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I Millennials vivono una vita multitasking. Gli esperti: fare troppe cose contemporaneamente non ci rende efficienti, ma stanchi e poco produttivi 


Parliamo al telefono e nel frattempo inviamo una mail e ascoltiamo la musica. Mangiamo mentre guardiamo la tv controllando di tanto in tanto gli ultimi messaggi di Whatsapp o i post degli amici su Facebook. In altre parole, viviamo una vita multitasking

Il termine multitasking tradotto in italiano significa “multi-processualità” e viene usato in ambito informatico per identificare la capacità di un sistema operativo di eseguire più programmi contemporaneamente. Tuttavia, negli ultimi anni, il termine è stato adottato per definire l’uso multiplo e simultaneo, da parte delle persone, di più mezzi digitali. Secondo la neurologia, la capacità di svolgere più compiti contemporaneamente è strettamente connessa ad un’abilità cognitiva alla base della nostra vita quotidiana, la cosiddetta “attenzione divisa”. Fino a qui nessun problema, anzi, penserete che questo modo di operare rappresenti una qualità a nostro favore. Tuttavia, recenti studi hanno messo in luce  numerosi “effetti collaterali” legati al multitasking di cui le prime vittime sembrano essere i Millennials, cioè i giovani con un’età compresa tra i 18 e i 34 anni, soprannominati anche “nativi digitali” perché nati e cresciuti a contatto con le varie tecnologie digitali.  Il termine “nativo digitale” fu coniato nel 2001 dallo scrittore statunitense Marc Prensky nel suo articolo Digital Natives. Digital Immigrants, pubblicato sulla rivista On The Orizon, per definire i giovani nati in un mondo ormai diventato digitale e, di conseguenza, capaci di usare con dimestichezza le nuove tecnologie digitali. Eppure, secondo un recente studio pubblicato sulla rivista internazionale di educazione Teaching and Teacher Education, il termine “nativo digitale” non avrebbe alcun’origine scientifica.  A tal proposito, l’ultimo EU Kids Survey ha sottolineato che i “nativi digitali” (Millennials) non possiedono capacità cognitive superiori ai “non nativi” solo perché nati e cresciuti a contatto con la tecnologia. Il fatto di usare più dispositivi elettronici contemporaneamente, sostiene lo Studio, non fa dei nativi digitali degli abili multitaskers, anzi, li rende più stanchi e stressati. Numerosi studi neurologici hanno dimostrato che il nostro cervello, a prescindere dal fatto che appartenga ad un “nativo digitale” o ad un “non nativo”, può gestire, a livello conscio, un solo processo cognitivo alla volta. Perciò, quando i Millennials svolgono più attività contemporaneamente (scrivere al computer, controllare messaggi, notifiche e mail, guardare la tv, ascoltare la musica), in realtà il loro cervello passa rapidamente da un compito all’altro (senza che se ne accorgano) e tutto ciò comporta un costo cognitivo. Ogni volta che ciò accade, sostiene Earl Miller, neuroscienziato del MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston ed esperto internazionale di studi sull’attenzione e sul decision-making, il nostro cervello spende una significativa energia mentale per focalizzarsi sul nuovo problema o per tornare ad affrontare quello precedente. Tutto ciò, dichiara Miller, non solo determina una perdita di tempo, ma anche una diminuzione della propria creatività, dato che lo sviluppo del “pensiero innovativo”, cioè le competenze che le persone possono acquisire, è strettamente legato all’abilità di concentrarsi a lungo su una sola cosa alla volta. Pertanto, Miller suggerisce che il termine più adatto per definire tutte quelle situazioni in cui pensiamo di operare in  modalità multitasking, è taskswitching, che tradotto in italiano significa “spostamento da un compito all’altro”. Operare in modalità multitasking ha poi delle conseguenze in termini neurobiologici. Daniel J. Levitin, professore di neuroscienze comportamentali alla McGill University di Montreal ed esperto internazionale di psicologia cognitiva, sostiene che operare in modalità multitasking produce un aumento eccessivo di dopamina (ormone della gratificazione) e di cortisolo (ormone dello stress) nel nostro cervello. Ciò spiega l’irrefrenabile voglia di leggere gli ultimi messaggi o le mail più recenti anche quando stiamo svolgendo tutt’altra attività (ad esempio, quando studiamo, mangiamo o facciamo una passeggiata) e, dopo averlo fatto, ci sentiamo in qualche modo ricompensati (gratificazione). Allo stesso tempo, però, dopo aver svolto troppe attività contemporaneamente, avvertiamo anche una certa stanchezza mentale, dovuta all’eccessiva produzione di cortisolo. Contro l’idea, sostenuta da alcuni, secondo cui il cervello umano (in particolare, quello dei Millennials) si stia rapidamente adattando, grazie alla plasticità neuronale, all’ipervelocità imposta dalla tecnologia, numerosi studi evidenziano sempre di più come la realtà sia assai più critica: il nostro cervello non è adatto alla modalità multitasking e sta reagendo come meglio può al sovraccarico di compiti cui viene continuamente sottoposto e al conseguente stress mentale. Il monito degli esperti, rivolto soprattutto ai giovani, è quello di dedicare il giusto tempo ad ogni attività, di usare un unico dispositivo elettronico per volta, in altre parole, di passare alla modalità monotasking.

