella mia esperienza di educatore coi ragazzi difficili ho avuto spesso a che fare con genitori immaturi. Appena li vedevo, avevo l’impressione di capire tutto dei loro figli. Erano segreti che non potevo rivelare a nessuno. Tuttavia non ho mai perso la speranza. Ogni generazione ricomincia da capo. E, soprattutto un adolescente, non può rinunciare allo spazio dialettico. I ragazzi hanno bisogno di amici, questo sì, ma anche di un nemico col quale misurarsi. Altrimenti crescono nel vuoto interiore.”

Intervista a Chiara Gamberale  di Loredana Straccamore

 

DOVE ANDREMO A FINIRE?

 

Figli e studenti: fino a che punto li conosciamo?

“I nostri figli vengono al mondo per misurarci”. E’ una frase del mio romanzo “Le luci nelle case degli altri”…E sicuramente anche gli studenti, per chi si ritrova a insegnare loro qualcosa - che poi in definitiva è sempre un modo di stare al mondo- fanno così: arrivano per misurare. La nostra pazienza, la nostra comprensione: e anche la nostra accettazione del fatto che fino in fondo non potremo capirli mai, perché nemmeno loro capiscono fino in fondo loro stessi e proprio lì vanno aiutati. 

" 'Chi vincerà il dolore e la paura, sarà lui dio. E quell'altro dio non ci sarà più'.  Allora vi sarà una vita nuova, un uomo nuovo, felice, superbo". Così scrive nei Demoni F. Dostoevskij. Le chiedo Chiara: la morte di Luca Varani ci ha messo di fronte a questo uomo nuovo che si fa Dio?

Ci ha messo di fronte a quanto è labile il confine fra la nostra umanità e la nostra disumanità…e forse Dio, o dio che lo si chiami, in qualche modo con la coscienza di quella labilità c’entra. 

 

" Non l'ho fatto apposta". Così mi rispose uno studente di 1°liceo dopo aver colpito violentemente un occhio di una sua compagna. Secondo lei, Chiara, i giovani oggi hanno la percezione della violenza e dei traumi che da essa possono derivare?

Purtroppo chi è insicuro, chi non è certo della sua amabilità, non può rendersi conto del male che può provocare: vive costantemente in difesa da un nemico che quasi sempre non c’è…E dunque quasi sempre è il primo ad attaccare. 


Esiste, a suo giudizio, la possibilità che la scuola possa assumere nei confronti delle giovani generazioni la prospettiva dei grandi valori dell'uomo, del vero, del bene, del bello?

Certo che esiste. Proprio per questo, perché ci credo, ho ideato un progetto di EDUCAZIONE SENTIMENTALE nelle scuole: è la disponibilità a incontrare gli studenti e proporre loro un laboratorio, a partire dal mio ultimo romanzo, che li metta in contatto con la relazione che (non) hanno con loro stessi e con gli altri. Paradossalmente oggi i ragazzi sono iperconnessi con tutto: eppure il vuoto che hanno dentro, che ognuno di noi ha dentro e con cui ognuno di noi si ritrova a fare i conti, li sovrasta...

 

Lei ritiene che la nostra complessa società sia di fronte ad una perdita di autorità educativa? Come rimediare?

Ascoltando quella perdità, interrogandola sulle sue ragioni profonde. Per poi cercare assieme ai ragazzi un rimedio. Non può che essere condiviso, credo. 

 

 

Chiara Gamberale

 

Romana, autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici, tra cui il recente Io, Chiara e l’Oscuro su Radio Due. Collabora con “La Stampa”, “Il Riformista” e “Vanity Fair”. Presso Bompiani sono usciti Arrivano i pagliacci (2002) e Una passione sinistra (2009).

Anche nel suo ultimo libro Adesso  - Feltrinelli -ripercorre i suoi sentieri dell'anima più segreti, le sue inquietudini e le sue paure più intime.

