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Diritto

Diritto (2)

La Corte di Cassazione, con ordinanza depositata lo scorso 3 novembre, afferma che Facebook può essere un canale di istigazione a commettere reati con finalità terroristiche, con l’aggravante dell’utilizzo degli strumenti informatici. La Corte è giunta a questa conclusione dopo aver analizzato la posizione di un soggetto che aveva realizzato diversi profili sul social network, mostrando adesione ai principi dello “Stato Islamico”. Per il Supremo Collegio, l’adesione a questi principi è un chiaro indice di apologia ed istigazione al compimento di reati legati al terrorismo. Per l’Alta Corte non si tratta, quindi, semplicemente di “libera manifestazione del pensiero” irrilevante sotto il profilo penale, viceversa è una condotta di pubblica apologia con la configurazione dei reati previsti agli art. 302 e 208 c. p.. In definitiva per la Corte si tratta di “istigazione a commettere il reato” oltre a “finalità di terrorismo funzionale a provocare la morte di più persone”. Con questa decisione, la Cassazione si spinge ancora più avanti nella repressione dei reati compiuti attraverso la rete. La Prima sezione della Cassazione, a dicembre 2015, considerava la diffusione, per mezzo di internet, di notizie scritte in lingua italiana ed atte a suscitare o esaltare la diffusione all’utilizzo di armi o di organizzazioni terroristiche, come reati di istigazione a delinquere. Ora la Cassazione con questa ordinanza qualifica le libere condotte su Facebook non più semplicemente istigazione a delinquere, ma istigazione a commettere il reato.

Salvatore Zannino

Per la Cassazione il gestore del sito è sempre responsabile dei contenuti pubblicati


Con la sentenza n. 54946/16, depositata il 27 dicembre, la V Sezione penale della Corte di Cassazione è intervenuta su un tema molto importante: responsabilità e tutela dell’informazione sul Web. Tema peraltro assai dibattuto e controverso, nel nostro paese, e che la Suprema Corte ha cercato proprio di definire con questa decisione. Nel panorama della Giurisprudenza in materia, infatti, tale pronuncia si evidenza per essere di particolare interesse poiché si pone in contraddizione con una sentenza della Corte di Giustizia Europea, organo chiaramente superiore nella gerarchia della giurisdizione. 
La novità di tale pronuncia sta nel fatto che il gestore di un qualsiasi sito, anche non professionale, è responsabile dei commenti dei lettori, pure di quelli non anonimi, e rischia, pertanto, una condanna per diffamazione. Il bene giuridico che la Suprema Corte pone come meritevole di tutela è, esattamente, il diritto e la protezione del cittadino a fronte di un contenuto palesemente diffamatorio presente in un articolo giornalistico od in un commento da parte di un semplice lettore pubblicato sul sito. Il processo penale ha origine, nel 2009, da una diffamazione subita dal Carlo Tavecchio, attuale Presidente della FIGC (Federazione Italiana Gioco Calcio), a seguito di un commento pubblicato in quell’anno sul sito "Agenziacalcio.it", che in seguito a  tale vicenda è stato oscurato. In particolare l’autore del commento aveva definito “emerito farabutto” e “pregiudicato doc” lo stesso Tavecchio, che ora a seguito della sentenza riceverà un risarcimento del danno pari a 60mila euro. La Cassazione stabilisce che vi è "concorso in diffamazione" poiché il gestore era a conoscenza dell'esistenza di quel commento.  L’autore del commento, infatti, aveva mandato al gestore del sito una mail contenente il certificato penale di Tavecchio. Il gestore del sito si era, invece, difeso sostenendo di avere saputo del commento diffamatorio in questione soltanto quando la polizia lo aveva informato del sequestro dell’intero sito. I giuristi obiettano sulla pronuncia della Cassazione, poiché, d'ora in poi i gestori si vedranno costretti a controllare ogni commento pubblicato, chiedersi se possa contenere aspetti diffamatori o meno, anche di quelli non anonimi, con la conseguente ricaduta sull’intero sistema informativo del web. La sentenza, inoltre, colpisce perché la giurisprudenza in materia sembra orientata in maniera completamente diversa. Infatti per la Corte di Giustizia Europea non sono responsabili i gestori anche per commenti anonimi. Con la sentenza del 27 dicembre, la Cassazione cambia prospettiva perché ritiene responsabili delle informazioni pubblicate non solo i gestori ufficiali del web e i direttori delle testate giornalistiche online, ma anche coloro che gestiscono semplicemente una pagina web di solo commenti.

Salvatore Zannino

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