In attesa del famigerato Iphone 8 (oppure iPhone X, per la cadenza decennale del suo anniversario) l’analista Ming-Chi Kuo ha da poco diffuso il suo ultimo bollettino firmato KGI Securities che anticipa ai suoi clienti le possibili caratteristiche del nuovo top di gamma di Apple in arrivo nel 2017. 

 

 

Uno dei primi rumors parla dell’implementazione del nuovo schermo OLED con tecnologia edge-to -edge flessibile, capace di ricoprire l’intera superficie dello Smartphone andando a creare uno schermo bordless (senza bordi visibili). L’implementazione di tale schermo comporterà a Apple il cambio dell’attuale 3D Touch (il sensore di pressione per creare delle shorcut nelle applicazioni) per passare al sensore FPCB (Flexible Printed Circuit Board) un sensore di pressione a film" con un supporto di metallo sottostante, così da assicurare maggiore sensibilità al tocco e resistenza alla pressione.

Secondo l’analista di KGI, gli ingegneri di Apple secondo i brevetti depositati in questi anni, sono riusciti ad implementare un sensore ottico per la rilevazione delle impronte digitali nello stesso pannello OLED così da poter sbloccare il dispositivo in qualunque parte dello schermo.  Ming-Chi Kuo suppone inoltre una collaborazione tra sensore ottico del pannello OLED e l’utilizzo di un riconoscimento facciale grazie alla camera anteriore dello smartphone, così da creare un perfetto riconoscimento biometrico dello stesso utente, tutto rigorosamente custodito nel chip del telefono e lontano dall’essere caricato sull’account personale dell’utente in iCloud. 

Oltre alle novità che potrebbero arrivare su iPhone 8, non analizzate nel report ma presenti in moltissimi rumor, vi sono la ricarica wireless che finalmente permetterà di rivoluzionare il concetto di ricarica che Apple sta cambiando dalla implementazione del cavo “lightning", la certificazione IP68 (sigillato e resistente all'ingresso di acqua e possibilità di immersione fino a 3m) e il telaio in acciaio Inox. Il keynote di presentazione è ancora lontano ma rumor e indiscrezioni dell’ultimo minuto ci faranno compagnia fino a giugno.

Il deep web nasce come necessità, negli anni '90, da parte dei servizi militari americani, di avere una navigazione incognito. Tale progetto venne poco dopo abbandonato e ripreso da dei programmatori amatoriali per sviluppare una rete libera. Spesso confuso con il dark web che invece ne è solo una parte, il deep web, ovvero, web sommerso comprende tutti quei siti non indicizzati nei comuni motori di ricerca.