Intervista a Ennio Cavalli di Loredana Straccamore

1) Qual è per lei il ruolo della poesia oggi? La poesia dev'essere impegnata con la vita, o al poeta può bastare l'impegno con la sua arte?

 

La poesia è dentro la vita come il piede nella scarpa. Non solo per merito dei poeti. Ma in ragione del fatto che la poesia circola nella vita e la riempie di sfumature, anche se non tutti se ne accorgono. Questo nucleo "sterile" è alla portata di chiunque lo voglia individuare e valorizzare. In che modo? Ho cercato di spiegarlo nel mio libro "La cosa poetica-Le avventure di un detective dell'imprevisto", uscito per le edizioni Archinto nel 2014. 

2) Nel difficile momento in cui tutti viviamo, momento di violenza e indifferenza, qual è il ruolo della poesia?

 

La poesia è confronto, stimolo, anche quando si regge sul dubbio, sul gioco o sul distacco mentale. Si è ritagliata un ruolo specifico come poesia civile. Ma anche nella sua forma più innocente e "cantata", la poesia va contro il conformismo, l'ovvietà, il già visto o sentito, l'acquartieramento, l'indifferenza. Lo stesso tessuto stilistico di un autore vive di sinergie, di innesti, di ricerca, di consapevolezza non solo letteraria. Un occhio è sempre per il mondo.

3) La scoperta della poesia è un processo o una illuminazione?

 

Un lento processo di illuminazione, direi. Prima di un qualsiasi risultato formale, vengono il pensiero, l'intuizione, il nucleo originario da plasmare.

 

4) Quale spazio occupa la poesia nel mondo dei giovani e nella scuola?

 

La poesia nel mondo dei giovani e nella scuola occupa molto meno spazio di quello che dovrebbe. Eppure i giovani aspirano all'anticonformismo e alla saggezza della vera arte. Questione di ginnastica mentale, di sensibilità allargata. A volte basta scaricare l'app gratuita che si chiama curiosità, attenzione, sesto senso, per leggere o vivere qualcosa di nuovo e di diverso.

Cito la prima pagina del mio libro, 'La cosa poetica': "Anjani, la compagna mezzo hawaiana del poeta-cantautore Leonard Cohen, ha trovato abbandonati sulla scrivania dei versi di lui. Dicevano: 'C'è un profumo che brucia nell'aria, / pezzi di bellezza dappertutto'. Gli ha chiesto se poteva provare a farci una canzone e lui ha detto sì. Uno che abbandona sulla scrivania una dichiarazione di questa entità (il 'profumo che brucia nell'aria' è dinamite, 'pezzi di bellezza dappertutto' sono i canali di Corinto e Panama appena scavati con la dinamite) e la fidanzata chiede di farci una canzone: non è il garbuglio più bello che poteva succedere a una coppia, non è una cosa poetica?".

5) A suo parere esistono suggerimenti da offrire ai docenti per avvicinare i ragazzi alla poesia?

 

Gli amici docenti dovrebbero rendersi, per primi, permeabili all'"extra" intellettuale e democratico di cui è carico il concetto di poesia. E pensare che non si tratta di un sofisticato approccio elitario, ma della maniera di capire le cose per dritto e di traverso. A volte sono addirittura le necessità pratiche a dare respiro, a ingrandire coerentemente le esperienze e le espressioni. Faccio qualche esempio. Nel mondo contadino "le piante si muovono" non appena la luce e l'aria della primavera rimettono in circolo i colori e le gemme. Nel gergo dei discografici "un tappeto di violini" è la base che accoglie la melodia e i versi di una canzone. La "coltellata" dei muratori non richiama duelli rusticani o fendenti sferrati con la cazzuola, ma un muro di mattoni tirato su per dividere stanze e destini. Anche tra gente comune c'è voglia di dire le cose in modo privilegiato, nuovo, appassionato.

6) Quali sono i poeti che lei ama di più e, in generale, quali letture hanno contribuito alla sua formazione?

 

I poeti che amo sono tutti internazionali, hanno contribuito alla mia "manutenzione" intellettuale e sentimentale, costeggiato le mie esperienze e qualche volta sono stati miei interlocutori in interviste e incontri. Cito un po' alla rinfusa, anche come consiglio di lettura: Brodsky, Simic, la Szymborska, Collins, Heaney, Paz, Walcott. Tutti tradotti in italiano.

7) Nella sua prefazione al libro” Poesie Incivili” lei scrive:” certe parole, per non andare a fondo, chiedono di andare al fronte”. Allude alle parole della poesia come un esercito schierato contro la bruttezza del mondo?

 

Contro la bruttezza, contro la stupidità, contro l'ingiustizia… l'elenco potrebbe continuare. Ma tutto questo non può prevalere, se ci si oppone, a proprio nome e a nome degli altri, leggendo, scrivendo, vivendo, assumendo anticorpi di poesia.

 

Ennio Cavalli, romagnolo, vive a Roma. Scrittore e poeta, è caporedattore culturale del Giornale Radio Rai. Vincitore nel 2005 del premio Campiello-Giuria dei letterati con il romanzo “Quattro errori di Dio” e nel 2009 del premio Viareggio Poesia con “Libro Grosso” entrambi editi da Aragno

 

Intervista a Massimo Gramellini di Loredana Straccamore

 

Ma il mondo si è rovesciato?

Sul Corriere del 5 aprile scorso Vito Bruno, commentando il caso del liceo Virgilio, definisce quello del professore "un lavoro ingrato". E' d'accordo?

Sommamente ingrato. Sottopagato e poco considerato. Un tempo per lo meno c’era il rispetto da parte dei genitori degli alunni. Se io portavo a casa un 4 era sempre e solo colpa mia. Adesso è responsabilità dell’insegnante che è prevenuto o non sa educare… 

Dott. Gramellini, numerosi studenti e genitori si sono indignati per l'arresto di uno studente spacciatore. Dobbiamo pensare allora che lo spaccio di droga sia un reato soltanto al di fuori della scuola?

Ho provato a dirlo anche in tv: se a essere arrestato fosse stato un terrorista islamico, non credo che i genitori avrebbero avuto niente da ridire. Evidentemente ritengono le droghe leggere un fenomeno non meritevole di sanzione. Oppure, pensiero più malevolo, attribuiscono più importanza al “buon nome” dei loro figli che al rispetto della legge.    

A suo giudizio, cosa impedisce oggi ai genitori di sostenere le azioni degli insegnanti ed essere dalla loro parte nel comune interesse dei ragazzi?

Il fatto che molti genitori si comportano come dei fratelli maggiori che nei figli vedono delle appendici da proteggere a prescindere, preservandole dall’influsso di qualsiasi autorità esterna alla famiglia. A cominciare dalla scuola.  

Il rispetto delle regole e il dovere sociale sono alla base del vivere civile. Perché nessuno - e nel caso del Liceo Virgilio di Roma il silenzio delle istituzioni ci inquieta - sembra preoccuparsene?

Bella domanda. Non ho risposte, se non che certi comportamenti non vengono più percepiti come illeciti.

Il conflitto generazionale appartiene ad ogni epoca e nei miei lunghi anni di insegnamento non ho mai avuto la sensazione che la frattura fra il pensiero degli studenti e la loro azione fosse insanabile. C'è il rischio, oggi, che la frattura non si ricomponga?

Ogni generazione sembra sempre l’ultima e la peggiore. Ma poi arriva quella dopo.…

Intervista a Irene Ndongosi, autrice del libro “Ba Congolais e la lunga marcia: la mia Africa”e vincitrice del premio Il Segnalibro

a cura di Cinzia Cetraro

                                                                            

1. Da un quartiere di Kinshasa alla Comunità Europea a Bruxelles, passando per l'Italia: ci racconti le tappe significative di questo percorso?