 

 

Infatti Il Dark Web è un sottoinsieme del Deep Web, solitamente irraggiungibile attraverso una normale connessione internet senza far uso di software particolari perché giacente su reti sovrapposte ad internet chiamate genericamente Dark net. Le Dark net più comuni sono Tor, I2P e Freenet. L'accesso a queste reti avviene tramite software particolari che fanno da ponte tra Internet e la Dark net. Uno dei più famosi è Tor che, oltre a fornire accesso all'omonima rete, garantisce l'anonimato all'utente, permettendogli di navigare anonimamente anche sul normale World Wide Web da uno dei nodi della rete Tor. Le Dark net sono usate, in alcuni casi, per attività illegali. Per accedere al Web sommerso, un utente deve utilizzare link diretti, spesso terminanti con .onion, uno pseudo-dominio di primo livello generico, utilizzato e detenuto dalla rete Tor, introdotto nel 2004. Nell'ottobre del 2015 la IETF ha approvato la RFC 7686 che riconosce il dominio .onion come ad uso speciale. Altro modo per accedervi è attraverso specifici motori di ricerca che raccolgono i siti esclusi dai motori di ricerca comuni e server DNS meno selettivi sui contenuti rispetto a quelli forniti da Google o dai provider di rete internet. Data la natura controversa di molti dei siti del deep web, i navigatori cercano di occultare la propria identità uno di questi programmi e Tor, che usa il protocollo .onion che com’e già detto rende anonime le comunicazioni attraverso internet. I siti con dominio .onion possono essere raggiunti solamente con client Tor, e questo permette di cifrare sia le comunicazioni in ingresso che quelle in uscita, rendendo più difficile il tracciamento dei pacchetti. I domini onion sono inclusi in The Hidden Wiki (Un sito web è detto wiki se costruito appoggiandosi su una piattaforma o software collaborativo detto software wiki o semplicemente Wiki, che permette ai propri utenti di aggiungere, modificare o cancellare contenuti attraverso un browser web, in genere utilizzando un linguaggio di markup semplificato o un editor di testo online. Hidden wiki è un sito web che fornisce agli utenti servizi nascosti disponibili tramite il network Tor. Il sito, avviato nell'ottobre del 2008, fu oggetto di defacing il 12 marzo 2014, da parte di un hacker soprannominato doxbin che si impossessò del PGP originale. Una versione - comunque parziale - della Hidden Wiki originale è stata messa di nuovo a disposizione tramite mirror.

 Si tratta in altre parole di una raccolta di documenti ipertestuali che viene aggiornata dai suoi stessi utilizzatori e i cui contenuti sono sviluppati in collaborazione da tutti coloro che vi hanno accesso (contenuto generato dagli utenti), memorizzati normalmente su un database o un repository. La modifica dei contenuti è aperta, nel senso che il testo può essere modificato da tutti gli utenti (a volte soltanto se registrati, altre volte anche anonimi) contribuendo non solo per aggiunte, come accade solitamente nei forum, ma anche cambiando e cancellando ciò che hanno scritto gli autori precedenti. Ogni modifica è registrata in una cronologia che permette in caso di necessità di riportare il testo alla versione precedente (rollback); lo scopo è quello di condividere, scambiare, immagazzinare e ottimizzare le informazioni in modo collaborativo.)

 Il sito è una web directory di altri siti .onion e contiene una collezione di articoli di enciclopedia in formato wiki. Come servizio nascosto, The Hidden Wiki opera esclusivamente attraverso lo pseudo-dominio di primo livello .onion, che può essere raggiunto solamente attraverso Tor. Il sito fornisce una serie di link in formato wiki ad altri servizi nascosti e siti.

A chi non è mai capitato di perdere i dati contenuti nella propria “fedele” chiavetta USB dopo solo qualche anno dall’acquisto? E chi invece, dopo aver recuperato un vecchio CD o DVD, non è rimasto deluso nello scoprire che stranamente non si sentiva o vedeva più?

La rivista scientifica “Science Advances” ha pubblicato un paper secondo il quale, per quanto riguarda gli “storage media”, si è giunti ad un punto di svolta. Alcuni fisici del City College of New York hanno infatti condotto degli esperimenti su dei particolari diamanti caratterizzati dalla presenza di un atomo di azoto nel reticolo cristallino del minerale costituito altrimenti di solo carbonio che prendono il nome di “nitrogen vacancy center diamonds”. Questi, seppur considerati “imperfetti” e quindi di minor valore per il mercato gemmologico, risultavano già essere piuttosto importanti nell’ambito scientifico per le loro proprietà di fotoluminescenza e lo sono diventati ancora di più dopo queste ricerche perché dimostratisi possibili accettori di “data storage”, esattamente come il DVD e i suoi simili.