832731af5d81b95ba82de72993209600 LSono l'ultima di otto figli, nata in Congo a Kinshasa. Mio padre è morto quando ero molto piccola,  avevo 5 anni. Il fatto che mia mamma abbia cresciuto da sola otto figli mi ha mostrato il ruolo determinante che può occupare la donna nella protezione dell'infanzia e nella ricostruzione di un paese. Secondo me non si può parlare di nessun tipo di aiuto o di interazione con i paesi in via di sviluppo, fragili o in conflitto, senza coinvolgere direttamente la donna nei processi di pace e di trasformazione. Il problema è che spesso in numerosi paesi, come anche in Congo, le donne non vengono mai coinvolte al tavolo delle trattative, né sono rappresentate nelle istanze pubbliche.

Quando mia madre si è ritrovata da sola eravamo molto poveri e io ero spesso malata. Visto che c'erano tanti morti in famiglia, e continuamente malati intorno a noi, si iniziò a ritenere che io fossi una bambina strega. Questo dei bambini stregoni è un fenomeno molto diffuso in Africa subsahariana. Se la famiglia ha abbastanza soldi per pagare gli esorcismi, il bambino viene portato da un pastore di una di queste nuove religioni emergenti per seguire un processo di purificazione. Durante gli esorcismi si fanno tagli ai bambini per far uscire il sangue infetto, si fanno ingerire loro cibi e sostanze particolari per indurre il vomito, o si infliggono delle bruciature per far uscire il male da dentro.

Fortunatamente per me non è stato così. Avendo studiato, mia mamma ha avuto la capacità di prendere le distanze dalle superstizioni popolari, sia lei che i miei fratelli si sono rifiutati di considerarmi una bambina strega. Proprio in quel periodo abbiamo conosciuto don Matteo Galloni passato da Kinshasa durante il suo primo viaggio in Africa. Lui mi ha portata in Italia  dove ho fatto i miei primi studi. Ho frequentato il liceo classico a Firenze, mi sono laureata in scienze politiche, poi ho conseguito un master in cooperazione e sviluppo a Bruxelles.

In tutti questi anni sono sempre rimasta legata alla promozione dei diritti umani perché penso di aver ricevuto tanto. Non potevo vivere “la mia Italia” cancellando la mia infanzia in Congo. Il mio libro “Ba Congolais e la lunga marcia: la mia Africa” nasce proprio da questa mia necessità di non dimenticare.

2. Nei tuoi primi ricordi di bambina ci sono esperienze che vorresti cancellare?

Sono arrivata in Italia nel dicembre del '96. Avevo 9 anni. Mobutu aveva iniziato a perdere la sua autorità ed erano gli anni in cui si cercava di deporre la sua dittatura trentennale con varie guerriglie.

Ho ricordi molto forti dei saccheggi militari del '91 e del '93. Ricordo di essere stata molti giorni chiusa in casa in quarantena, ho il ricordo di noi bambini tutti sdraiati a terra perché c'erano sparatorie fuori. La guerra in Congo è esplosa il 17 maggio 1997.  I ribelli guidati da Laurent Désiré Kabila hanno fatto una lunga marcia da est ad ovest fino alla capitale Kinshasa per conquistare il potere e far crollare Mobutu.  Dubito che sarei sopravvissuta a questa guerra, debilitata com'ero dalla tubercolosi (sono arrivata in Italia proprio poco prima). Gli attentati dello scorso marzo a Bruxelles hanno fatto riaffiorare memorie che mi hanno turbato molto.

Sono consapevole della grande fortuna che ho avuto nella vita e penso di avere una responsabilità anche generativa per chi non ha voce, per chi è rimasto, per chi non è sopravvissuto, per i bambini di strada. Avrei potuto finire come bambina strega a causa della nostra povertà.

3. Continua ad oggi la pratica di organizzare in maniera precoce gli shegué, i bambini di strada, per farli diventare dei pericolosi baby soldati, mandati in avanguardia ad assaltare i villaggi per aprire la strada ai signori della guerra?

Mi è capitato di parlare con un congolese al suo primo viaggio a Roma e la cosa che maggiormente lo ha colpito è la mancanza di bambini. In Congo si vedono gruppi di bambini ovunque.

Nella tradizione sub sahariana, in particolare in Congo, il bambino è importantissimo, è il legame tra gli avi e il futuro. I patti di alleanza tra famiglie si fanno attraverso i bambini e i matrimoni si organizzano molto precocemente. Inoltre, i bambini sono al centro di tanti riti: per esempio per i Bakongo è il più piccolo della famiglia che chiama la pioggia quando c'è siccità. Il comportamento dei bambini e i loro sogni vengono anche utilizzati per rinnovare i rituali. Un matrimonio si considera consolidato solamente dopo la nascita del primo figlio. Nella mentalità congolese, l'assenza di figli è sempre colpa della donna, e l'uomo ha diritto a trovarsi un altro ventre in affitto. Nonostante la responsabilità non condivisa e la forte vittimizzazione della donna, il bambino rimane veramente una benedizione.

Paradossalmente oggi il bambino è vittima della monetizzazione. Il 60% della popolazione congolese ha meno di venti anni. Vi è un dislivello enorme tra il numero di giovanissimi e di chi dovrebbe prendersi cura di loro e proteggerli. Prima il bambino era protetto dalla famiglia, dal clan e dalla tribù, la sua educazione era completamente all'interno di questo sistema informale, nell'eventualità della morte dei genitori, la sua protezione passava alla famiglia allargata. Ora con le guerre, le carestie, l'abbandono dei villaggi verso le enormi città-baraccopoli, i legami con il clan si stanno spezzando.

Ad esempio la dote richiesta per il matrimonio ora è una dote in denaro, che è molto più costosa ad esempio di una capra. Il risultato è che la gente evita di sposarsi e i bambini nascono in un contesto non protetto. La famiglia africana sta attraversando una grande crisi oggi. Tradizionalmente la voce della donna conta meno di quella maschile, oggi però circa il 35% delle famiglie sub sahariane sono gestite da donne sole - perché gli uomini sono morti, sono andati in cerca di fortuna o si sono rifiutati di assumersi la responsabilità della prole. Nelle zone di guerra la percentuale sale. La povertà è aumentata perché per vivere in città c'è maggior bisogno di soldi, e se la famiglia non ce la fa sul piano economico elimina l'anello più debole della catena cioè il bambino, che viene abbandonato.

Inoltre oggi l'educazione informale è venuta meno, c'è stata una cesura di passaggio di informazioni tra una generazione e l'altra perché improvvisamente sono venuti a mancare gli anziani. Anche a livello di memoria storica, l'autorità ha ceduto il passo alla moneta e all’educazione formale.

Ci sono due tipi di bambini di strada: gli shengué sono i bambini di strada, generalmente vittime del disfacimento della protezione sociale, della povertà, dell'ignoranza dei genitori che non hanno studiato. Nella sola Kinshasa, la capitale del Congo, ci sono circa 30.000 bambini di strada. Questi minori sono quelli che vanno a riempire le file delle bande locali di microcriminalità organizzata.

I bambini soldato invece, i bambini di strada in zone di conflitto, sono quelli che avendo perso i genitori in guerra, vittime anche loro della povertà, non hanno una famiglia che potrebbe proteggerli e i soldati possono perciò facilmente reclutarli dando loro un'arma che diventa la loro unica possibilità di procurarsi il cibo. Vi sono sfortunatamente anche episodi di tanti gruppi armati che fanno incursione nelle scuole, nelle zone di guerra e prendono i bambini perché hanno bisogno di forze nuove.

4. Mi confermi che la donna è vista principalmente come oggetto di piacere e oggetto di produzione, intesa sia sul piano generativo che sul piano del lavoro, e che l'uomo congolese è il grande assente: o è in guerra o comunque non presente per i figli?