A differenza di quest’ultimi però i diamanti presentano due vantaggi davvero impressionanti. Innanzitutto, come ha affermato il Professore di fisica presso il CCNY, Jacob Henshaw: “Un DVD è un modello bidimensionale mentre il diamante è in 3D” e, di conseguenza, può immagazzinare una quantità di dati di gran lunga superiore. E poi, come ha confermato il “caposquadra” dei ricercatori, Siddharth Dhomkar: “I difetti dei diamanti non cambiano e quindi non vi è modo di modificare i dati contenuti all’interno di essi o eventualmente il rischio di perderli”.

Non è questione di sfortuna o forze misteriose dai poteri inspiegabili ma, la perdita dei dati, è dovuta semplicemente alle leggi della fisica. Pur funzionando in maniera diversa (le pendrive scrivono e leggono i “data storage” grazie al cosiddetto “USB Mass Storage protocol” mentre i CD e/o DVD effettuano tali funzioni tramite un raggio laser che agisce sulla sottile lamina metallica di cui sono costituiti) i due supporti di “memoria secondaria” o “di massa” hanno una caratteristica comune: non sono eterni. Anzi, si stima che possano conservare il materiale contenuto al loro interno per un arco di tempo che va dai dieci ai venti anni.

 

In fondo si sa, “un diamante è per sempre” (come diceva una nota pubblicità di qualche anno fa) e, tra qualche anno probabilmente lo saranno anche i nostri dati.  

 

 

Nel campo della tecnologia l’occupazione femminile è molto bassa e sottovalutata. Uno studio ha riportato un dato particolarmente interessante: i datori di lavoro vedono le donne come le dipendenti più influenzate dai lavori familiari rispetto agli uomini. Questo dato è stato valutato completamente differente dai colleghi delle stesse donne, i quali hanno detto che non esistono sostanziali differenze di genere. Sembra, dunque, che tale percezione sia maggiormente influenzata da credenze sociali connesse ai ruoli di genere che ai problemi reali dei propri dipendenti. Dunque si è dimostrato che gli stereotipi sessuali influenzano, e non poco, l’ambiente occupazionale nel quale si crea disparità tra i due sessi, ove ancora oggi sono maggiormente favoriti gli uomini.

Negli Stati Uniti solo il 2 per cento delle donne si laurea in informatica, nonostante le studentesse di corsi scientifici siano il 57,1 per cento. In Europa, poi, la percentuale di donne assunte nel settore informatico è una su cento mentre il tasso di diplomate è al 20 per cento. In Italia invece il 50,3 per cento delle studentesse di materie scientifiche si laurea anche se poi, una gran parte, finisce per svolgere altri ruoli nella società. Nonostante il dato non molto positivo, bisogna evidenziare che la media di donne laureate in Italia è una delle più alte al mondo, maggiore della media UE che è di circa 37,5 per cento. Dall'analisi dei dati si scopre che le donne, laureate e specializzate in ambito prettamente tecnologico, maggiormente influenti su tale ambito sono solo il 2,75 per cento. In Europa solo 9 sviluppatori su 100 sono donne e appena il 19 per cento dei manager è di sesso femminile contro il 45 per cento in altri settori dei servizi. La questione sull’occupazione delle donne è molto sentita anche dai colossi del tech, da Google passando per eBay fino a Facebook e Twitter, sono stati costretti a pubblicare i diversity report, relazioni annuali nelle quali viene messa nero su bianco la quota di donne assunte e nelle quali si ammette che sì i numeri sono ancora bassi perché in media si parla di una donna ogni sette uomini, e una ogni otto se si guarda ai ruoli tecnici. Ogni qualvolta si parli di sessismo e tech la replica è che le donne non sono portate per questo settore. Spiega Kate Losse (ex dipendente di facebook): «Uno dei modi in cui i colossi del tech negano le loro responsabilità sulle discriminazioni di genere è l’affermazione che le donne semplicemente non sono interessate alla tecnologia». Pino Mercuri, direttore del personale di Microsoft Italia, la pensa differentemente dai grandi colossi del tech, ed il suo obiettivo è di far entrare a lavorare in azienda almeno il 50 per cento delle donne. Infine dice «Non basta dunque solo assumere le donne, fondamentale è anche creare un ambiente di lavoro dove le diversità vengano rispettate» e con questa frase vuole far appello a tutti coloro che discriminano e cercano di evitare l’occupazione femminile in tale ambito.

 

 

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