Un'immagine ricorrente in Africa è la donna con un grande cesto in testa, un bambino per la mano e nell'altra un bidone. Si sveglia alle cinque di mattina per andare a cercare l'acqua. Nei ruoli, anche in questo caso, c'è stata una rottura con il passato: l'uomo cacciava e faceva lavori che richiedevano forza fisica, ma si tratta di lavori che oggi nessuno vuole più fare. Per esempio, un progetto per formare venti giovani nel settore agricolo non è detto che vada a buon fine perché i giovani ora aspirano ad altro, nessuno vuole essere agricoltore. Questo desiderio però non trova riscontri nell'educazione e nella creazione di posti professionalizzanti.

Gli uomini dunque si sono ritrovati senza il ruolo tradizionale, senza le competenze per rispondere alla loro responsabilità di padri di famiglia e anche senza le risorse monetarie per soddisfare le aspettative della società. La genitorialità, specie la paternità, è anche una risposta a quello che la società si aspetta da te. Il problema è che tradizionalmente la società africana non prevede alcun tipo di protezione per i figli nati fuori dal matrimonio e di unioni formalizzate ce ne sono sempre meno. Oggi, la donna, continuando a ricoprire il suo ruolo di madre, è spesso l’unico elemento generativo presente nella famiglia. Parliamo del 30% dei nuclei familiari, con una media di 6 figli,  dove il padre, come abbiamo già detto, è assente.

La donna è di fatto diventata la capofamiglia, e lo è sempre di più in seguito al processo di trasformazione sociale radicale che sta avvenendo in Congo. Spesso, i bambini sono esclusivamente sotto la responsabilità delle donne e per assurdo, se ne avessero la possibilità, potrebbero creare una generazione di maschi femministi perché le figure maschili mancano.

C'è ancora un forte legame con la natura, una memoria legata al ciclo di vita della terra. Una concezione molto vicina al mondo animale: se non piove non hai raccolto, se arrivano le cavallette il raccolto va a male. La società è organizzata in modo che si garantisca la sopravvivenza del più forte.

Nonostante siano le donne ad andare a cercare l'acqua la mattina, e a passare la giornata al mercato a cercare di vendere e barattare, persiste la concezione storica della donna legata alla casa e si continua a non dare loro potere politico perché il valore più diffuso è ancora quello di mandare avanti il più forte, cioè l'uomo. La donna stessa nutre questa convinzione per cui cerca di dare opportunità di educazione ai figli maschi ma non alle femmine. In una società dove ogni giorno dobbiamo trovare da bere e da mangiare ha senso garantire la sopravvivenza del più forte e far mangiare i bambini per ultimi. Qualcuno mi raccontava di aver visto mamme in guerra abbandonare un figlio in difficoltà per riuscire a salvare gli altri. O li lasci morire tutti o ne lasci indietro uno.

Tornando alla domanda, secondo me la donna è più oggetto di produzione che di piacere ma è anche oggetto di guerra. Un fenomeno sviluppatosi ai tempi del genocidio ruandese, e diventato sempre più diffuso, è la pratica di violentare la donna per umiliare l'uomo e per attaccare, indirettamente, tutto un clan. E' un retaggio dell'interazione che c'è stata tra paesi colonizzati e i colonizzatori che ha rafforzato l'appartenenza etnica e l'importanza dei legami di affiliazione. Violentare le donne dell'altro gruppo etnico vuol dire dar loro un bambino, che è il frutto del sangue del nemico. Psicologicamente, in tal modo, si riesce a distruggere sia la donna che l'uomo anche perché di solito quest'ultimo viene obbligato ad assistere alla violenza. Un'altra pratica è quella di inviare soldati con HIV a violentarle per diffondere morte. Soprattutto nell'est del Congo, c'è ora un grande problema legato alla violenza sulle donne: donna come strumento per fare la guerra, come corpo che va umiliato per umiliare la famiglia e tutta la società.

5. Tradizionalmente la donna in Congo non prende parte alle decisioni politiche, le riunioni fatte dai clan non prevedono la sua partecipazione e non ha comunemente diritto di parola. Qualche giorno fa a Roma si è tenuta la conferenza ministeriale Italia-Africa, a cui ha partecipato la presidente della Commissione Africana Nkosazana Dlamini-Zuma. Che tipo di percorso tortuoso pensi che abbia dovuto affrontare?

Parlo molto di generatività. La generatività è la volontà cosciente che hanno gli individui di prendere in carica e guidare la generazione futura. Questa generatività si trasmette attraverso l'educazione formale e informale. Abbiamo detto che dal punto di vista dell'educazione informale l'Africa sta vivendo un momento di rottura con il passato, nel senso che c'è stata una generazione di anziani che è mancata a quella presente. Per quanto riguarda l'educazione formale sappiamo che l'Africa ha il più gran numero di bambini non scolarizzati al mondo. La tendenza generale comunque è che i genitori che hanno studiato hanno una maggiore tendenza a scolarizzare i loro bambini. Le donne che hanno frequentato la prima elementare faranno sì che le loro figlie studieranno almeno fino alla seconda. L'educazione formale ha dato grande input al rafforzamento del capitale umano delle donne.

Donne istruite rimandano la nascita del primo figlio (tradizionalmente molto precoce), sono più autonome, hanno più tempo per loro stesse e per studiare.

Il fatto che l'uomo abbia perso il suo ruolo di protettore, il fatto che egli sia assente all'interno delle famiglie dà alla donna una responsabilità diversa e lo spazio per esprimersi. Dal momento che è lei a gestire le risorse e a garantire la sopravvivenza nella famiglia, la sua parola conta sempre di più.

La genitorialità inoltre è una cosa che la madre ha più naturalmente, vivendo in simbiosi nove mesi con il bambino, è più facile per lei sentirsi genitore. La donna è naturalmente più propensa ad essere generativa perché genera fisicamente. Anche in Europa si dice che se un padre assiste al parto per lui è più facile l'attaccamento al bambino che se non vi assiste.

Questo processo innesca l'emancipazione. Si parla sempre di Africa in termini negativi ma l'Africa è ora in un momento di cambiamento socioculturale enorme, vi sono tante manifestazioni e campagne di sensibilizzazione lanciate da donne, la donna ha iniziato a parlare e a difendere ciò che ha: i bambini, la loro salute, alimentazione e scolarizzazione.

Le donne africane si stanno mobilitando in quanto, di fatto, si sono ritrovate con un potere in mano che non avevano mai avuto. Penso che questo abbia anche un impatto nella cooperazione europea dove la questione di genere sta avendo sempre più rilevanza. Parlo sempre di mia mamma che ha dovuto crescere otto figli da sola. È solo un esempio, ma è di fatto una realtà molto più comune di quanto si pensi. Il percorso è lungo ma si inizia a vederne gli effetti anche nel panorama politico africano. Dlamini-Zuma è sicuramente un gran segnale di speranza.

6. La Repubblica Democratica del Congo, seconda nazione più estesa dell'Africa, circa otto volte più grande dell'Italia, ha una ricchezza di risorse tale da poter essere autonoma. Potrebbe facilmente sfamare tutti i suoi 80 milioni di abitanti ed essere una risorsa per le nazioni vicine. Invece persiste questo nesso tra sfruttamento delle risorse naturali e violazione dei diritti umani per cui diamanti, coltan e altri materiali,  diventano motivo di sfruttamento atroce e strumento di morte per tantissimi. Come si può morire di fame quando si è seduti su una miniera d'oro?

Si racconta in Congo che quando Dio creò la terra ad un certo punto si trovò a dover distribuire le ricchezze. Quando giunse all’altezza del Congo, inciampò su una montagna facendo cadere una quantità esagerata di ricchezze che teneva in un lembo della veste.

Oggi si parla di scandalo congolese perché questa terra è maledettamente ricca. Penso che sia l'unico esempio nella storia di un paese che ha saputo rispondere sempre alla domanda di mercato: al bisogno di caucciù nell'Ottocento, di uranio nella seconda guerra mondiale, di legname, di diamanti. E adesso il coltan. La gente non lo conosce neanche: il coltan è un elemento fondamentale per la produzione di computer, cellulari, playstation, tutti i nostri apparecchi hi-tech. L'80% del coltan in circolazione si trova in Congo. Nel 1998 il coltan costava 2 dollari al chilo, oggi ne costa 100, ma questo mercato è estremamente instabile. Per esempio nel 2004, quando la richiesta da parte dell’occidente era altissima, arrivò a costare 600 dollari al chilo.

Un altro grande problema è l'acqua, il fiume Congo è il secondo più grande al mondo per portata, il che potrebbe rendere il Congo autonomo dal punto di vista energetico. Potrebbero tutti avere acqua potabile e invece la gente muore di sete. Il problema del Congo è che ha tante risorse e ricchezze naturali ma poco capitale umano. Manca l'istruzione, manca l'investimento nel capitale umano per imparare a gestire queste ricchezze, per imparare a scegliere. Il Congo non sta scegliendo nulla ma sta subendo, si limita a rispondere a una richiesta economica dai paesi esteri. Mancano strumenti che solo l'educazione può dare. Senza capacità di astrazione non si può capire il problema.

È come soffrire di un malessere che non si riesce a identificare e quindi non è curabile. La gente sa di stare male ma non sa che la vita potrebbe essere diversa e, per poter immaginare altro, devi leggere o studiare. Le enormi distanze del Congo e l'eterogeneità del territorio rendono ancora più complicata la possibilità di un intervento olistico sui molteplici aspetti disfunzionali del paese. Ad esempio nell'est del paese la popolazione ha vissuto prima il colonialismo e poi la guerra, lì non sanno cosa vuol dire non avere sparatorie; invece ad ovest ci sono zone che non sono mai state toccate dalle ultime guerre; ci sono aree in cui non hanno mai visto un bianco e non hanno alcun contatto con l'esterno.

7. Nelle zone in cui è possibile la scolarizzazione, che uso viene fatto delle nuove tecnologie?

A livello tecnologico  non ci sono le basi per poter usare internet in maniera consapevole ed efficace. Anche qui ci si scontra con l'assurdo. Potremmo parlare dell’esistenza di una cattiva tecnologia nel senso che a Kinshasa sono tantissimi i giovani che hanno facebook, o che girano pavoneggiandosi con cellulari dell'ultimo modello. Da un lato questo avvicina le aspirazioni di giovani che vivono in diverse parti del mondo, ma dall’altro mette in evidenza le differenti condizioni di vita reale. Se da una pagina facebook può sembrare che un giovane italiano e africano abbiano lo stesso stile di vita, la verità dei fatti mostra che molto probabilmente il ragazzo africano medio non avrà l’opportunità di accedere all’università (un grande lusso) mentre l'italiano non si rende conto del suo privilegio.

La tecnologia che ci vorrebbe in Congo è quella per fare ricerca, per approfondire la storia, per sviluppare soluzioni. In un contesto dove la scuola soffre della carenza di libri,  il computer può fare tanto perché in breve tempo dà accesso alle informazioni a un gran numero di persone. Si potrebbero avere tutti i manuali senza doverli stampare, spendendo e inquinando di meno, ma non vi è nessun investimento nell'informatica.

C'è un modo strano di vedere l'Africa da parte degli altri paesi, è difficile che i ragazzi del Nord Kivu vengano considerati alla pari dei ragazzi europei, vengono visti solo come bisognosi di cibo e spesso ci si chiede: “Cosa se ne fanno dell'informatica se vivono in Africa?”

22 Giugno 2016

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